Il verso giusto

Ohimè! O vita! di Walt Whitman

Illustrazione digitale di Caterina Gallo studentessa del Liceo artistico Volta di Pavia, 2022

Illustrazione digitale di Caterina Gallo studentessa del Liceo artistico Volta di Pavia, 2022

Ohimè! O vita!

Ohimè! O vita! Per queste domande sempre ricorrenti,
per la folla infinita di infedeli, per le città piene di sciocchi,
per il mio continuo rimproverarmi (poiché chi è più sciocco di me e più infedele?)
per gli occhi invano assetati di luce, per gli oggetti perfidi, per la lotta sempre rinnovata,
per gli scarsi risultati di tutti, per le sordide folle che vedo attorno a me avanzare con fatica,
per gli anni inutili e vuoti di coloro che rimangono, con il resto di me avvinghiato,
la domanda, ohimè! Così triste, così ricorrente – cosa c’è di buono in tutto questo? Ohimè! O vita!

Risposta

Che tu sei qui – che la vita esiste, e l’identità,
che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuire con un verso.


Traduzione di Antonio Troiano
Da Walt Whitman, O Capitano mio Capitano, a cura di Antonio Troiano, Crocetti 1991
O capitano! mio capitano!
O capitano! mio capitano! Di Walt Whitman;

O Captain! my Captain! (O capitano! Mio Capitano!) è la poesia più conosciuta di Walt Whitman (1819-1892), il grande cantore dell'America dell'ottocento, dei suoi paesaggi incontaminati, delle sue città in espansione, della giovane democrazia aperta al mondo e all'immigrazione. Ma è anche il cantore delle grandi tragedie dell'America, della sua sanguinosa guerra civile e dell'assassinio del Presidente Abraham Lincoln. Al Presidente è dedicata questa poesia, insolitamente ritmata e regolare, quasi un unicum nella sterminata produzione poetica di Whitman; una canzone che è diventata, anche grazie al suo riutilizzo nei film e nei diversi media, la poesia per antonomasia con cui si rende omaggio a una grande figura che se ne va. Ripercorrere la storia della ricezione dell'opera di Whitman in Italia, e analizzare in modo comparato le diverse versione della poesia permettono al lettore di cogliere i cambiamenti del gusto e dello stile poetico in Italia da fine ottocento ad oggi, ma anche di scoprire uno scrittore difficilmente catalogabile, polimorfo e ancora attualissimo.

Walt Whitman rappresenta la poesia degli Stati Uniti, il “centro del canone americano”, “il genio delle coste del Nord America. Nessun altro americano è, come lui, un poeta universale”: parola di Harold Bloom. E indubbiamente la sua poesia scorre in maniera più o meno sotterranea in molta parte della letteratura e dell’immaginario non solo americani. Le sue liriche hanno ispirato registi (basti pensare a L’attimo fuggente di Peter Weir) e pubblicitari: qualche anno fa la poesia “Ohimè! O vita!” fu utilizzata dalla Apple per pubblicizzare l’iPad Air. Poco tempo prima, per esaltare i suoi jeans la Levi’s aveva invece scelto i versi di “America” (recitati da una voce che si ritiene fosse proprio quella del poeta, registrata su un cilindro di cera) e di “Pioneers! O Pioneers!”. Whitman probabilmente non si stupirebbe, poiché spesso si rivolse ai lettori e ai poeti del futuro: “Poeti venturi! Oratori, cantori, musicisti venturi!/ Non l’oggi può giustificarmi e chiarire chi sono,/ ma voi, nuova stirpe americana, atletica, continentale, la più grande mai conosciuta,/ destatevi! Spetta a voi giustificarmi”.

E pensare che il poeta d’America stampò a proprie spese la prima edizione delle sue Leaves of Grass (Foglie d’erba), come fecero, in verità, molti altri grandissimi autori. Il volume, pubblicato dai Rome Brothers di Brooklyn il 4 luglio 1855, era una smilza raccolta di dodici poesie, cui Whitman continuò a lavorare per tutta la vita. La arricchì e la modificò a ogni edizione: l’ultima, la nona, uscì nel 1891, un anno prima della morte del poeta, e contava 389 testi.

“L’unico uomo che abbia veramente aperto una strada, l’unico vero pioniere”, secondo la definizione di D.H. Lawrence, era nato il 31 maggio 1819 a West Hills (Long Island), secondo di nove figli, in una famiglia di origine anglo-olandese e di tradizione quacchera. Studiò da autodidatta e fece molti lavori: fu apprendista in un ufficio, fattorino, tipografo, insegnante, giornalista... Viaggiò nel suo Paese, ne amò la natura straordinaria e cantò “il sé”, il progresso, “l’Uomo Moderno” impegnato nella realizzazione di sé stesso e dell’America, “la (…) atletica Democrazia” americana, “la grandezza della Democrazia e dell’Amore, e la grandezza della Religione”.
Celebrò il corpo, i sensi e l’amore, soprattutto quello omoerotico. Riconobbe l’eccellenza della tradizione europea, ma avvertì l’urgenza di fondare una poesia nuova, “elettrica”: alla metrica classica preferì il verso libero, lungo, non rimato, descrisse la sfaccettata realtà americana usando parole antiche e moderne e molti neologismi, amò sperimentare. Fu un poeta-sciamano, e seguendo i principi del trascendentalismo sostenne l’uguaglianza tra tutte le cose: “In ciascuno ritrovo me stesso, nessuno maggiore, nessuno minore d’un solo chicco d’orzo”. Sentì di trovarsi in vari luoghi nello stesso momento, perché era “fatto della stessa materia di cui sono fatti gli eventi, […] tutt’uno con qualunque cosa capiti” (Ralph Waldo Emerson), e non individuò confini tra anima e corpo, tra forma e contenuto, tra umano e divino: “Il suo spirito risponde allo spirito del suo paese […]; ne incarna la geografia, la vita naturale, i fiumi ed i laghi” (Whitman).
Nel presidente Abramo Lincoln trovò il suo “Capitano”, la personificazione dell’io di Foglie d’erba. Il suo omicidio, nel 1865, sconvolse il poeta, che scrisse gli splendidi “Ricordi del presidente Lincoln”, di cui fa parte la poesia intitolata, appunto, “O Capitano! Mio Capitano!”.

Non sono poche le foto che ritraggono Walt Whitman in età diverse.
Forse, però, il suo ritratto più bello è in questa visione di Wallace Stevens: “Nel profondo Sud il sole d’autunno sta passando/ come Walt Whitman in cammino su una riva rossastra:/ intona e canta le cose che sono parte di lui,/ i mondi che furono e saranno, morte e mattino./ Nulla è definitivo, intona. Nessuno vedrà la fine./ La sua barba è di fuoco, il suo bastone una fiamma sprizzante” (trad. di Massimo Bacigalupo).

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