Il verso giusto

Requiem di Anna Achmatova

Illustrazione di Elisa Pak, 2022

Illustrazione di Elisa Pak, 2022

Requiem
Dedica

Davanti a questa pena piegano i monti,
non scorre il grande fiume,
ma sono saldi i lucchetti del carcere,
dietro di essi “le tane dell’ergastolo”
e un’angoscia mortale.
Per qualcuno alita fresco il vento,
per qualcuno si strugge il tramonto,
noi non sappiamo, siamo ovunque le stesse,
sentiamo solo stridori odiosi di chiavi
e pesanti passi di soldati.
Ci si levava come a una messa mattutina,
si andava per un'inselvatichita capitale,
lì ci si incontrava più inanimate dei morti;
il sole più occiduo e la Nevà più brumosa,
ma da lontano canta sempre la speranza.
La sentenza... E subito sgorgano lacrime;
oramai separata da tutti,
come se dal cuore con dolore le strappassero la vita,
come se rozzamente la stendessero supina,
ma cammina... Vacilla... Sola...
Dove sono ora le amiche involontarie
dei miei due anni infernali?
Cosa scorgono nella tormenta siberiana,
cosa intravedono nel disco della luna?
A loro io mando il mio addio.

Marzo 1940.


Traduzione di Michele Colucci


Da Anna Achmatova, La corsa del tempo. Liriche e poemi, a cura di Michele Colucci, Einaudi

La corsa del tempo. Liriche e poemi

Ma io vi prevengo che vivo | per l'ultima volta. | Né come rondine, né come acero, | né come giunco, né come stella, | né come acqua sorgiva, | né come suono di campane | turberò la gente, | e non visiterò i sogni altrui | con un gemito insaziato. La storia dell'opera achmatoviana è quella di una poesia che innova la propria tematica originaria, che rielabora notevolmente anche i suoi mezzi espressivi.

Nel 1938, negli anni terribili del terrore staliniano, il figlio di Anna Achmatova e del poeta Nikolaj Gumilëv, fucilato nel 1921 per attività antigovernative, viene rinchiuso nel carcere delle Croci (Kresty) di Leningrado. Per diciassette mesi Achmatova vi si reca quasi tutte le mattine per averne notizie, come centinaia di altre donne che trascorrono ore in fila, in attesa, nel gelo, nel silenzio. Un giorno, una donna domanda sottovoce ad Achmatova: “Ma questo lei può descriverlo?” . “Posso”, e scrive Requiem, il suo capolavoro: 12 canti che raccontano il dramma di un popolo, perfetta e asciutta descrizione di destini individuali in un’epoca di lupi. Requiem sarà pubblicato in Occidente nel 1963 e in Unione Sovietica soltanto nel 1987, 21 anni dopo la morte dell’autrice, che aveva scelto di restare nel suo Paese, di resistere alla dittatura, alla guerra, agli stenti, e di testimoniare il martirio del popolo russo “là dove esso era, per sciagura”.

Il suo vero nome era Anna Gorenko. Nasce il 23 giugno 1889 vicino a Odessa in una famiglia appartenente alla piccola nobiltà. Quando il padre le chiede di non firmare le sue poesie con il nome di famiglia, decide di chiamarsi Achmatova come la bisnonna materna, una principessa di origini tartare discendente dall’Achmat Khan e da Gengis Khan. Con le prime due raccolte, Sera (1912) e Rosario (1914), incontra un successo straordinario. Il suo stile essenziale, diretto, rigoroso echeggia i principi dell’Acmeismo, il movimento che prende le distanze da ogni forma di simbolismo e di metafisica per arrivare direttamente all’acme del testo e raccontare la realtà e la vita così come sono. E Achmatova conosce bene l’importanza dell’economia espressiva, la potenza delle parole di uso comune, e parla in maniera fortemente innovativa di amore, abbandono, desiderio. Soprattutto, è originale, unica, inclassificabile: “è uno di quei poeti che semplicemente ‘avvengono’, che sbarcano nel mondo con uno stile già costruito e una loro sensibilità unica. Arrivò attrezzata di tutto punto e non somigliò mai a nessuno” (J. Brodskij).

Dopo l’avvento al potere di Stalin le poesie di Achmatova sono considerate reazionarie, e non le è più possibile pubblicare i suoi libri. Si guadagna da vivere scrivendo saggi e traducendo, anche dall’italiano. Nel 1946 viene espulsa dall’Unione scrittori per il suo “estetismo e disimpegno politico”, criticata per la sua vita privata “immorale”, definita “metà monaca metà sgualdrina”. Quando Stalin muore (1953) le sue opere ricominciano a circolare e viene riabilitata. Ottiene anche il permesso di recarsi all’estero per ricevere riconoscimenti: nel 1964 le viene conferito il premio Etna-Taormina, nel 1965 la laurea honoris causa dall’Università di Oxford. Anna Achmatova muore a Mosca il 5 marzo 1966. Si tengono due funerali, uno a Mosca l’altro a Leningrado. A entrambi partecipa una folla immensa.

I libri di Anna Achmatova

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