Sapore di sala

L’eredità di Andrej Tarkovskij a novant’anni dalla nascita

Occorre una premessa: Tarkovskij è nato nel 1932, in piena "era Stalin", periodo in cui era quasi impossibile, per un artista, esprimersi liberamente. Questa condizione ha represso diverse generazioni, ed è corretto, quindi, omologare i cineasti agli scrittori.

Le vicende di autori, cosiddetti dissidenti, come Solženicyn, Pasternak, Bulgakov, sono note: scrivevano le loro opere, non allineate al regime, e ne subivano conseguenze gravi, prigione, deportazione, o peggio.

Il percorso era, generalmente, questo: sei nei tuoi anni vulnerabili, la formazione, la propaganda, la cultura ti dicono che il popolo sarà affrancato da tutti i bisogni grazie allo Stato, che i capi ti tuteleranno. Che sarai un uomo libero e felice. Poi il percorso, la vita mettono a nudo l’utopia, il sogno evapora. E così per l’artista, spirito libero per definizione, si pone una visione diversa, quella del dolore, della consapevolezza e della critica, e della missione ad agire.

La nascita di Andrej è "fortunata", suo padre è poeta, e la madre è donna colta e dalla forte vena mistica. Così l’ambiente ateista degli istituti che frequenta contrasta con la sua prima educazione. Tuttavia la Russia è sempre "madre" e ha avuto un ruolo decisivo nella Guerra mondiale.

Un forte segnale, in questo senso, è il primo film realizzato, L’infanzia di Ivan (1962) che racconta la vicenda di un ragazzino che ha visto i genitori uccisi dai tedeschi. La guerra gli porta via l’infanzia: decide di battersi contro i nazisti, raccoglie informazioni importanti per i russi. Scoperto, viene impiccato. E così il regista decide di credere ancora nei valori sovietici, ma niente propaganda, bensì una forte estetica con momenti che toccano la poesia. Leone d’oro alla Mostra di Venezia.

Quattro anni dopo, Tarkovskij rivede il suo orizzonte con Andrej Rublev, e si oppone al regime sovietico attraverso la vita di uno dei maggiori decoratori di icone del Quattrocento.  La censura sovietica si esprime in questi termini: l’opera è viziata da gravi errori ideologici e, pertanto, lontana dalla comprensione delle masse. 

Solaris (1972): un astronauta riceve un messaggio da una piattaforma che ruota intorno al pianeta Solaris. Accadono cose inspiegabili: viene organizzata una spedizione. Non c’è dubbio che il film “risenta” di 2001: Odissea nello spazio, di quattro anni prima. Ma il regista evolve i contenuti attraverso una visione della vita che comprende l’inconscio e il mistero. Gran Premio della giuria di Cannes.    

Il rapporto fra il trascendente e il reale della vita è ormai diventato il mantra accreditato dell’artista ed è anche il tema di Lo specchio (1975). È lo stesso Tarkovskij a raccontare: "Il protagonista è un uomo sui quarant’anni che si sforza di fare un bilancio della vita precedente. In tre storie. La prima riguarda l’infanzia, la seconda è composta dagli avvenimenti storici. La terza è formata da ragionamenti psicologici che sono la sintesi di tutto."

Nostalghia è la storia del viaggio in Italia di un critico musicale russo che cerca di ricostruire un episodio della vita del musicista Andrej Sosnovskij, vissuto nel Settecento. L’ambiente sono i Bagni Vignoni, località termale non lontana da Siena. Il film fu di nuovo premiato a Cannes e, ancora una volta, il regime non gradì, negando al regista il rimpatrio.  

Nel 1986 Tarkovskij scopre di avere un tumore; gira Sacrificio, che è la sua sintesi, e il suo testamento ecumenico ed emergono tutti i segnali della sua missione: l’impegno morale, la ricerca della bellezza e della purezza, il nodo che lega il misticismo ai valori terreni. Porta a termine il montaggio. Muore.

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La filmografia di Andrej Tarkovskij

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