Sapore di sala

30 anni senza Marlene Dietrich, come si diventa una diva

Il 6 maggio 1992, il mondo diceva «addio» a Marlene Dietrich: emblema del divismo e icona del cinema della prima metà del Novecento. Adottata da Hollywood ma originaria di Schöneberg in Germania, la star diventò simbolo antinazista e della Resistenza sulle note di Lili Marleen, la canzone che la consacrò a paladina della libertà, durante la Seconda Guerra Mondiale. Vamp glaciale e dell’aria aristocratica, la «divina» Marlene visse amori bisessuali (tra i più famosi, Ernest Hemingway e Édith Piaf) indossando con nonchalance lo smoking da uomo, anche fuori dal set. Un’allure unica che faranno di lei pioniera dello stile gender fluid. 

Gli inizi 

Figlia di un ufficiale prussiano, cresce in un ambiente borghese. Concertista mancata, Marlene eccelle nel violino prima di slogarsi il legamento dell’anulare sinistro. Dopo il diploma all'Accademia di Berlino, inizia la sua carriera come ballerina e cantante di cabaret. Ad aprirle le porte del cinema è Rudolf Sieber, un aiuto regista che procurò a Marlene la sua prima audizione nel film del 1929 Die Frau, nach der man sich sehnt. Al provino, l’attrice lasciò tutti di stucco, presentandosi con vistosi guanti verdi e boa di struzzo. Sieber fu anche l’unico marito di Marlene e, malgrado fosse a conoscenza delle relazioni extraconiugali della moglie, non volle mai divorziare da lei.

Il connubio artistico con Stenberg 

Marlene Dietrich entra nella leggenda a cavallo di una sedia ne L’angelo azzurro (1930) di Josef von Sternberg. Pigmalione e «padrone assoluto» che la plasmò, spalancandole i cancelli di Hollywood e trasformandola nella femme fatale per antonomasia. Folgorato dal provino, in cui l’attrice arrivò «stanca e annoiata», il regista statunitense di origine austriaca la scelse per l’indimenticabile ruolo di Lola Lola: la danzatrice in guêpière e cilindro che seduce fino alla pazzia un professore di ginnasio. Con sette film memorabili girati insieme, Dietrich e Stenberg formano una delle coppie d’oro dell’era classica del cinema americano. Un sodalizio artistico che raggiunge il culmine nel successivo, Marocco (1930). Marlene in frac bacia una spettatrice durante il suo numero di varietà, nel primo bacio lesbico della storia del cinema. Un ruolo che le valse la candidatura all'Oscar come migliore attrice, l’unica della sua gloriosa carriera. Con Shanghai Express (1932) s’impose, definitivamente, a icona glamour grazie a un look studiato con nei minimi dettagli: abiti scuri che la snellissero, guanti in pelle Hermes e piume nere di gallo da combattimento. La Paramount la mise in contrapposizione a Greta Garbo, la star scandinava della MGM. Vantando le gambe più sexy del mondo, la Dietrich sarà la prima diva a farsele assicurare.

Gli ultimi anni 

Negli Anni Cinquanta, la Dietrich regalò ancora straordinarie performance nei classici Paura in palcoscenico di Alfred Hitchcock, Testimone d'accusa di Billy Wilder e L'infernale Quinlan di Orson Welles. L’ultima, iconica, interpretazione fu quella della signora Bertholt. Una nobildonna tedesca, vedova di un ufficiale della Wehrmacht in Vincitori e vinti, capolavoro corale di Stanley Kramer del 1961 che ricostruisce in chiave romanzesca il processo di Norimberga contro i criminali di guerra nazisti. La Dietrich ebbe molti problemi a recitare la scena in cui il suo personaggio afferma che i civili tedeschi non erano a conoscenza delle atrocità commesse dal governo nazista, durante la guerra. Il risentimento fu tale che, alla vigilia delle riprese, la star vomitò. Solo dopo il consiglio di Spencer Tracy, Marlene è stata in grado di girare quella sequenza. La diva delle dive si spense nel suo appartamento parigino all’età di 90 anni. Fu sepolta al cimitero Friedhof III di Berlino.   

Gli altri sapori di sala

I film di Marlene Dietrich:

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