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Last words. Intervista a Gabriele Tinti

Una volta giunti sull’orlo di quell’abisso vi sono coloro che resistono “fino all’ultimo” (Rilke) ed altri ai quali non va giù resistere né aspettare. Last words parla di questi ultimi. Dei “colpevoli”. Perché oggi, com’era mille anni fa e com’è sempre stato, i suicidi sono considerati “colpevoli”. Colpevoli di aver peccato contro Dio, contro il Re e contro gli uomini, contro la società. Condannati a non riavere più nell’aldilà il loro corpo, perché “non è giusto aver ciò ch’om si toglie”. Colpevoli di aver commesso un crimine supremo. Un atto di ribellione. Di essere delle aberrazioni.

Una raccolta di parole. Le ultime. Sessantanove found poems raccolti dal poeta Gabriele Tinti che testimoniano l'ultimo atto fisico lasciato su questa terra dai suicidi: quello della scrittura. Parole che si elevano e si staccano dalla carta per ricadere pesanti come gocce di piombo sulle vite di chi resta. Parole finite e senza via di scampo che lasciano intravedere l'ultimo respiro trattenuto, mentre i secondi colano via, poco prima di lasciare questo mondo. La testimonianza di un terribile atto di libertà, talmente grande che è quasi umanamente impossibile da concepire e da accettare con dignità. Così pauroso che da sempre cade nella condanna eterna.
Sono parole di dolore, le ultime, che s'incrociano in un coro di voci bianche. Di volti, di braccia e di pance che non ce l'hanno più fatta a sopportare tutto il dolore che la vita può dare. Così, solo dentro la morte, è giunta quella pace che non aveva spazio nè tempo in questa esistenza circoscritta.
Gabriele Tinti compone questo poema fatto di istanti ultimi, di voci che gridano e di altre che sussurano la loro ultima presenza. Entra nel secondo girone del settimo cerchio per dare un nome ai violenti contro se stessi. Quelli incompresi e, forse, imputati e mai perdonati. Un epitaffio lirico, pulito e denso, così come le vite che restano intrappolate tra quei fogli e l'ultimo anelito che testimoniano.


Ophelia, John Everett Millais (1851-1852)

Ha ragione Jack London. Se senti arrivare il dolore, fino al punto
da sentirti soffocare, non puoi avere dubbi: non è la morte, è
la vita. La morte non fa male. Fa male la vita, “con i suoi spasimi,
con le sue terribili sensazioni”.

(Dalla Postfazione di Umberto Curi)

L'intervista di Wuz
Da cosa nasce l’idea di raccogliere gli ultimi pensieri dei suicidi in questa sorta di epitaffio collettivo?

Gabriele Tinti
Last words è stato il naturale sviluppo dal mio lavoro sulla morte, come prosecuzione delle mie poesie con a tema i pugili e le loro sconfitte, spesso i loro suicidi, talvolta i loro omicidi. Tuttavia mentre nelle mie poesie sulla boxe, pur trattando di fatti reali, c’è la mia scrittura, questo libro è una vera e propria raccolta di found poems anche se, a dispetto della tradizione della poesia concettuale, qui non c'è semplice trasposizione di un discorso, di un articolo di giornale da una sfera linguistica all'altra, non ci sono frammenti, puzzles, composizioni di oggetti o situazioni quotidiane riscattate dalla loro banalità, accostati tra loro per suscitare déjà vu semantici. Manca qui il compiacimento, la “leggerezza” del puro gioco letterario. Qui il disegno di regia è crudo, esistenziale, emotivo, drammatico: restituire il lirismo degli istanti ultimi.

Wuz
Potrebbe sembrare, ad una lettura superficiale, che quest’opera rappresenti un elogio della morte. Ma io ci ho visto un elogio della libertà più alta che abbiamo: quello di disporre della nostra vita fino all’ultimo istante. Cosa ne pensa?
 

Gabriele Tinti
È così. “Tutto, in fondo, si riduce alla paura della morte”. Tutto quel che c'è al mondo di fondamentale è a questa connesso. Ed è per tale ragione che per imparare a vivere si dovrebbe prima “imparare a morire” ci avvertiva Nietzsche. Questa saggezza ci proviene dal mondo antico che bene comprendeva come la morte, con la sua gravità e severità, ci appartiene “fin dal nostro primo concepimento”. In proximo mors est, la morte è nelle vicinanze, è immanente alla vita, ammoniva Seneca. “Se non volete lottare, è possibile fuggire”. Questa è la nostra grande libertà, l’unica sapienza possibile.
 
Andres Serrano ""Death unknown"", The morgue, 1992; Andres Serrano ""Rat Poison Suicide"", The morgue, 1992

Wuz
Dove ha cercato questi biglietti di addio? È entrato in contatto con la famiglia, con le storie di queste persone, o sono del tutto anonime? 

Gabriele Tinti
In questo libro ho voluto mantenere per me un ruolo che potrei dire “lieve” d'una regia la cui unica invenzione è stata pensare, ideare quest'opera. Alla preliminare ricerca ha fatto poi seguito la composizione delle ultime parole dei suicidi in una collettanea, in un unico, lungo, doloroso, commovente, poema della realtà. La ricerca è avvenuta per lo più online e suoi quotidiani che citavano i tragici accadimenti e le parole che lo anticipavano. Nell’era dei socials le ultime parole scritte su carta, i biglietti di addio come ancora ce li immaginiamo, non esistono più. Facebook e Twitter sono state necessariamente le fonti principali di questo lavoro.

Wuz
Secondo me, c’è un aspetto che inquieta molto, ed è quello della pace. Molte di queste persone hanno una calma, una consapevolezza di fondo che li rende finalmente sereni. Addirittura qualcuno scrive: «Sono felice, papà. Buonanotte». È questo il limite più difficile da superare, per chi resta, per noi che leggiamo?

