Anniversari e ricorrenze

Virginia Woolf, la scrittrice che metteva la realtà sopra ogni cosa

Illustrazione di Francesco Ruggero Vercesi, 2021

Illustrazione di Francesco Ruggero Vercesi, 2021

Considerata una delle scrittrici più influenti del Novecento, Virginia Woolf non è soltanto l’autrice di romanzi e saggi diventati ormai dei veri e propri classici, ma si è anche fatta portavoce di una strenua battaglia sociale in favore della parità dei sessi e dell’emancipazione della figura femminile.

Nel 2022 si celebrerà il 140esimo anniversario della nascita della scrittrice e sono già previste numerose iniziative e conferenze volte a commemorare il suo importantissimo retaggio, centrale per quanto riguarda la scena modernista del XX secolo. Ma non sarà necessario attendere lo scoccare dell’anno nuovo per trascorrere un anno con Virginia Woolf. È infatti da poco giunta in libreria un’ambiziosa opera antologica curata da Nadia Fusini, sua storica traduttrice, e edita Neri Pozza.

 “L'idea è questa: svegliarsi ogni mattina, in compagnia di Virginia Woolf. Ci verrà del bene a convivere per un anno fianco a fianco con una creatura che non ha mai ceduto, in cambio di sicurezza, o di identità, il suo grande amore per un'esistenza libera” afferma Fusini. “Perché di questi tempi tutti ci dicono cosa dobbiamo o non dobbiamo mangiare, ma nessuno si cura dei libri che dobbiamo leggere. Eppure, la letteratura è cibo, e ci nutre.”

Un anno con Virginia Woolf
Un anno con Virginia Woolf Di Nadia Fusini;

Un libro da regalare e regalarsi, per trascorrere un anno in compagnia di una delle più grandi scrittrici del XX secolo e dei suoi capolavori.

Nel corso della sua fin troppo breve vita, Virginia Woolf ha dato vita a un grande corpus di opere, che spazia dal racconto al romanzo, dal saggio alla traduzione, passando per le pagine di diario alle quali confida i propri tormenti e annota con lucidità e attenzione le proprie vicende. Perché a dispetto di titoli come Orlando, La signora Dalloway o La stanza di Jacob, è la vita a essere la vera protagonista di quanto scrive Woolf. L’autrice fa dello scandaglio dell’animo umano e della sua relazione con il mondo esterno la propria missione.

La vita vera, la vita vissuta, in tutte le sue contraddizioni e ambiguità, è anche al centro della primissima produzione artistica della Woolf, che fin da piccolissima dimostra una forte propensione per la scrittura dando vita insieme al fratello Thoby a un giornale domestico, l’Hyde Park Gate News, nel quale si diverte a tracciare una sorta di diario familiare.

L’infanzia, almeno nei primissimi anni, è abbastanza felice. Da bambina trascorre spesso le vacanze a Talland House, una residenza estiva affacciata sulla baia di Porthminster: i ricordi e le impressioni di questi giorni confluiranno poi in uno dei suoi scritti di maggior successo, To the lighthouse.
Un romanzo che ha contribuito ad accrescere la fama della scrittrice anche nel nostro Paese, e che tuttavia è stato a lungo penalizzato da una traduzione poco fedele. A partire dal titolo: “Si è sempre tradotto come Gita al faro, ma non c'è nessuna gita, nessuna scampagnata. Anche perché quel to non indica moto a luogo, ma è da intendersi in senso dativo. Il titolo Al faro è più astratto, e punta a introdurre una tonalità elegiaca che è fondamentale nel libro.”

Come sottolinea Nadia Fusini, la traduzione delle opere della scrittrice inglese nel nostro paese è stata soggetta, già negli anni Trenta, a pesanti interventi di censura che modificavano il contenuto di alcune scene (memorabile la scelta di sostituire un bacio saffico con un semplice scambio di fiori fra due amiche), oltre ad aver subito una sorta di appiattimento linguistico sulla falsariga di un italiano colto e ricco di fiorentinismi che mal si addiceva a rendere la portata rivoluzionaria di quanto scritto dalla Woolf.

