Strade di carta

L’incomunicabilità

Illustrazione digitale di Gaetano Di Riso, 2021

Illustrazione digitale di Gaetano Di Riso, 2021

Il libro di cui hai bisogno si trova accanto a quello che cerchi

Aby Warburg

«Tevebevedere acipacitapp! Acipacitapp?... Buturü gebece acipacitapp…»

(Epepe, Ferenc Karinthy, Adelphi, 1970)

Immaginate che qualcuno vi apostrofi con la frase che avete appena letto. E di fronte al vostro sguardo disorientato, la ripeta insistentemente. Ora immaginate che tutti intorno a voi parlino così. La sensazione immediata è quella di essere separati dal mondo da un muro di incomunicabilità. La lingua è la principale chiave d’accesso a una comunità; imparandola, non apprendiamo solo delle nozioni grammaticali, ma ci conquistiamo una collocazione all’interno di una società. Questo purtroppo non accade a Budai, protagonista del libro Epepe, quando sbarca per errore in un paese sconosciuto dove deve fare i conti con una lingua incomprensibile. Fatto curioso per lui che da linguista specializzato in ricerche etimologiche, ha familiarità con decine di lingue diverse, comprese quelle morte. Eppure, sebbene la città in cui approda Budai venga descritta come piena di folle oceaniche che si riversano ogni giorno nelle vie del centro, nessuno sembra interessato a intrattenere una conversazione con lui.

Per comunicare, infatti, occorre una volontà condivisa: quella di costruire una rete simbolica che ci permetta di intessere una relazione, ma c’è stato un tempo in cui questa volontà è stata addirittura una necessità: come homo sapiens, imparare a comunicare con i nostri simili è stato ciò che ci ha permesso di evolvere e costituirci in società organizzate. Ecco perché, quando mi è capitato tra le mani L’alba del linguaggio (di Sverker Johnasson, Ponte alle Grazie, 2021), mi è tornata immediatamente alla mente la cocciutaggine di Budai e il suo rifiuto di accettare di vivere come monade. Nel suo libro, infatti, Johnasson, nel raccontarci il momento di passaggio tra una forma di comunicazione ancora appena abbozzata e un vero e proprio linguaggio capace di elaborare anche concetti astratti, sottolinea proprio che la tenacia nel voler stabilire un contatto con gli altri individui, che andasse oltre la trasmissione di informazioni basilari e contingenti (fame, pericolo, paura), è un atto squisitamente umano che risuona fortissimo anche in un altro libro, questa volta di fantascienza, che ho letto subito dopo il saggio sul linguaggio (questo, a dimostrazione che i libri ci chiamano e in qualche modo forse “si” chiamano).

Si tratta del testo di René Barjavel La notte dei tempi (L’orma editore, 2020, ma l’originale francese è del 1968) libro che ho amato anche se sulle prime mi ha lasciato un senso di claustrofobica incomunicabilità ancora più feroce rispetto all’inizio di Epepe. Una spedizione francese in Antartide trova, ibernati sotto i ghiacci, un uomo e una donna, che le prime rilevazioni farebbero risalire a 900.000 anni fa. La cosa ha dell’incredibile dato che l’origine dei Sapiens è datata intorno ai 300.000 anni fa. Quando la donna, Elea, viene riportata alla vita per essere studiata e si ritrova legata ad un lettino, circondata da persone che parlano lingue a lei incomprensibili, incapace di comunicare anche solo un bisogno primario come quello di mangiare, sperimenta una solitudine inconsolabile che mi ha molto ricordato quella di Budai. E non traendo alcun nutrimento dalle pietanze che le vengono offerte in un disperato tentativo di non farla morire di fame, Elea si arrende, chiusa nel suo mutismo, a un lento deperimento apparentemente senza soluzione. Anche qui la spinta vitale di instaurare un contatto avrà la meglio perché in questo caso il superamento dell’incomunicabilità coincide con la speranza di vivere. Su questo tema mi torna alla mente un esperimento (forse leggendario più che scientifico) che volle fare Federico II di Svevia, con lo scopo di scoprire la lingua umana originaria. Fece allevare un gruppo di neonati in assoluto silenzio, le nutrici che li allattavano, non potevano avere nessun tipo di interazione verbale con loro. Si dice che quei neonati morirono tutti.

L’alimentazione e la comunicazione sembrerebbero dunque intimamente collegate nell’assicurare la sopravvivenza di un individuo, eppure nella contemporaneità a volte sono le stesse scelte alimentari individuali che rendono impossibile la comunicazione: dispute tra vegetariani e carnivori, incomprensione verso chi si nutre di insetti e polemiche tra chi considera alcuni animali pet e altri cibo e chi invece non concepisce tale classificazione. Se volete provare a capire le scelte di chi vi circonda, leggetevi Buono da mangiare (Einaudi, 1990) di Marvin Harris, libro-manifesto del materialismo culturale che ci aiuta ad abbattere il muro dell’incomunicabilità e ci accompagna in un viaggio di pacificazione verso tutte quelle persone con cui proprio non riusciamo a comunicare se si parla di cibo. Qui non è in gioco la nostra sanità mentale, come per Budai, la nostra evoluzione come per i nostri antenati e nemmeno la sopravvivenza, come nel caso di Elea, ma vale comunque la pena fare un tentativo!

Concludo con un libro che, seppur ironicamente, porta alle estreme conseguenze la sensazione di cui vi parlavo all’inizio dell’articolo. In La terribile lingua tedesca (Quodlibet, 2021, originale 1880) un indignato Mark Twain sfoga il suo viscerale odio per la lingua tedesca, che ha provato ad apprendere in più occasioni, fallendo sempre miseramente. Dal genere dei sostantivi da imparare a memoria, alle chilometriche parole composte, ogni aspetto di questa lingua è messo alla berlina dallo scrittore americano che arriva a sostenere che è una lingua così inutilmente complessa che solo i morti avranno tempo di impararla. Il libro di Twain è chiaramente ironico, ma quando l’ho letto ho pensato a cosa possa voler dire arrendersi di fronte al muro della non comunicazione: l’impossibilità di comunicare porta all’incapacità di capirsi che a sua volta conduce a una non volontà di accogliere la posizione dell’altro e questo è un tema su cui vale sicuramente la pena riflettere.

I libri consentanei di Enrica Antonini

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