Il verso giusto

I versi di Catullo

CI

Multas per gentes et multa per aequora vectus
advenio has miseras, frater, ad inferias,
ut te postremo donarem munere mortis
et mutam nequiquam alloquerer cinerem,
quandoquidem fortuna mihi tete abstulit ipsum,
heu miser indigne frater adempte mihi!
Nunc tamen interea haec, prisco quae more parentum
tradita sunt tristi munere ad inferias,
accipe fraterno multum manantia fletu,
atque in perpetuum, frater, ave atque vale.


CI

Di paese in paese e di mare in mare,
ecco giungo, fratello, al triste rito
di renderti gli estremi onori della morte,
chiamando invano il tuo cenere muto:
perché a me t’ha strappato la fortuna, fratello,
ahi infelice, a me malamente tolto.
L’offerta, intanto, che per costumanza avita
tramanda, onore amaro, questo rito
accetta traboccante di lacrime fraterne
e per l’eternità, fratello, addio.

 

Traduzione di Nicola Gardini

 

Da Catullo, Carmina. Il libro delle poesie, traduzione e cura di Nicola Gardini, Giangiacomo Feltrinelli Editore 2014.

Carmina. Il libro delle poesie. Testo latino a fronte

Tra i classici della latinità Catullo è quello che suscita più simpatia tra gli studenti. Quando invita se stesso a farsi forza, a non ricadere nella sciocca illusione, suona familiare come Leopardi. Ed è tanto breve ed espressivo, come nel distico di odi et amo, da lasciare tracce anche nella memoria del più svogliato dei liceali.

La Roma del I secolo a.C. è una città in fermento: le istituzioni e i valori repubblicani sono in crisi, e la scena culturale è molto vivace. Gli interpreti del “nuovo” in campo letterario sono i neòteroi, che si richiamano al poeta greco Callimaco e che Cicerone, anziano, definisce con disprezzo poetae novi, troppo moderni e distanti dall’impegno civile per ottenere la sua approvazione. I neòteroi parlano, infatti, di sentimenti, di amore, di eros, di amicizia. Come fa Gaio Valerio Catullo, il più grande dei poeti neòteroi, nato a Verona intorno all’87 a.C. e trasferitosi a Roma intorno al 65. Della sua vita conosciamo poco più di quello che lui stesso racconta nel Liber, l’insieme dei suoi centosedici carmi ordinato da altri dopo la sua morte, avvenuta all’età di trent’anni a Sirmione. Qui, nella villa di famiglia, si era ritirato perché deluso dopo il viaggio in Bitinia (Asia Minore), nel 57 a.C. (unica data certa della sua vita), al seguito del propretore Memmio, da cui aveva sperato di ricavare vantaggi economici. La missione gli aveva però consentito di visitare la tomba dell’amatissimo fratello, sepolto nella Troade, e di questa visita ci resta il ricordo nello struggente carmen CI.

Di Catullo conosciamo soprattutto le vicende sentimentali: l’amore per la splendida Lesbia e per l’adolescente Gaudenzio. Amori raccontati in tutte le loro fasi, le stesse per tutti, sempre quelle: dall’esaltazione nei giorni felici alla rabbia e al disprezzo dopo aver scoperto le infedeltà degli amati, alla tristezza dell’addio. Catullo, però, non parla soltanto d’amore: nei suoi carmi racconta l’amicizia, gli affetti familiari, la politica romana, dominata da uomini disonesti.

Proprio come se fosse un nostro contemporaneo.

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