Gabriele Tinti
Ha ragione. Per chi ama la vita è difficile comprendere come possa esserci tanta serenità di fronte alla fine della propria esistenza. Devo dire che in questo cimitero di coloro che non hanno resistito fino all’ultimo, vengono fuori modi e motivazioni di affrontare il suicidio tra i più disparati. Chi ha deciso di farlo per amore, chi per solitudine, chi come atto di estrema consapevolezza, chi per una vita insoddisfatta, chi in seguito a una profonda depressione o per un eccesso di lucidità, chi per essere irrimediabilmente uscito da quello stato di ebrezza che è la vita, chi per voler essere finalmente qualcuno. Ciò che ne è venuto fuori è stata una rappresentazione dell’esperienza della morte che tutte queste persone hanno fatto nel mentre la comunicavano. Esperienze di vite serve e senza speranza, di vite dolenti, dolorose via crucis – la maggioranza - ma anche di percorsi consapevoli, liberati, verso la fine – così rari pure così preziosi.

Wuz
Oggi, spesso, si fa ancora fatica a parlare di suicidio “a voce alta”, c’è ancora la percezione – il senso di colpa cristiano – che addita i suicidi come colpevoli della società perché si permettono di andare contro qualcosa, che sia il destino, la natura… C’è in qualche modo, nel libro, un intento provocatorio contro quest’antica opinione comune?

Gabriele Tinti
Certamente il Cristianesimo ha giocato un ruolo importante nel colpevolizzare i suicidi e nel darne un’immagine di peccatori. Anche se il suicidio è quasi sempre stato condannato nella storia delle varie società proprio perché considerato un atto di ribellione, un atto “contro” come dici. Distaccandosi improvvisamente dal flusso collettivo della vita - dalla catena continua d’affezioni e d’amore – coloro che scelgono la libera morte si isolano ponendosi contro la società, contro la teologia, contro la scienza. Trasgredendone le leggi scelgono l’egoismo, ripiegando su se stessi si annullano e, annullandosi, rifuggono da qualsivoglia controllo. Lacerando ogni rapporto sperimentano il proprio limite, realizzano la propria volontà di tragedia, il proprio destino.
 
Andres Serrano ""Suicide by Hanging"", The morgue, 1992; Andres Serrano ""Sleeping Pill Overdose"", The morgue, 1992

Wuz
C’è un biglietto d’addio che l’ha colpita in modo particolare?

Gabriele Tinti
Sì, quello che abbiamo deciso di inserire nella quarta di copertina:
«Conto alla rovescia per 45 minuti…Che cosa dovrei fare in questi 45 minuti?»
Questa interrogazione è potente, barbara. È un urlo che ci inchioda all'oscenità, alla paura del tempo che rimane, che la vita cerca disperatamente di sottrarre alla morte. Queste parole, come d’altronde tutte quelle inserite, sono vere, vero turbamento. Sono “sangue, sincerità, fiamme” come direbbe Cioran. Disturbano. Mettono in crisi. Illuminano.

Wuz
Nella letteratura riaffiora sovente il tema del suicidio. Quest’atto è imprescindibile dal bisogno di lasciare qualcosa di fisico in questo mondo. E la parola, molto spesso, è il mezzo migliore con cui farlo. Risiede anche in questo, il lirismo del suo progetto? 

Gabriele Tinti
Senz’altro. Queste ultime parole sono pronunciate, scritte, da persone comuni, non da attori, non da scrittori, non da personaggi dello spettacolo. Non c’è in coloro che le hanno scritte una ricerca della composizione, sul linguaggio, ma c’è il desiderio di comunicare ancora. Questo desiderio si raggruma in un’intensità fuori dall’ordinario proprio perché muove da una solitudine senza scampo. Ognuno di questi suicidi diventa lirico nel momento in cui dice, parla una esperienza così al limite, così potente. In questo modo – solo così, soltanto vivendola e dandole voce e non osservandola dall'esterno come facciamo noi scrivendone - sono capaci di svelarci l'immensa tragedia del nostro “essere per la morte”, di ricondurci di fronte alla comprensione dell'inelluttabilità del patire, della nostra impotenza al dolore, dell'impossibilità di replicarvi, di sapere di dover subire. Di essere esposti e di dover resistere o di dover non necessariamente farlo.

Wuz
Come mai ha scelto di corredare la sua opere con le fotografie di Andres Serrano?

Gabriele Tinti
Con Serrano abbiamo deciso di collaborare perché ci siamo accorti che vi sono molti cadaveri morti per suicidio nella sua, oramai storica, serie The morgue e abbiamo capito che le sue immagini erano perfette per accompagnare il libro. In The Morgue, l’obiettivo del fotografo si concentra sui corpi arrivati all’obitorio, talvolta ancora quasi perfetti, altre volte decomposti, mutilati, dilaniati. Ritratti in composizioni rigorose, dall’illuminazione sceneggiata e dai colori accesi, i morti vengono estetizzati, viene mostrata la meraviglia e la bellezza, crudele, brutale, della morte. Ho cercato di fare lo stesso lavoro utilizzando non l’immagine ma il linguaggio. Mettendo assieme le ultime parole, organizzandole in una sorta di climax, componendole, estetizzandole pur intervendo il meno possibile. Trattare queste parole, leggerle tutte, è stato un lavoro terribile, immagino sia stato come entrare nell'obitorio per Serrano. Forte s’è fatto avanti l’odore della morte. Come spesso accade, com’è accaduto a me, è l’arte a spingere e ispirare la scrittura. Ne è venuto fuori un libro, Last words, crudo, essenziale, vero, al di là della letteratura, della finzione, persino della poesia.

a cura di Jessica Chia


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