Strade di carta

Ferite aperte

Illustrazione digitale di Gaetano Di Riso, 2021

Illustrazione digitale di Gaetano Di Riso, 2021

Il libro di cui hai bisogno si trova accanto a quello che cerchi

Aby Warburg

Se a provocare una ferita al centro del petto fosse un libro, un film o una canzone, questa inizierebbe a sanguinare facendomi sentire viva, in modo doloroso, certo, ma viva! Ecco perché accolgo sempre con passione le storie che mi risvegliano dal torpore, quelle che mi scuotono nel profondo e mi rivoltano come un calzino; sì, in fondo è questo che andiamo cercando: emozioni forti.

La scorsa primavera, quando uscì il libro di Paolo Nori Sanguina ancora, pensai che sì, ci sono libri che mi hanno inferto ferite dalle quali non sono guarita nemmeno a distanza di anni, e non è detto che voglia farlo. L’incredibile vita di Fëdor Michailovic Dostoevskij, come recita il sottotitolo, è solo una parte di quello che in realtà rappresenta questo libro che, tra le altre cose, ci racconta della possibilità di eliminare la distanza tra scrittore e lettore e di come l’incontro con un grande autore possa cambiarci per sempre. È quello che è successo a Paolo Nori quando lesse per la  prima volta Delitto e castigo: racconta che fu un’esperienza che lo stravolse, per via del libro, certo, del resto Raskolnikov è un personaggio che difficilmente si dimentica, ma anche e soprattutto per l’impatto emotivo che questo ebbe su di lui, un ragazzo di quindici anni che improvvisamente si rese conto che qualcuno, uno sconosciuto, uno morto da anni e vissuto a migliaia di chilometri di distanza da lui, era come se sapesse cose di lui, lettore, prima ancora che venisse al mondo! C’era da restare sbalorditi, e feriti. Leggo i libri di Paolo Nori da più di vent’anni, poi un paio d’anni fa mi ha fatta incazzare per qualcosa, non ricordo neanche più cosa, e lasciai che i suoi ultimi lavori mi passassero davanti agli occhi senza che io li comprassi, “aspetterò l’edizione economica”, mi dicevo, ma poi non li compravo; questo fino a Sanguina ancora, sarà che a quel punto la rabbia mi era passata o sarà stato per via della copertina con le facce di Dostoevskij, non seppi resistere oltre e lo portai a casa con me il giorno stesso dell’uscita. Ho fatto bene, non fosse altro che il buon Paolo ha uno stile immediatamente riconoscibile, scrive delle cose che, quasi sempre, mentre leggo mi scappa da ridere a voce alta, come nel caso di questo passaggio: «C’è una battuta, a proposito di battute, che la diceva sempre il maestro Liverani “La battaglia contro la coglionaggine comincia da sé stessi”. Ecco io, per quanto possa essere poco interessante, io devo dire che la mia coglionaggine non la combatto, la assecondo. Mi piace, quando mi accorgo di essere un deficiente, sono momenti memorabili. E, per quanto possa essere immodesto, ho l’impressione che a Dostoevskij succedesse la stessa cosa».
La mia personale ferita sanguina da sei anni e mi è stata inferta da un vichingo: Karl Ove Knausgaard. Chi ha detto che uno scrittore per essere ispirante alla maniera dei grandi debba essere morto e sepolto si sbagliava. Ho scoperto Knausgaard nel 2015 e da allora qualcosa è cambiato. La morte del padre è stato come un sapore che non avevo mai assaggiato, un tuffo in un mare dove non avevo mai nuotato, un profumo che non avevo mai sentito. Quanto coraggio e quanta imprudenza ci vogliono per iniziare un’opera con la descrizione minuziosa della vita che abbandona un corpo e di quello che succede a questo corpo? Amore a prima pagina dunque, la prima di quelle che poi sarebbero state oltre tremila, a formare un’opera straordinaria che lui ha, giustamente, battezzato come "La mia Lotta".
A distanza di anni e dei sei volumi letti devo dire che quello che mi ha lasciato una lacerazione mai rimarginata è stato il secondo, Un uomo innamorato in cui l’autore affronta nel suo stile personale e intimo il lento e impietoso deperimento di una relazione. È curioso come oggi, mentre scrivevo, mi sia ritrovata a sfogliare il secondo volume di Knausgaard e mi sia imbattuta in un pezzo su Dostoevskij e sulla questione del nichilismo che tanto cattura l’animo degli adolescenti: anche Karl Ove, come Paolo Nori, dunque, si imbatté nel buon Fëdor negli anni della fanciullezza. Continue connessioni…il potere della letteratura!
Dalla Russia siamo passati alla penisola scandinava e ora ci spostiamo in Canada, perché è dalle immense distese di conifere che proviene la scrittrice che nella primavera del 2015 (annata memorabile per la sottoscritta in quanto a scoperte letterarie) mi rapì anima e cuore aprendo una ferita con il suo I miei piccoli dispiaceri, una ferita che negli anni a venire mi procurò non poche emozioni in termini lavorativi e personali. Il romanzo di Miriam Toews, delicato e fragile come lo scheletro di un uccellino, narra una storia nata da un dolore vero e tuttavia spassosa, brillante, unica! Non avevo mai letto niente di così irresistibile prima: «Cos’aveva detto delle biblioteche e della civiltà? Fai una promessa, aveva detto, prometti di restituire il libro, prometti di tornare. Quale altra istituzione opera in una simile buona fede?» Madre, figlia, sorella, quale altra combinazione riesce meglio in letteratura? Secondo me nessuna. Il tema è scottante e parecchio discusso, si parla di eutanasia, di mal di vivere, perché nella famiglia di Miriam la depressione è una tara familiare che lascia poco spazio alle divagazioni. Eppure, non c’è spazio per la commiserazione, solo per quello che veramente ha importanza: la famiglia. Imperfetta, sfasciata, talvolta da buttare via, ma pur sempre la famiglia, che cosa c’è di più importante? Niente.
A distanza di sei anni da quell’epifania letteraria, mi sono ritrovata a bordo di un catamarano che da Palermo mi portava a Ustica e… SBAM! Di nuovo quello squarcio, benvenute Aurora ed Emma! Felice di conoscerti Larry McMurtry. Strabiliante come un uomo abbia saputo dare vita a un personaggio femminile come Aurora Greenway; mi sono divertita immensamente leggendo Voglia di tenerezza e ho dovuto fare i conti con la mia compostezza: in certi passaggi c’è mancato poco che mi trasformassi in Annie Wilkes, quando piroetta in modo inquietante, stringendo al petto prosperoso l’ennesimo libro della serie di Misery del povero e incredulo Paul Sheldon.

Adesso sto leggendo delle cose, una di queste sta facendo breccia nel mio cuore già dalle prime pagine, chissà quali e quante altre letture mi farà tornare in mente; resto sempre all’erta di fronte alle connessioni che si aprono come finestrelle su panorami mai dimenticati mentre leggo una storia che mi porta lontano.
Stay tuned!

I libri consentanei di Caterina Pusateri

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