Sapore di sala

Francesco Rosi, la cronaca raccontata attraverso la fiction

Francesco Rosi (1922-2015) nasce nel 1922.
Quell’anno regala alla cultura e allo spettacolo italiano gente come Pasolini, Gassman, Fenoglio, Tognazzi.
E se allarghi appena la finestra del tempo, ecco Primo Levi (’19), Fellini (’20), Sordi (‘20), Manfredi (’21), Sciascia (’21), Mastroianni (’24), fra gli altri. E poi arriva Rosi, regista e autore decisamente importante.

Nel panorama del cinema italiano, quando questo era grande e dettava legge, il suo nome campeggiava a pieno titolo.
Attraverso una certa chiave, Rosi ha dominato un genere, quello della cronaca raccontata attraverso la fiction drammatica.
Rosi ci metteva del suo, ed era sempre un contributo che dava qualcosa di più, in termini di rigore e morale, e non era mai improprio.
Diceva: «Cercare con un film la verità non significa voler scoprire gli autori di un crimine, ciò spetta ai giudici e poliziotti, i quali lo fanno a volte a prezzo della vita e a loro va il nostro pensiero riconoscente. Cercare con un film la verità significa collegare origini e cause degli avvenimenti narrati con gli effetti che ne sono conseguenza».

I contatti di Rosi giovane non sono banali. È aiuto regista di Visconti in La terra trema. In seguito lo sarà di Antonioni e Monicelli. Sceneggia Bellissima di Visconti e collabora con Emmer e Zampa. I primi titoli da regista sono La sfida (1958) e I magliari, già promettenti. Ma nel 1962 eccolo firmare in prima persona Salvatore Giuliano, grazie al quale compirà un impressionante salto di qualità.

La sintesi: secondo il suo stile Rosi usa Giuliano, il bandito più popolare d’Italia, quasi una leggenda, ucciso in carcere il 5 luglio del 1950, per estendere il racconto agli interessi economici e politici della mafia siciliana.

Come Luchino Visconti, che ha attinto ai grandi autori letterari, anche Rosi si affida a quella base sicura, appoggiandosi nelle sue traduzioni cinematografiche a scrittori come Sciascia, Carlo e Primo Levi, Lussu, Garcia Márquez. Nei suoi racconti Rosi ha sempre espresso un rispetto sacrale del master letterario. Un modello esemplare e felice è in questo senso l’incipit di Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, che il regista applica al film quasi come un copia-incolla evocativo e funzionale.

Sono passati molti anni, pieni di guerra e di quello che si usa chiamare la Storia.
Spinto qua e là alla ventura, non ho potuto mantenere la promessa fatta, lasciandoli, ai miei contadini, di tornare fra loro e non so davvero se e quando potrò mantenerla.
Ma chiuso in una stanza, e in un mondo chiuso, mi è grato riandare con la memoria a quell’altro mondo, serrato nel dolore, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente, a quella mia terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza della morte

Sintesi del film: Carlo Levi (Gian Maria Volonté), condannato al confino dalla dittatura fascista, arriva ad Aliano, un paesino sperduto della Lucania. All’inizio gli sembra di essere sepolto vivo, poi lentamente, comincia a interessarsi al posto e ad amare la gente: il goffo podestà, la sua fantesca-maga, il prete, il barone. Presterà alla gente del luogo anche la sua opera di medico. Alla fine, gli viene permesso di tornare a casa: e lui porterà in sé il ricordo di Eboli come esperienza indimenticabile.

Volonté è stato l’attore simbolo di Rosi, chiamato a dare corpo e volto a Mattei e a Lucky Luciano.

Titoli fondamentali della filmografia: Le mani sulla città (1963): una denuncia della corruzione durante gli anni del boom economico.
Il film valse al regista il Leone d’Oro a Venezia. Un secondo Leone arrivò alla carriera, nel 2012. Rosi si applica a una visione diversa della Prima guerra mondiale con Uomini contro (1970), adattato dal libro Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu. Affronta un caso di cronaca scottante con Il caso Mattei (1972), Palma d’Oro a Cannes. In La tregua, dal romanzo di Primo Levi, racconta il rientro a casa, struggente, dello stesso Levi (Turturro) sopravvissuto ad Auschwitz. Il regista si rifà al premio Nobel Garcia Márquez in Cronaca di una morte annunciata (1987).

Ma il punto più alto della sua ricerca è forse Cadaveri eccellenti. In quel 1976 Rosi dirige un film certo allarmante e profetico.
Magari da rivedere con attenzione. La vicenda. In un paese immaginario (ma immaginabile) vengono uccisi alcuni alti magistrati. L’ispettore Rogas concentra i suoi sospetti su un farmacista, ma quando la catena di omicidi raggiunge la capitale, le indagini si spostano sulle frange dell’estrema sinistra. Rogas, però, riesce a ottenere le prove di un disegno eversivo che coinvolge le stesse alte sfere dello Stato. Ne informa il segretario del Partito comunista, ma entrambi saranno uccisi in un agguato. Falsa e sviante la versione della polizia. I compagni del segretario, pur non ignorando la verità, rinunciano tuttavia alla conquista del potere ritenendola prematura.
Primo film sulla “strategia della tensione”, ricavato da Il contesto di Sciascia.

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