Segnali di fumetto

Gabriella Giandelli: “Disegnare per raccontare in profondità”

Illustrazione di Gabriella Pezzani

Illustrazione di Gabriella Pezzani

Il disegno è stranissimo, perché ti specchi continuamente in ciò che crei, ti vedi e ti rispondi e ti arrabbi con te stesso: non ci si fa sconti, se non ci raggiungi quanto ti sei prefissato ti incazzi da morire. Però io ne ho bisogno: se non lo faccio comincio a diventare veramente molto triste. Per me disegnare è una necessità

C’è una sorta di timore reverenziale, nella voce di Gabriella Giandelli, quando ci parla di disegno, linee e colori. L’artista medita a lungo prima di rispondere e soppesa le parole, quasi che il linguaggio dell’arte, antico incantesimo, meritasse un’attenzione particolare, venata di affascinata apprensione. La stessa con cui tratta il tema delle relazioni umane, che nelle storie dell’illustratrice milanese sono sempre caratterizzate da una forte componente di ambiguità e di inquietudine di fondo, come emerge in Interiorae (Coconino 2010).

Sono convinta che ogni persona sia un mistero, che in ognuno ci sia una complessità interiore che difficile tradurre con semplicità. E tendo a voler sottolineare quest'aspetto negli esseri umani, perché penso che nelle relazioni ci siano degli errori continui, dei fraintendimenti, dei non detti, delle differenze di sentire

Interiorae
Interiorae Di Gabriella Giandelli;

Un condominio come tanti, in apparenza. Uomini e donne vivono le loro ordinarie esistenze. Ma in cantina, nelle viscere del palazzo, il misterioso Grande Buio e il Coniglio suo emissario osservano gli inquilini e si nutrono dei loro sogni.

Il tema del non detto è centrale anche l’ultima fatica dell’autrice, Lettere da un tempo lontano (Logos 2019), graphic novel ambientata in uno straniante limbo in cui la riflessione sulle proprie relazioni passate porta a una più profonda indagine del proprio Io.

Nella storia, i protagonisti appaiono soggetti una strana maledizione: quella della condanna all’incomunicabilità. E dopotutto, se l’universo tratteggiato da Giandelli potrebbe a prima vista essere scambiato per un Eden, si sa fin dai tempi di Milton che ogni Paradiso è necessariamente un Paradiso Perduto. Nella dimensione sospesa illustrata dall’artista, l’uomo è rappresentato in tutti i suoi difetti. Primo fra tutti, la smania di dominio.

In tutto questo percorso umano di ricerca del controllo, viviamo una situazione dove però si fa sentire anche una componente diversa, quella della natura. È una forza ambivalente: ti accoglie come una madre, ma ti può sopraffare senza nessuna pietà da un istante all'altro. La trovo un’immagine davvero potente

Lettere da un tempo lontano
Lettere da un tempo lontano Di Lorenzo Mattotti;Lilia Ambrosi;Gabriella Giandelli;

Sei racconti che portano delicatamente alla luce le nostre fragilità e lo sforzo costante di trovare nei sentimenti, nelle illusioni e nei ricordi la presa su una vita che sembra sempre sul punto di scivolare via dalle mani.

Un’immagine che emerge magnificamente nelle tue tavole: quando ti sei resa conto che il tuo talento per la narrazione attraverso parole e immagini sarebbe potuto diventare la tua strada?

Mi è sempre sembrato un percorso molto istintivo, molto di pancia, anche se credo che per il disegno la pratica sia fondamentale. Quando ho iniziato erano gli anni Ottanta, e a quei tempi c'era possibilità di esser giovani, proporre delle cose e avere un riscontro economico tale da farti dire “provo a farlo diventare un mestiere”. Da allora è stata solo merito della voglia di insistere e di farcela: ho sempre avuto la necessità di esprimermi col disegno. Perché per me il disegno ha questa capacità di raccontare in profondità, a vari livelli.

E stratificato e versatile è anche il tuo talento: sei illustratrice, fumettista, autrice di graphic novel… eppure nelle tue tavole sembri lavorare per sottrazione...

Anche guardando le movenze che hanno i personaggi all'interno delle graphic novel, mi sono resa conto che i loro gesti sono quasi congelati, non c'è dinamicità. C'è una staticità forte, come se fossi alla ricerca di un’allegoria, o come se volessi trovare il simbolo di un sentire: tutto avviene togliendo di mezzo tutto ciò che non aiuta questa lettura. In me c’è un desiderio quasi istintivo di arrivare alla nudità delle cose.

Nelle tue tavole la componente animale è molto presente: cosa ti affascina di più dell’universo faunistico?

Ho una forte idealizzazione degli animali, perché in loro vedo un'innocenza che non riesco a vedere negli esseri umani. Mi affascina la loro libertà. Una libertà pura, che non è mai a scapito degli altri. E in loro riconosco molta saggezza, per questo nelle mie storie li faccio spesso parlare. È come se dicessero a chi li osserva: "Fermati, stai sereno, viviti quello che c'è da vivere".

Hai parlato degli anni Ottanta come il periodo in cui ti sei affacciata sulla scena artistica. Cosa pensi che sia cambiato nella fruizione del fumetto negli ultimi 25-30 anni?

Non pretendo di essere una fine analista, ma una cosa la noto: negli anni Ottanta esisteva un mondo del fumetto che aveva tante diverse espressioni. C'era quello popolare, quello d'autore, ma questo medium non veniva catalogato in maniera definitiva perché c’era una forte compenetrazione fra le discipline. Adesso, con la nascita delle graphic novel, io ho visto chiudersi dei collegamenti, invece che aprirne di nuovi. Da un punto di vista del marketing questa scelta serve per definire dei prodotti e mettere tutto in una casella, mentre invece a quel tempo – anche per via dello spirito di quegli anni – di caselle non ce n'erano.

Hai collaborato spesso con Lorenzo Mattotti: com’è lavorare con lui?

Lui per me è un maestro: quando è uscito Il signor Spartaco per me è stata un’illuminazione: quel tipo di colori, quel modo di usare le matite e quella libertà di sperimentare nel linguaggio del fumetto io non l'avevo ancora mai vista. Ho pensato "Wow, quindi si può fare". In seguito, per circostanze veramente molto fortunate, l'ho conosciuto, ed è stato un grande regalo poter parlare con lui e vedere come lavora. Siamo diversissimi come disegnatori, però mi nutre vedere sul lavoro. Scoprire il suo immaginario, il modo in cui si evolve e si scompagina.

È una visione molto dinamica dell’arte, anche perché disegnare una graphic novel alla fine è un po’ come fare dei film su carta.

Questa metafora cinematografica è proprio l'espressione giusta: a un certo punto ho frequentato una scuola di cinema e mi sono diplomata in regia. E ho sofferto come un cane, perché io adoro il cinema e volevo veramente farne parte, ma mi sono accorta che sono un animale solitario e il cinema non funziona così. Quando sono da sola nel mio studio sto benissimo, sento che è la mia dimensione. Sono fatta così. Nella vita ci sono stati momenti in cui ho cercato di forzarmi e non ha mai funzionato. Ora so che è questo il mio modo per essere creativa.

I libri di Gabriella Giandelli

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