scienza senza maiuscola

È intelligente, ma... 

Poche settimane fa, alla fine di novembre 2021, i 193 paesi che aderiscono all'UNESCO hanno siglato un accordo per garantire un approccio etico che guidi i futuri sviluppi e le applicazioni dell'intelligenza artificiale (IA), di cui da molti anni si sentono magnificare soprattutto i potenziali effetti benefici, sulle nostre vite e sull'economia. Secondo una stima della società di consulenza PricewaterhouseCoopers, le applicazioni dell'IA potrebbero contribuire con oltre 15.000 miliardi di dollari all'economia globale nel 2030, garantendo un quarto del PIL cinese, un sesto circa di quello dell'America settentrionale e un decimo di quello dell'Europa.
Come tutte le tecnologie rivoluzionarie, anche l'insieme dei nuovi strumenti che promettono di eseguire compiti di grande complessità e di imparare dall'esperienza come e meglio di un essere umano hanno infatti luci e ombre, e richiedono di essere sviluppate, testate e applicate con prudenza e responsabilità. Pongono sfide nuove, perché rischiano di amplificare anche i comportamenti umani meno nobili e utili alla società nel suo complesso: "Assistiamo a un aumento delle discriminazioni basate sul genere e sull'etnia, minacce alla privacy, alla dignità e alla libertà di azione a causa dell'uso di strumenti di sorveglianza di massa" ha spiegato Audrey Azoulay, che proprio in novembre è stata riconfermata Direttrice generale dell'UNESCO. "Inoltre si diffonde l'impiego tra le forze di polizia di tecnologie basate sull'intelligenza artificiale inaffidabili".

Illustrazione tratta dal libro "Viaggio nel fantasmagorico giardino di Apparitio Albinus" di Claudio Romo, Logos, 2016

Perché queste promettenti innovazioni apportino soprattutto beneficio all'umanità, nel rispetto dell'etica, un gruppo di esperti ha elaborato alcune raccomandazioni, che sono alla base dell'accordo. In primo luogo occorre, in qualsiasi fase del ciclo di sviluppo dei sistemi IA, che una persona fisica o entità legale si assuma tutte le responsabilità, etiche e legali. Questa figura non può chiamarsi fuori se sceglie di affidare una decisione o un'azione potenzialmente gravida di conseguenze a un sistema artificiale. Perché questa assunzione di responsabilità sia piena, a livello nazionale e internazionale, occorre trasparenza non solo sul funzionamento di questi sistemi sempre più sofisticati e pervasivi, ma anche sull'operato di chi li sviluppa, li commercializza e li impiega.

E qui entra in gioco anche il giornalismo, che ha il compito sociale di fornire ai cittadini e anche ai legislatori le informazioni necessarie a comprendere ciò che accade, e di fare luce sulle situazioni poco limpide per garantire appunto una effettiva trasparenza. Ma il giornalismo, spiega l'agile saggio Newsmakers. Artificial intelligence and the future of journalism dell'italo-portoghese Francesco Marconi (non ancora tradotto in italiano), è a sua volta terra di conquista dell'intelligenza artificiale, come mostrano i primi esperimenti di articoli affidati non a cronisti in carne e ossa ma appunto a sofisticati programmi basati sull'IA, di fatto indistinguibili. 

Newsmakers: Artificial Intelligence and the Future of Journalism

Will the use of artificial intelligence (AI), algorithms, and smart machines be the end of journalism as we know it-or its savior? In Newsmakers, Francesco Marconi, who has led the development of the Associated Press and Wall Street Journal's use of AI in journalism, offers a new perspective on the potential of these technologies.

Marconi è un giornalista specializzato che ha diretto la sezione di ricerca e sviluppo del Wall Street Journal e insegnato alla facoltà di giornalismo della Columbia University. Nel libro presenta un'aggiornata carrellata delle più significative esperienze finora condotte nel mondo per provare a conciliare l'adozione di questi strumenti con un'organizzazione del lavoro ancora tradizionalista, e con una pressione sempre più forte a tralasciare i temi "giornalisticamente necessari" per inseguire quelli popolari, anche senza arrivare al sistematico "click-bait" che in rete e sui social media inganna pur di generare contatti e far salire i numeri per gli inserzionisti pubblicitari. "Il dilemma è fin troppo comune nelle redazioni, e crea un incentivo a pubblicare articoli che sono a uno dei due estremi: marginali o iperpolarizzanti" scrive Marconi, sottolineando che né gli uni né gli altri sono utili a portare avanti un sano dibattito pubblico.
"Nell'epoca delle smart machines i giornalisti hanno un ruolo importante nell'aiutare i lettori a navigare in un complesso ecosistema informativo. Il giudizio giornalistico umano può assicurare che il pubblico sia informato sugli argomenti di interesse pubblico". Al termine di questo percorso, Marconi giunge alla conclusione che l'intelligenza artificiale potrà accrescere il giornalismo - ma non automatizzarlo - permettendo ai giornalisti di riferire più notizie più rapidamente, così da avere più tempo per realizzare anche inchieste e analisi approfondite.

C'è da augurarsi che l'ottimistica visione di Marconi si realizzi anche nei paesi in cui quotidiani e settimanali non solo non hanno giornalisti che si occupano di ricerca e sviluppo per la professione, ma spesso sui temi dell'innovazione – compresa l'intelligenza artificiale – si lasciano imboccare dai comunicati-stampa di qualche start-up con un mirabolante prodotto da promuovere, senza figure esperte che presentino la novità nel contesto della riflessione (anche etica) in corso da anni nel mondo.  


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