scienza senza maiuscola

Oltre l'umano

Illustrazione di Thomas Ott tratto dal libro"La foresta" , Logos 2021

Illustrazione di Thomas Ott tratto dal libro"La foresta" , Logos 2021

Oltrepassare i limiti dell’umano, sfidare i confini della morte, assicurarsi un eterno presente, seppure sotto forma di identità pensante priva di un corpo. Sono temi che siamo abituati a trovare nei libri di fantascienza e che appartengono a una corrente di pensiero, il transumanesimo, che vede nella scienza e nella tecnologia strumenti utili a superare i limiti imposti dalla nostra natura biologica, incluso il decadimento del corpo. C’è chi fa risalire il pensiero transumanista alla letteratura, e in particolare al Frankenstein di Mary Shelley e ai romanzi di H.G. Wells come l’Isola del dottor Moreau, per non parlare del grande Philip Dick, ma è innegabile che sia stata la fantascienza cyberpunk (con Neuromante di William Gibson e con tutta l’opera di Bruce Sterling) a rendere familiare l’immaginario transumanista al grande pubblico.

I fan della fantascienza, ma non solo, apprezzeranno sicuramente un saggio pubblicato nel 2017 dallo scrittore e giornalista irlandese Mark O’ Connell, tradotto nel 2018 in italiano da Adelphi col titolo Essere una macchina. Si tratta di un dettagliato reportage nel mondo transumanista, un viaggio tra scienziati veri e sette di biohacker che tentano di trasformarsi in cyborg, che ci fa toccare con mano non solo una delle grandi aspirazioni dell’umanità - quella all’immortalità - ma anche gli innegabili progressi in una scienza di frontiera, che cerca di oltrepassare la barriera tra il corpo biologico e le macchine, per consentire, un giorno, il “download” dei pensieri e del contenuto del cervello su una interfaccia meno soggetta a obsolescenza di quella di cui la natura ci ha dotato.

La connessione tra cervello umano e robotica è già una realtà: viene usata quotidianamente per permettere a persone completamente paralizzate di comunicare con l’esterno attraverso la lettura delle onde cerebrali. Si usa per collegare arti artificiali a corpi in carne e ossa e consentire a persone che hanno subito un’amputazione di beneficiare di protesi che rispondono ai comandi del loro cervello biologico. Ci sono ancora molti dettagli da perfezionare, ma siamo già capaci, in modo grossolano, di “parlare” alle macchine e di integrarle nel nostro corpo, come racconta lo scienziato Miguel Nicolelis nel suo saggio Il cervello universale.

Vi sono personaggi, come lo scienziato Kevin Warwick (autore di I, cyborg, autobiografia non tradotta in italiano) e l’artista Neil Harbisson che hanno già fatto di se stessi dei cyborg, impiantandosi chip di rilevamento GPS, telecamere direttamente collegate con la corteccia cerebrale e altre diavolerie per dotarsi di “superpoteri”.

O’ Connell, col suo reportage, ci fa conoscere ricercatori in intelligenza artificiale, filosofi che tentano di definire l’umano, esperti di robotica che si chiedono come trasferire le nozioni conservate sotto forma di segnali chimici ed elettrici nel cervello umano su supporti in silico, scienziati che lavorano per la Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA, l’ente di ricerca dell’esercito statunitense) e membri della subcultura cyborg che si sono impiantati ogni genere di device. Scopriamo così che per alcuni scienziati non siamo lontani dalla "Singolarità", il momento in cui l’intelligenza artificiale supererà quella umana e sarà capace di autoriprodursi, consentendo agli esseri umani di fondersi con essa.

È giusto dire che questa non è affatto l’opinione preponderante tra gli esperti di intelligenza artificiale, anzi. Secondo molti di loro, la Singolarità non è altro che un mito, un traguardo da inseguire sapendo che non sarà mai raggiungibile e che non sarà mai possibile il trasferimento delle nostre identità in un computer al momento della nostra morte, né la nostra sopravvivenza eterna sotto forma di puro pensiero. Nonostante ciò, ci sono consistenti investimenti in ricerca in questo settore, sia da parte di enti pubblici sia da parte di privati, come il magnate Elon Musk che non nasconde il suo interesse e la sua convinzione che il futuro dell’umanità sarà in convivenza stretta con le macchine.

Uno dei meriti di Essere una macchina è senza dubbio l’assenza di partigianeria: l’autore non aderisce al movimento transumanista. Lo guarda invece con il distacco e talvolta il timore che anima la maggior parte di noi. Vi sono però anche dei limiti: O’ Connell non si distacca dagli aspetti più pop ed evita di discutere apertamente alcuni problemi etici e scientifici sollevati dagli investimenti in ricerca in questo settore e da applicazioni meno mirabolanti della criopreservazione dei corpi, ma decisamente più a portata di mano. Si dedica alle forme estreme del transumanesimo, ma trascura alcune scoperte che sono proprio dietro l’angolo e che andrebbero affrontate con maggiore realismo. Per esempio, evita di chiedersi quali problemi di definizione, ma anche legali, nascono se un essere umano diventa metà uomo biologico e metà macchina, un tema sul quale i giuristi sono al lavoro da ormai diversi anni. Ci sono organi più importanti di altri per definire la nostra identità di umani o possiamo sostituire qualsiasi parte del nostro corpo? Se potessimo utilizzare questo tipo di ricambi per combattere l’obsolescenza, lo faremmo? E a che prezzo?

Il mondo transumanista è estremo, esagerato, affascinante e popolato di personaggi visionari e disturbanti (uno tra tutti, l’autore e imprenditore transumanista Zoltan Istvan, candidato alla presidenza degli Stati Uniti nel 2016 con un Partito Transumanista, con il quale O’ Connell fa un viaggio sul “bus dell’immortalità”, e con il quale chiude il libro). Eppure è tempo di conoscerlo, anche attraverso libri come questo, per fare la tara all’immaginario fantascientifico e cominciare a discutere seriamente del futuro dell’umanità.


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