 “Forse è proprio per via di queste traduzioni scorrette che la Woolf non ha avuto un grande peso nella scrittura e nell'esperienza letteraria del nostro Novecento: non è stata colta veramente la sua voce” afferma Fusini. Lungi dall’essere una forma di pedanteria, revisionare le vecchie traduzioni e avere il coraggio di modificare anche titoli ormai impressi nella memoria di molti bibliofili italiani non è solo un’operazione filologicamente corretta, ma anche un modo per far trapelare fin da subito le peculiarità dello stile di Woolf. “Anche perché se lo chiamo Gita al faro voglio far intendere che c'è un contenuto, un'azione, una trama. Ma Woolf dice di scrivere contro la trama. Lei scrive per il ritmo.”

Leggere Virginia Woolf significa infatti rendersi conto che la scrittrice non era interessata alla struttura del romanzo tipicamente ottocentesco, basato sulla trama e sulla giustapposizione lineare di cause ed effetti, colpi di scena e risoluzioni. Nei suoi romanzi il tempo è relativo ed elastico: “Famosa la scena con cui apre La signora Dalloway, in cui noi lettori vediamo la protagonista svegliarsi, aprire una finestra… e tutto ad un tratto ci ritroviamo nel passato. Vent’anni prima, la signora Dalloway non è che una ragazza”. 

Lo stile di Woolf è frammentario e cinematografico, molto influenzato dalle tecniche di montaggio caratteristiche della settima arte. “La scrittrice è consapevole che l’esperienza di vita dell’uomo contemporaneo è segnata da una diversa percezione del tempo, del movimento e della velocità. Dopotutto, l’intera avanguardia modernista del Novecento ne è influenzata, dalla pittura, al cinema, alla scrittura.”

Oltre al progresso delle tecniche cinematografiche, a esercitare una grande attrattiva su Virginia Woolf sono anche le più recenti scoperte fatte nel campo della psicanalisi. La scrittrice “tracanna Freud”, pur ammettendo di nutrire sentimenti contrastanti nei suoi riguardi.

È affascinata dalle teorie psicanalitiche e soffre in prima persona di una grave forma di nevrosi, scatenatasi già all’inizio dell’adolescenza in seguito ad alcuni gravi traumi. Nel 1895, a soli tredici anni viene colpita da un primo grave lutto, ovvero la morte della madre, cui era legatissima. In questo stesso periodo subisce, insieme alla sorella Vanessa, una serie di abusi sessuali da parte del fratellastro. Retrospettivamente, si è stati tentati di assegnare a Virginia Woolf una diagnosi postuma di disturbo bipolare o maniaco-depressivo, che la porterà a tentare più e più volte il suicidio.

Sul malessere di Virginia Woolf si è scritto tanto, in virtù del fatto che all’interno delle sue opere la morte e la consapevolezza della natura effimera dell’esistenza umana emergono spesso come leitmotiv. Emblematica in questo senso la scena de La signora Dalloway nella quale Clarissa, durante un party, apprende del suicidio di un giovane che conosceva a malapena.

«Oh…nel bel mezzo della mia festa, ecco la morte […] Era, in certo modo, un’infelicità, una vergogna; era il suo castigo, essere condannata a veder scomparire qui un uomo, là una donna, come ingoiati dalle tenebre, e dover restare in piedi, così, vestita da sera».

È probabile che proprio questa consapevolezza delle proprie nevrosi, unita a una incessante autoanalisi, sia alla base della straordinaria capacità della scrittrice di indagare con lucidità l’animo umano. A questo proposito, Fusini afferma: “Credo sia proprio per via della sua malattia e per il fatto che conosce la vita come qualcosa che ti attacca, che Virginia Woolf è in grado di parlarci davvero in profondità, e dirci qualcosa che magari non saremmo in grado di articolare da soli”.

