Anniversari e ricorrenze

Celati allo sguardo

ASCOLTA LA PUNTATA DI "BASSA MAREA", IL PODCAST DI ENRICO FRANCESCHINI, DEDICATA A GIANNI CELATI


Si dice che non esista modo migliore per nascondere qualcosa che il lasciarla lì, sotto gli occhi di tutti, in bella vista come se l’evidenza, nella sua sfrontatezza, comportasse anche una volontà di occultamento.
Parliamo di Gianni Celati, dunque. “Celati” è un bel cognome, per uno scrittore che ha saputo rendersi enigmatico anche attraverso il non nascondere, e forse da qui si potrebbe partire per dire almeno in parte il mistero di una scrittura che ne ha contenute molte. Moltissime, anzi. E tutte degne di essere scoperte o frequentate come una casa piena di stanze dalle eco imprevedibili e sempre nuove.
Da dove partire, dunque, per celebrare brevemente la vita e l’opera di Gianni Celati, che ci ha lasciati domenica 2 gennaio 2022, morendo pochi giorni prima di quello che sarebbe stato il suo ottantacinquesimo compleanno a Brighton, città nella quale aveva scelto di vivere più di trent’anni fa?

Forse potremmo partire proprio dai luoghi e dalle suggestioni che possono evocare topografie e orografie nelle mani di un autore che come pochi altri ha indagato sul rapporto fra scritture e territorio.
E dunque Brighton: città famosa per le “seven sisters”, scogliere di gesso che sdirupano nella Manica, segnando in modo decisamente coreografico il punto in cui l’Inghilterra apre all’Europa, con lo sguardo. Scogliere ripidissime: un bel contrasto, per un autore come Celati che è stato definito soprattutto come il narratore delle pianure

Romanzi, cronache e racconti
Romanzi, cronache e racconti Di Gianni Celati;

Il Meridiano, curato da Marco Belpoliti e Nunzia Palmieri, percorre l'intera produzione narrativa di Celati. Si apre con i romanzi nati nel solco dello sperimentalismo: "Comiche" (1971) - accompagnato da una parziale riscrittura e la trilogia dei "Parlamenti buffi, viaggio nei generi del romanzo e nelle potenzialità espressive della lingua italiana.

Un primo depistaggio, fra i tanti di cui questo autore meraviglioso ha disseminato la sua biografia – una vita in movimento, fra paesi e culture diverse – e la sua opera, difficilissima da ricondurre a un alveo omogeneo e per questo tanto più ricca e stimolante. Da Brighton, come attraverso il cannocchiale che lui stesso ci ha fornito in più di un’occasione, possiamo guardare dunque verso gli altri luoghi che Celati ha raccontato. Scopriremo così che il depistaggio di cui sopra è tale solo in apparenza, perché Celati è stato un vero, grande scrittore europeo: senza abbracciare cosmopolitismi d’accatto, nel corso di una carriera letteraria (locuzione sulla quale di certo si sarebbe fatto una bella risata) lunga più di cinquant’anni, la lingua di Gianni Celati ha circolato come moneta d’oro zecchino, in pieno corso di validità, attraverso i paesi d’Europa, racconto dopo racconto, romanzo dopo romanzo, traduzione dopo traduzione.

I suoi libri ci hanno insegnato una volta per tutte a comprendere come “piano” non significhi “piatto”: non c’è nulla di monotono o ripetitivo, infatti, nello stile accessibile di questo narratore naturale, abituato a prendere le mosse da orizzonti bassissimi per decollare da quelle ascisse con scritture tutt’altro che “livellate”. Sentite qua:  
"Il cielo non si vedeva, coperto di nuvole. Dov'erano quei cieli altissimi che mi estasiavano ai tempi di Gisela? Basso, tutto basso, rasoterra; cielo caduto giù sulla terra, diventato pasta dei fantasmi di mezzi morti che circolano nella nebbia dei loro fumosi pensieri": ecco, precipitato in un periodo (tratto da Lunario del paradiso, Feltrinelli 1978) poco più lungo di un tweet, un intero sistema estetico e morale – come morale è sempre stata, in fondo, la scrittura di Celati, riuscendo allo stesso tempo a tenersi alla larga da qualsiasi moralismo.

