scienza senza maiuscola

Immaginare il futuro è una scienza

In un momento in cui la cronaca sembra riportarci a un passato di pandemie e guerre sanguinose, due libri ci permettono di riflettere con attenzione sul futuro, su come prevederlo, plasmarlo e costruirlo sulla base di valori condivisi, senza mai perdere di vista gli strumenti che la scienza ci offre per assolvere al meglio a questo compito.

In Occupare il futuro – Prevedere, anticipare e trasformare il mondo di domani, Roberto Paura, fondatore dell’Italian Institute for the Future, si concentra proprio sulla nostra idea di futuro.  

Occupare il futuro. Prevedere, anticipare e trasformare il mondo di domani

È possibile una scienza in grado di conoscere i fatti del futuro? Questo sogno ha da sempre influenzato economisti, politologi e strateghi, ma deve fare i conti con i limiti della nostra capacità di previsione e con la complessità dei sistemi sociali. Roberto Paura racconta l’evoluzione degli studi di previsione e gli scenari indagati dai futurologi sui rischi globali, ma fa un passo ulteriore: delinea un manifesto che ci invita a usare questi strumenti per immaginare nuovi futuri possibili.

Il libro mette a fuoco gli elementi che contribuiscono alla sua costruzione nell’immaginario collettivo e su quanto questo pesi anche sul modo in cui orientiamo la ricerca scientifica e lo sviluppo industriale, nonché sulle decisioni politiche. E la conclusione è che viviamo in mondo che ragiona solo al presente, incapace di proiettare lo sviluppo della conoscenza in una dimensione diversa da quella esperita qui e ora.

"La visione del mondo che definisce la moderna forma di egemonia culturale è fortemente presentista. Nonostante la parola futuro risuoni continuamente negli slogan politici, nelle pubblicità delle banche, nei TEDx degli utopisti tecnologici, la nostra società soffre di una sostanziale incapacità di pensare al futuro, inteso come orizzonte di lungo termine. Diamo piuttosto per scontate le retoriche futuristiche che ci vengono vendute: il mondo di domani sarà sempre più dominato dalle tecnologie e dal digitale, vivremo nella realtà virtuale o su Marte" (...)
"Il fatto che queste stesse visioni del futuro fossero condivise già negli anni Cinquanta dovrebbe farci venire qualche dubbio. Al di fuori di queste retoriche, non sappiamo far altro che immaginare catastrofi. Ma anche l’immaginario distopico e apocalittico contemporaneo non fa che riprendere temi e visioni che erano di moda già nel secondo dopoguerra, semplicemente aggiornandoli per adattarsi alle nuove problematiche globali".

Si può imparare a proiettarsi con obiettività nel futuro? Secondo l’autore è possibile: è esattamente ciò che fanno i future studies, che applicano metodologie quantitative e qualitative all’analisi dei problemi in modo da ottenere anticipazioni attendibili su ciò che ci attende: previsioni che, come dimostra il nome al plurale che caratterizza questa disciplina, fanno i conti con la molteplicità dei possibili futuri e ne stimano la rispettiva probabilità.  

La parte più interessante del libro, però, è la terza, intitolata "Occupare il futuro", nella quale l’autore spiega perché dobbiamo abbandonare l’idea di previsione per abbracciare quella di anticipazione, nel senso di presa in carico tempestiva ed efficace dei possibili problemi. 

"Si tratta di visioni relative rispettivamente al destino della biosfera terrestre, ai processi di digitalizzazione della realtà, all’avvento dell’intelligenza artificiale, alla diffusione della disoccupazione tecnologica, al problema demografico e agli scenari dell’espansione spaziale" spiega Paura, che aggiunge:
"Esiste un sinonimo di futuro che usiamo sempre meno: speranza. In questo libro si parla spesso di speranze, e la speranza che lo sorregge è che possa rappresentare una lettura utile per promuovere uno sguardo diverso sulla dimensione del futuro – aprendo gli occhi sul modo in cui tale dimensione è stata colonizzata e sottratta alla nostra possibilità di agire – e per stimolare un rinnovato impegno collettivo a definire e realizzare i futuri che desideriamo"

Definire il futuro che desideriamo è esattamente il compito dell’etica delle tecnologie, una disciplina nata negli Stati Uniti ma ormai diffusa anche in Europa e di cui Luciano Floridi, professore di filosofia ed etica dell’informazione all’Università di Oxford è uno dei più illustri rappresentanti. Anche Floridi si concentra sul futuro e in particolare sull’impatto che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale (IA) avrà sulla nostra società. Etica dell’intelligenza artificiale – Sviluppi, opportunità, sfide è il titolo del libro pubblicato da Raffaello Cortina che parte da una definizione corretta di IA, che non è una forma dell’intelligenza così come la immaginiamo quando pensiamo a questo concetto in relazione all’essere umano, ma piuttosto una forma dell’agire, uno strumento capace di “fare” cose piuttosto che di comprenderle 

Etica dell'intelligenza artificiale. Sviluppi, opportunità, sfide

Istruzione, commercio, industria, viaggi, divertimento, sanità, politica, relazioni sociali, in breve la vita stessa sta diventando inconcepibile senza le tecnologie, i servizi, i prodotti digitali. Questa trasformazione epocale implica dubbi e preoccupazioni, ma anche straordinarie opportunità. Proprio perché la rivoluzione digitale è iniziata da poco abbiamo la possibilità di modellarla in senso positivo, a vantaggio dell'umanità e del pianeta. Ma a condizione di capire meglio di cosa stiamo parlando.

Quale sarà lo sviluppo delle "macchine intelligenti"? Floridi fa alcune ipotesi, basandosi anch’esso sulle attuali conoscenze scientifiche in materia e in particolare sullo scollamento che l’IA impone tra capacità di agire e intelligenza. Per evitare un futuro distopico (e soprattutto, per evitare che ci piombi addosso senza che sia stato previsto), Floridi ricorda l’utilità dell’etica delle tecnologie, una disciplina che permette di stabilire entro quali limiti - e sulla base di quali valori - siamo disponibili a sviluppare e utilizzare una nuova tecnologia.  

"È nel gap creato dallo scollamento inedito tra azione comprensione che nascono i problemi” spiega l’autore. “Il primo problema riguarda il valore delle persone e la nostra autonomia. È pericoloso, per esempio, che nella gig economy ci siano uomini gestiti da software. È l'inizio di una società distopica in cui non vogliamo vivere. Ma la nostra autonomia è in gioco anche quando guardiamo un film in streaming: se hai guardato A, la piattaforma ti suggerisce di vedere B e C, condizionando le tue scelte"

Per tornare alla possibilità di prevedere e plasmare il proprio futuro di cui parla Paura nel suo libro, abbiamo nel discorso di Floridi sull’uso dell’IA un buon esempio di come dovremmo agire sempre nei confronti di uno sviluppo scientifico, stabilendone a priori i limiti e gli utilizzi, perché se l’IA deve entrare nelle nostre vite, è certamente per migliorale e non per peggiorarle. 

“Se un software prende decisioni ingiuste, non bisogna prendersela con l'intelligenza artificiale ma con i dati” conclude. “L'intelligenza artificiale non ha capacità di correggere i pregiudizi. Se un'azienda ha sempre assunto uomini, i manager possono capire che è un comportamento scorretto e decidere di assumere anche donne. Ma se si incarica un'intelligenza artificiale di selezionare i candidati sulla base dei dati, continuerà a indicare uomini”


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