L’8 marzo 1941, venti giorni prima di morire, Virginia Woolf avrebbe annotato sul proprio diario che “tenersi occupati è essenziale” ed è forse anche in questi termini che va inquadrata l’infaticabile attività dell’autrice. A poco più di vent’anni, appena finito il college, inizia a collaborare con il Times Literary Supplement, oltre ad insegnare storia a Morley. Una volta scomparso il padre (“figura castrante, tanto che la scrittrice arriverà a dire che senza la sua morte non sarebbe mai diventata sé stessa”, racconta Fusini), la Woolf si trasferisce a Bloomsbury, dove dà vita a un circolo di intellettuali che avrebbe dominato la scena culturale inglese per circa un trentennio. Ogni giovedì si incontrano per discutere di politica, arte e storia. Nel frattempo, la sera la scrittrice dà ripetizioni alle operaie in un collegio di periferia e milita nei gruppi delle suffragette.

È la scintilla che porta la scrittrice a riflettere sui concetti di disparità di genere e pari opportunità, che elaborerà nel saggio Una stanza tutta per sé, nel quale rivendica il diritto delle donne di ritagliarsi un proprio spazio e una propria autonomia prima di tutto economica, consapevole che solo attraverso l’indipendenza materiale ci si può liberare dal condizionamento della società patriarcale.

“Virginia Woolf è una donna molto impegnata a cercare di vivere secondo dei principi di giustizia: è consapevole che lei e i suoi amici sono dei privilegiati, dal momento che fanno parte dell'alta borghesia intellettuale dell'epoca, eppure perseguono ideali di giustizia e l'uguaglianza. Si battono perché sanno che l'identità personale non può essere costruita schiacciando gli altri” spiega a questo proposito Nadia Fusini. “È in questa chiave che Virginia si batte per le donne: in nome del fatto che tutti gli esseri hanno gli stessi diritti.”

Nel 1912 la scrittrice sposa il teorico politico Leonard Woolf, insieme al quale cinque anni dopo fonda la casa editrice Hogarth Press. Pubblicheranno opere di scrittori del calibro di T.S. Eliot e Katherine Mansfield. In questi anni la Woolf pubblica La crociera, Kew Gardens e Notte e giorno, anche se sarà la produzione letteraria della seconda metà Venti a darle la fama: fra il 1925 e il 1929 escono La signora Dalloway, Al faro, Una stanza tutta per sé e Orlando.

Negli anni Trenta escono invece Le onde, Gli anni e soprattutto Le tre ghinee, considerato un testo fondamentale nel panorama femminista e pacifista. La sua salute mentale nel frattempo continua a vacillare.

 “Se qualcuno avesse potuto salvarmi, saresti stato tu” scrive al marito nella lettera in cui annuncia il suicidio. “Non posso combattere oltre”.

La nevrosi negli ultimi tempi è probabilmente degenerata in una forma di psicosi e l’autrice inizia ad avere allucinazioni uditive che le impediscono di concentrarsi non solo sulla lettura, ma anche sulla scrittura, fino a quel momento sua unica ancora di salvezza. Nel corso della nostra intervista Nadia Fusini ammette di essersi chiesta più volte come mai, dato che negli anni Quaranta le teorie psicoanalitiche erano ormai così note, nessuno abbia provato davvero a salvare Virginia Woolf dalla propria malattia mentale, offrendole una qualche forma di supporto psicologico.

Anche perché la Woolf e il marito, ad un certo punto incontreranno Freud, il padre della psicoanalisi, personalmente. Ecco come Nadia Fusini rievoca l’incontro.

 “Lui li riceve in questa stanza sfarzosissima, piena di libri, ninnoli e tappeti. Parlano del più e del meno, discutono dei suoi saggi di psicologia. E, un attimo prima che se ne vadano, Freud regala a Virginia un narciso. Un narciso, che incarna la riflessione su di sé. Come Narciso, anche Virginia ha potuto vivere perché si è nutrita di sé stessa. E, come accade a Narciso, sarà proprio questo gesto a farla cadere in acqua.”

Il 28 marzo 1941, Virginia in quell’acqua sceglie di scivolare. Si riempie le tasche di sassi, così da essere certa che una volta andata a fondo non potrà più risalire, e si lascia avvolgere dal freddo abbraccio del fiume Ouse, che scorre poco distante dalla casa in cui abita con Leonard.

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