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Il mare nasconde le stelle - Presentazione e intervista

La storia di Remon, bambino egiziano fuggito dalla segregazione dei cristiani copti nel suo paese, è arrivata a bussare alle nostre porte. A Milano c'è stata la prima presentazione del libro scritto da Francesca Barra, su indicazione dei diari e della testimonianza del ragazzo egiziano. Remon ha partecipato alla presentazione rispondendo a ogni domanda del pubblico. L'incontro è stato moderato da Guianluigi Paragone.

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Gianluigi Paragone
Per un opinionista, un commentatore, riuscire a rimanere invisibile nel racconto è la sfida più difficile. Francesca ha solo prestato la penna ed è riuscita nel compito arduo di scomparire in un libro in cui l’io narrante è il protagonista che ci sorprende con la sua storia semplice e drammatica. C'è un fatto che mi ha stupito, quello in cui un ragazzo per studiare riprende un cammino e si rimette in marcia… Remon, ne valeva la pena?

Remon
Assolutamente sì, perché come mi ha insegnato mio padre lo studio è una cosa importante perché ti fa diventare una persona giusta che tutti gli altri apprezzano e rispettano. Per questo io vado sempre avanti con lo studio grazie agli insegnamenti di mio padre, per diventare una persona giusta. Voglio diventare un ingegnere. 

Gianluigi Paragone
Per noi lo studio è un diritto, a volte i ragazzi italiani pensano che questo diritto sia scontato, per te non lo è stato. Tu per arrivare a ottenere questo diritto hai dovuto scavalcare mille avventure. Da dove parte il tuo viaggio?

Remon
Vivevo una vita normale come tutti fino a quando c’è stata la rivoluzione egiziana nel 2011, e sono iniziati gli scontri tra cristiani e musulmani. Da quel momento in poi la scuola è peggiorata e i compagni hanno iniziato a torturarmi. Ho perso la speranza perché non ero più sicuro di riuscire a realizzare il mio sogno. Ho provato a parlare con mio padre ma non ha saputo darmi una risposta adeguata, non ha saputo dirmi come avremmo potuto risolvere questo problema. 
 
Gianluigi Paragone, Remon, Francesca Barra

Francesca Barra
Le torture che Remon ha subito venivano dai compagni e dagli insegnanti che imponevano la loro religione. Inoltre il cugino di Remon è stato ucciso la sera di Capodanno mentre stava andando in chiesa. Quando un ragazzino capisce di non avere più la libertà, di non vivere più la vita di un suo coetaneo dall’altra parte del mondo, vuol dire uscire di casa con il terrore. E per Remon andare a scuola era diventata la possibilità di essere un uomo libero.

Gianluigi Paragone
Tu hai avuto la netta impressione che dietro ci fosse un’organizzazione, una rete del male, una tratta degli schiavi? Se qualcuno ti chiedesse di mettere in ordine quei centri, che consigli gli daresti?

Remon
Sì, c'è un'organizzazione ed è anche nei centri di accoglienza dove cercano di far scappare i rifugiati. Sicuramente cambierei la sicurezza nei centri di accoglienza perché non c’è. Sì, c’erano i turni di polizia, di finanza ecc., ma si giravano dall’altra parte. Bisognerebbe mettere dei controlli veri, che proteggano, non che guardano e basta.

Gianluigi Paragone
Ora tu diventerai un testimone con questo libro. Fino a che punto hai le spalle così larghe da andare in giro a raccontare la tua storia e perché hai voluto scrivere questo libro?

Remon
L’ho fatto prima per raccontarla alle altre persone, a chi non sa cosa significhi fare un viaggio su una barca in mezzo al mare, perché nessuno sa il dolore che si può provare là sopra, non è una crociera. Le spalle larghe ce le avrò sempre perché sono orgoglioso di me stesso.

Francesca Barra
Cosa pensi quando senti dire che tutti i migranti sono violenti?

Remon
Dicono che gli immigrati uccidono le persone, che gli immigrati sono l’Isis, che gli immigrati stuprano le donne. Ma anche un italiano può fare tutto questo perché immigrati o italiani sono sempre esseri umani e non c’è diversità.

Francesca Barra
Remon è stato fortunato nella sfortuna perché è stato accolto da una famiglia meravigliosa. Ci sono molte famiglie in Italia che decidono di mettersi in casa dei ragazzi sconosciuti che non sanno l’italiano, danno loro un letto, da mangiare, dei vestiti, li fanno entrare nella loro casa. Con coraggio si affidano a questo atto d’amore. A differenza dell’adozione, l’affido è una delle forme di amore più rischioso. Ci sono tante famiglie coraggiose di cui nessuno parla, forse perché sono un esempio troppo alto e coraggioso. La famiglia di Remon mi fa essere orgogliosa di essere italiana.
 

L'intervista di WUZ
È stato difficile mantenere un distacco nella storia di Remon? Il tuo approccio è stato puramente giornalistico o hai messo anche qualcosa di personale nel racconto?

Francesca Barra
Il libro è raccontato in prima persona da Remon, per cui assolutamente non ho applicato, come in altre storie o in altre inchieste, il mio punto di vista. Questa è la storia di Remon che ho cercato di raccontare nella maniera più attendibile possibile. Nel mio approccio con Remon non potevo essere indifferente, certamente c’è un lato emotivo che mi ha toccato profondamente e spero contagi un po’ tutti nella sua umanità.

WUZ
Mi ha toccato molto l’aspetto di disumanizzazione che Remon ha incontrato sia durante il viaggio che nel centro di prima accoglienza, quando diventa solamente un numero. Come sei riuscita a rendere questa disumanizzazione?

Francesca Barra
È talmente forte la sua esperienza, è talmente vera e autentica che non ha bisogno neanche di immagini. Lui ci ha raccontato con l’onestà dei suoi anni uno spaccato di vita che nessun altro aveva raccontato prima. Sentirlo però dal punto di vista di un ragazzo così giovane tocca chiunque, non può lasciare indifferenti.

WUZ
È nobile l’idea di aver dato spazio a una delle migliaia di voci inascoltate, ma la paura è che accada la stessa cosa che è avvenuta con la foto del piccolo siriano, tutti ci commuoviamo lì per lì, ma il giorno dopo torniamo a voltare le spalle a questa realtà…

Francesca Barra
Non ero d’accordo con la pubblicazione di quelle foto perché le ho trovate strumentali e sapevo che avrebbero fatto questa fine. Remon è vivo, è qua con noi e può essere un testimone costante, anche nelle scuole.
 

Qualche volta di notte immagino il ritorno. Sì, immagino il ritorno in Egitto. Immagino di prendere un mezzo di trasporto normale, senza rischi, e di godermi il viaggio, di guardare cosa lega e cosa separa i miei due paesi. Perché anche l’Italia ora la sento un po’ mia. Immagino di non avvisare i miei genitori, di bussare alla loro porta. Vorrei fischiare e accorgermi che mia madre sa ancora distinguere il fischio di suo figlio, come quando ero bambino. Sogno a occhi aperti che espressione farebbe mia madre nel vedersi davanti un ragazzo con qualche pelo in più sul viso, oggi molto più alto di lei, che le può dare un bacio sulla fronte piegandosi, e non viceversa. E sogno che faccia farebbe mio padre nel tenere in mano una mia pagella, vorrei vederlo fiero e commosso [...] Vivo pensando a questo incontro, e nel frattempo faccio il mio dovere, anche quando qualcuno ancora mi chiama immigrato di merda, perché passeggio sul suo marciapiede o occupo il suo posto, e sono secondo lui nel posto sbagliato al momento sbagliato.

a cura di Jessica Chia


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