Il cielo non si vedeva, coperto di nuvole. Dov'erano quei cieli altissimi che mi estasiavano ai tempi di Gisela? Basso, tutto basso, rasoterra; cielo caduto giù sulla terra, diventato pasta dei fantasmi di mezzi morti che circolano nella nebbia dei loro fumosi pensieri

Quei “fantasmi mezzi morti”, ad esempio: che modo bellissimo di vedere il bicchiere mezzo pieno di persone mezze vive, di rappresentarne la filigrana vitale attraverso una doppia negazione! E quei “cieli rasoterra” di cui Celati ha voluto a volte raccontare istituendo una virtuosa reciprocità con le fotografie di Luigi Ghirri sono ancora lì, come gelatine di sali d’argento, a testimoniare della potenza icastica che può scaturire dal legame fra parole e immagini.
I “fumosi pensieri”, infine, che sin dalle sue prime prove narrative sono stati la migliore materia d’indagine per una lingua originalissima, antiretorica, guizzante nei suoni e pregna di un lirismo “feriale”, di sapore quotidiano, calda e croccante come pane appena sfornato. Una lingua di tutti i giorni, insomma, per trasformare ogni giorno in una fucina di invenzione linguistica.

Ma la lingua, per Celati, è stata anche il biglietto aperto di un viaggio i cui contorni aderiscono - ora che il viaggio è finito lo vediamo con chiarezza - a quelli di un’esistenza che ha fatto di sé stessa letteratura: il primo viaggio in Germania, all’inseguimento di un amore nato d’estate, e la scoperta del mondo.
E poi i viaggi in Francia, passando per la casa di Italo Calvino (suo grande mentore) e quelli compiuti nelle città che di volta in volta lo eleggevano a prezioso collaboratore (Celati è stato professore in tante università europee) …

Celati è stato traduttore infaticabile e capace di aprire - con il suo approccio eterodosso e originale - nuove porte d’ingresso a opere-mondo spesso impervie. Basti pensare, fra le altre, alla sua celebrata (e discussa) traduzione dell’Ulisse di Joyce, frutto di una stesura durata dieci anni che a sua volta era il punto di arrivo dell’ininterrotta riflessione sul legame fra suono e senso (“Ricorderò sempre in vita mia che in quella casa […] ho letto per la prima volta Shakespeare in lingua inglese, e mi sembrava come il jazz”, ancora da Lunario del paradiso) e sulle ricchezze che da quel legame e la sua interpretazione possono discendere. Chi voglia rendersi conto dei “gioiosi tradimenti” traduttologici di cui Celati si è reso protagonista per la nostra e l’altrui fortuna, può andare a leggere – oltre al già citato Joyce - le sue vibranti, vivissime versioni di Swift, Conrad, Céline, Stendhal, Holderlin. Grandi letterature trattate come dovrebbe fare chiunque ami la letteratura: maneggiandole come le cose vive che sono, senza troppo timor reverenziale e cercando di portarne temi e lingua a misurarsi con l’oggi, coi tempi in cui si vive, si scrive, si traduce.

Ricorderò sempre in vita mia che in quella casa […] ho letto per la prima volta Shakespeare in lingua inglese, e mi sembrava come il jazz

L’Europa, insomma, c’è sempre stata tutta anche a partire da un frammento, nell’opera di Celati, assieme all’urgenza di rinnovamento di una tradizione umanistica che non può mai cristallizzarsi, pena l’avvizzimento e il ripiegamento su sé stessa.
Oralità, testimonianze documentarie, mitologie private, repertori di paese, chiacchiere da bar e mormorii appena udibili: tutto è degno di essere messo su carta, fatto circolare e fatto conoscere.
Ecco il lascito forse più grande dei narratori delle pianure, che Celati ha tenuto a battesimo in una stagione fertilissima e indimenticabile.

Per riportare tutto a casa e chiudere questo nostro breve ma sentito omaggio a uno scrittore che – ne siamo certi – continueremo a leggere e al quale guarderemo come a un classico (nell’accezione calviniana secondo la quale “classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”) risaliamo la corrente fluviale verso il delta del Po, cercando con l’occhio in quei paesaggi e quegli umori.
Sotto i cieli bassi delle pianure, le nebbie che Celati ha frequentato e di cui ha registrato l’umidità – principio vitale per eccellenza – assieme ad altri esploratori dell’invisibile come Luigi Ghirri, Gabriele Basilico, Ugo Cornia, Daniele Benati e Marco Belpoliti - diventano un brodo primordiale dove cuociono e sobbollono umori, caratteri, archetipi e rituali. 
Al di là di quella coltre, sembra dirci ogni pagina con la misteriosa evidenza di un cartello stradale che emerga dalla lattigine più fitta, potrebbe esserci qualcosa che vale la pena raccontare. “Esiste una sola storia, in fondo, che funzioni davvero”, ha detto qualcuno, prima di mettere la ricetta su carta: “le cose non sono sempre quelle che sembrano”. 

Cose nascoste che sono sempre state lì, davanti a noi, come tesori celati allo sguardo dalla calda luce del giorno.  

I libri di Gianni Celati e dei "narratori delle pianure"

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