scienza senza maiuscola

Le emozioni viste dalle neuroscienze

Nei primi anni ’90, all’inizio di quello che è stato battezzato il "decennio del cervello" per via dei grandi passi avanti compiuti dalla ricerca scientifica nel settore delle neuroscienze, le emozioni erano un argomento tabù per i cognitivisti. Si cercava di scoprire come funzionano la memoria, l’attenzione e il linguaggio, mentre le emozioni erano considerate alla stregua di "fattori confondenti", non riconducibili a schemi predeterminati e quindi, in un certo senso, non studiabili in modo obiettivo, relegati di conseguenza nell’ambito della psichiatria e della psicologia.

Un libro come Proiezioni – Una storia delle emozioni umane di Karl Deisseroth, pubblicato di recente da Bollati Boringhieri, è quindi prezioso per darci la misura di un profondo cambiamento concettuale occorso in meno di un quarto di secolo. Le emozioni sono oggi studiate come qualsiasi altro prodotto della mente, se ne cercano le origini biologiche e la funzione nell’ambito dei nostri processi cognitivi, valutando la loro influenza sul nostro modo di pensare, di percepire il mondo, di apprendere e di prendere decisioni. Quindi chi meglio di un ricercatore che è al contempo psichiatra e neuroscienziato può darci la chiave per comprenderle?

Proiezioni. Una storia delle emozioni umane

Cosa provoca sentimenti intensi nella persona sana o malata? O, più direttamente, cosa sono in realtà quei sentimenti, in senso fisico, fino al livello delle cellule e delle loro connessioni? La malattia mentale è una delle maggiori cause di sofferenza umana, ma le ragioni per cui portiamo questo peso e la natura di queste malattie sono ancora un mistero. Ora, la nostra comprensione ha raggiunto un punto di svolta.

Il libro mette a fuoco gli elementi che contribuiscono alla sua costruzione nell’immaginario collettivo e su quanto questo pesi anche sul modo in cui orientiamo la ricerca scientifica e lo sviluppo industriale, nonché sulle decisioni politiche. E la conclusione è che viviamo in mondo che ragiona solo al presente, incapace di proiettare lo sviluppo della conoscenza in una dimensione diversa da quella esperita qui e ora.

Deisseroth in questo libro racconta la propria esperienza con i pazienti (in particolare con quelli che fanno fatica a controllare le proprie emozioni, come quelli colpiti da malattie psichiatriche) ma non trascura la sua solida formazione di ricercatore di base. È infatti noto in ambito scientifico come uno dei padri dell’optogenetica, una tecnica affascinante (e molto scenografica) che consente di fotografare l’espressione dei geni nei neuroni durante uno specifico compito cognitivo. In questo modo è possibile collegare ogni attività cerebrale all’attivazione di specifici geni, quindi alla produzione di specifici neurotrasmettitori e proteine. È anche possibile capire quanto un singolo neurone o gruppo di neuroni contribuisce a un compito cognitivo complesso. Quanto di più lontano dall’idea quasi metafisica delle emozioni come siamo abituati a pensarle: è un approccio riduzionistico al mondo dei sentimenti, in cui ciò che ci caratterizza come esseri umani si traduce in pura biologia, in molecole visualizzabili e quantificabili.

D’altronde Deisseroth lo dice chiaramente: all’inizio della sua attività come psichiatra stava per lasciare la medicina, incapace di accettare che non vi fosse una causa organica per i disturbi dei suoi pazienti (e, di conseguenza, un modo efficace di curarli). Si deve alla tenacia di scienziati come lui se oggi la psichiatria e la neurologia hanno sempre maggiori sovrapposizioni e se disponiamo, se non di cure efficaci al 100 per cento, almeno di modelli eziologici che ci aiutano a capire la genesi delle più comuni patologie psichiatriche.

Questo non significa perdere di vista il lato umano delle emozioni: il libro racconta, per esempio, di Winnie, un’avvocata esperta in diritto d’autore che sviluppa idee persecutorie e riveste la propria camera di metallo per evitare che i vicini possano captare i suoi pensieri, suggerendo una forma iniziale di psicosi schizofrenica; e ci porta anche nel mondo di Mr N, un anziano signore che perde ogni interesse nella vita dei propri nipotini, manifestando la classica anedonia della depressione. Nel libro vi sono pagine che ricordano, per certi versi, la scrittura di Oliver Sacks, per esempio quando l’autore ci spiega che le persone con autismo sono sopraffatte dalla quantità di informazioni provenienti dall’ambiente esterno e quindi si ritrovano in difficoltà nel processarle, mentre chi è affetto da disturbo della personalità sviluppa particolari doti nel riconoscere e manipolare le emozioni altrui pur essendo privo di empatia.

Grazie al racconto dei suoi esperimenti di optogenetica scopriamo come sia sottile la differenza tra un cervello “sociale”, come quello che contraddistingue la specie umana ma anche altri animali come i topi da laboratorio, e il cervello di un soggetto aggressivo che tenta di uccidere il suo simile, come accade nei topi quando vengono attivati specifici geni.

Vi sono anche momenti di toccanti intuizioni, come quando Deisseroth esamina un paziente gravemente depresso che ha appena perso la moglie incinta e non riesce a versare una lacrima e afferma che le lacrime arrivano quando l’essere umano sente speranza e fragilità insieme. L'uomo che non riesce a piangere non ha più alcuna speranza che lo spinga a farlo. Le emozioni sono anche ciò che rimane della persona quando si disgregano le altre capacità cognitive, come accade nel caso della demenza. I pazienti più gravi recuperano atteggiamenti e riflessi primitivi e infantili: "Man mano che i fili della mente si disintegrano, che le grandi fibre isolate si frammentano e si sfilacciano, quando la memoria e l'azione si sono dissolte, ciò che era lì dalla nascita è tutto ciò che rimane".

Proiezioni è una lettura preziosa per capire chi siamo ma anche che direzione sta prendendo la ricerca neuroscientifica nel suo tentativo di comprendere l’umano e di reintegrare le emozioni nella loro posizione di privilegio per quanto riguarda il funzionamento del cervello. Si tratta di un ritorno alle origini se si considera che lo stesso Charles Darwin, nel suo saggio L'espressione delle emozioni nell'uomo e negli animali datato 1872 riteneva le emozioni e la loro espressione attraverso le specie la riprova dell’origine comune di uomini e animali, attribuendo loro una natura puramente biologica.

 


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