Il verso giusto

Fernando Pessoa

Illustrazione digitale di Asia Cipolloni, studentessa al Liceo Artistico Volta di Pavia, 2022

Illustrazione digitale di Asia Cipolloni, studentessa al Liceo Artistico Volta di Pavia, 2022

Isto

Dizem que finjo ou minto
Tudo que escrevo. Não.
Eu simplesmente sinto
Com a imaginação.
Não uso o coração.

Tudo o que sonho ou passo,
O que me falha ou finda,
É como que um terraço
Sobre outra coisa ainda.
Essa coisa é que é linda.

Por isso escrevo em meio
Do que não está ao pé,
Livre do meu enleio,
Sério do que não é.
Sentir? Sinta quem lê!


Questo

Dicon che fingo o mento
quanto io scrivo. No:
semplicemente sento
con l’immaginazione,
non uso il sentimento.

Quanto traverso o sogno,
quanto finisce o manco
è come una terrazza
che dà su un’altra cosa.
È questa cosa che è bella.

Così, scrivo in mezzo
a quanto vicino non è:
libero dal mio laccio,
sincero di quel che non è.
Sentire? Senta chi legge.


Traduzione di Antonio Tabucchi

Da Fernando Pessoa, Una sola moltitudine, a cura di Antonio Tabucchi con la collaborazione di Maria José de Lancastre, Adelphi

Una sola moltitudine. Testo portoghese a fronte. Vol. 1

«Sii plurale come l’universo!» sembra essere stato l’imperativo unico di Pessoa. Nato con una «tendenza organica e costante alla spersonalizzazione e alla simulazione», Pessoa ha spinto quella pratica della dissociazione che è all’origine di tutta la letteratura moderna, ma anche del pensiero (e Pessoa si trova al temibile crocicchio delle due forme), alle sue conseguenze più estreme e paradossali, trascinandoci «fra anime e stelle, attraverso la Foresta delle Paure», in un luogo misterioso (Pessoa stesso) dove «in ogni angolo c’è un altare a un dio differente».

Esiste un confine tra ciò che chiamiamo vita reale e un mondo diverso, parallelo, abitato da figure nate “soltanto” nella mente? Si direbbe di no, pensando a Fernando Pessoa e al baule (“la mia arca”) ritrovato dopo la sua morte, avvenuta il 30 novembre 1935 a Lisbona, dove era nato nel 1888. In quel “baule pieno di gente” (la definizione è di Antonio Tabucchi) erano riposte decine di migliaia di manoscritti del poeta: alcuni ortonimi (firmati con il suo nome), moltissimi eteronimi, cioè attribuiti a personalità fittizie, ciascuna dotata di una propria identità e autonomia esistenziale e artistica.

Il primo eteronimo, Alberto Caeiro, nacque l’8 marzo 1914, quando “mi sono accostato a un alto comò e, preso un foglio di carta, ho iniziato a scrivere, in piedi, come sempre scrivo ogni volta che posso. E ho scritto più di trenta poesie di seguito, in una specie di estasi la cui natura non riuscirei a definire”. In breve tempo, comparvero gli altri due “grandi” eteronimi: l’ingegnere navale Álvaro de Campos e il medico, grecista stoico ed epicureo Ricardo Reis.

Ciascuno di loro rappresenta una parte della personalità di Pessoa: “Ho posto in Caeiro tutte le mie capacità di spersonalizzazione drammatica, ho posto in Ricardo Reis tutta la mia disciplina mentale, adornata della musica che le è propria, ho posto in Álvaro de Campos tutta l’emozione che non dò né a me né alla mia vita”. Una vita in verità piuttosto solitaria: nella lunga permanenza in Sudafrica, dove visse da bambino con la madre e il patrigno, Pessoa acquisì quel bilinguismo anglo-portoghese che gli permise, tornato a Lisbona, di lavorare come traduttore di lettere commerciali per aziende di import-export. E intanto collaborava con le migliori riviste, ne fondava alcune, introduceva in Portogallo le avanguardie europee, ne inventava di originali. La sua unica relazione sentimentale nota, e prevalentemente epistolare, fu con Ophélia Queiroz, una collega di lavoro: si scrissero per un anno nel 1920 e per qualche mese tra il 1929 e il 1930. Pochi avvenimenti, insomma. Ma intanto dentro di lui palpitava la vita di una moltitudine.

Dalla penna di Pessoa (e dei suoi eteronimi)

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