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Sangue giusto di Francesca Melandri

“Ilaria chiude gli occhi, appoggia la faccia al palmo della mano. È quasi calata la notte. La luce azzurra dello schermo le illumina la fronte e la punta del naso che sbuca tra le dita. A occhi chiusi, tutte le cose che ha appreso su suo padre nel giro di poco più di due giorni le si aggrovigliano in quel punto imprecisato in mezzo agli occhi che identifica come luogo della propria coscienza. Si sente uno di quei profeti stupidi che hanno osato dire al numinoso «Rivelati!» e finiscono accecati. Ma questa non è un’epifania, semmai il suo contrario: l’oceano della realtà non si può versare in una tazzina. Almeno non tutto insieme.”

Libro candidato al PREMIO STREGA 2018


Con il suo nuovo romanzo, Sangue giusto, Francesca Melandri scava nell’oscuro e infame passato colonialista italiano. E lo fa tramite la storia di una famiglia, le ipocrisie e i segreti che vengono alla luce insieme a quelle vicende scomode e vergognose che per anni si è cercato di cancellare dalla storia italiana.

Ilaria Profeti, dopo una faticosa giornata, sale le scale del suo palazzo all’Esquilino, quartiere multiculturale di Roma, crogiolo di etnie diverse, pensando solo a riposarsi. Ma ad attenderla davanti alla porta c’è un ragazzo etiope. Sostiene di chiamarsi Shimeta Ietmgeta Attilaprofeti e di essere il nipote di Attilio Profeti, il padre ultranovantenne di Ilaria, e Abeba, la donna con cui Attilio ha avuto una relazione clandestina durante l’occupazione italiana in Etiopia. Ilaria pensa che sia uno scherzo, ma il ragazzo le mostra il suo documento, in cui quel nome, Attilaprofeti, è stampato a chiare lettere. Ilaria comincia così a dubitare che possa essere vero; d’altronde, il padre di segreti ne ha avuti nella sua vita. Per anni ha tenuto nascosta una seconda famiglia e un quarto figlio, suo omonimo, frutto della relazione con l’amante che è poi diventata la sua seconda moglie. Ed è proprio a questo fratello più giovane che si rivolge Ilaria per far fronte alla situazione.

Ilaria inizia così a scavare nel passato del padre, scoprendo più di un segreto scomodo. Ilaria, nemica assoluta dell’ipocrisia si ritrova ad avere a che fare non solo con le falsità su cui il padre ha costruito tutta la sua vita, ma con quelle dell’intero Paese, che ha tentato di nascondere il proprio passato decisamente poco onorevole, che ha voltato la testa di fronte alle atrocità commesse durante l’occupazione dell’Etiopia, e che continua a far finta di niente davanti al problema dell’immigrazione e agli sporchi interessi che la cooperazione italiana continua a condurre in Africa. Ilaria si scontra con l’ipocrisia dell’occidente davanti alla disperazione di persone che scapano per trovare una vita migliore, e tra viaggi infernali e la detenzione nei paesi “civili” che li accolgono, perdono ogni traccia di dignità umana che gli è rimasta.

Attilio Profeti è stato un uomo fortunato nella sua vita, aiutato in gran parte dalla sua bellezza. È il tipico uomo che cade sempre in piedi. Ha saputo cogliere le giuste occasioni, non facendosi troppi scrupoli, e accettando più di una “bustarella” durante la sua soddisfacente carriera ministeriale. Come ha condotto la sua vita, cercando di eliminare un passato vergognoso, così per contrappasso, ora che è anziano, ha perso completamente la memoria, spesso non riconosce neanche i propri figli. Ilaria quindi non potrà avere un confronto con lui: verrà a conoscenza della vera storia del padre solo tramite le sue ricerche alla biblioteca nazionale, dove trova un trattato sulla razza con il nome quest’ultimo, e tramite una scatola ritrovata dalla madre in soffitta: una scatola in cui trova le lettere del figlio non riconosciuto, e foto del periodo etiope, immagini degli effetti devastanti del gas Iprite sui corpi martoriati degli etiopi. Il padre, nonostante tutto, ha mantenuto una debole traccia del suo passato.

Con questo libro Francesca Melandri ci mette di fronte alle nostre colpe, come paese e come individui: l’ipocrisia del nostro passato, ma anche del nostro presente. E lo fa con un romanzo architettato in modo magistrale, in cui il passato di Attilio e il presente di Ilaria si incastrano alla perfezione – e non a caso la Melandri ha un passato da sceneggiatrice – in una narrazione molto scorrevole. Dopo 521 pagine da leggere tutte d’un fiato, quello che rimane è la rabbia, e il senso di colpa. Per essere bianchi e privilegiati, per essere nati dalla parte “giusta” del mondo, per avere un “sangue giusto”, portatore di privilegi arbitrari.

di Flavia Scotti


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