Strade di carta

Soggettività

Illustrazione di Gaetano Di Riso, 2021

Illustrazione di Gaetano Di Riso, 2021

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Aby Warburg
Quante volte ci è accaduto di percepire una discrepanza tra le nostre sensazioni e la realtà intorno a noi? Tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo sperimentato questo sentimento di distonia. Può essere una errata percezione su un accadimento o trattarsi di una nostra personale (ma per questo erronea?) interpretazione di un gesto o una parola altrui. Il confine tra individualità e solipsismo è labile, talvolta di difficile discernimento, eppure un territorio in comune esiste, un’intersezione ampia e cangiante che, al mutare di idiosincrasie o impostazioni mentali, può assumere sfumature differenti: la soggettività. Il mio percorso parte da Le cose della vita, di Paul Guimard, un brevissimo romanzo incentrato su un incidente d’auto. Tutta la storia ruota intorno al paradosso della percezione individuale del tempo, che sembra dilatarsi all’infinito sia durante lo schianto dell’auto sia dopo, proprio nei momenti di presa di coscienza dell’accaduto, ritornando a contrarsi per essere, alla fine, solo ciò che è: un breve attimo. Impossibile non venir coinvolti e finire per sperimentare, grazie a una prosa nitida e velocissima, questo paradosso intrinseco alla soggettività.

Il secondo passo è dedicato a un sentimento che chiunque ha provato: l’amore. Nonostante il sentimento di cui tutti parlino sia il medesimo, sembra tuttavia possedere una molteplicità pressoché infinita di varianti. Provare per credere: chiedete a chi volete di darvene una definizione e non ne riceverete due identiche. Lo stesso accade in Festa d’amore di Charles Baxter, dove singole storie, diramandosi da un evento primigenio secondo le proprie ramificazioni, finiscono per intersecarsi e intrecciarsi indissolubilmente. Qui il valore della soggettività è quello di vedere un sentimento universale declinato in modo personale, facendo risuonare, dentro ciascun lettore, le corde che più gli sono affini.

Sempre a proposito dei nostri rapporti con gli altri, una provocazione: come fare a essere sicuri che i nostri atteggiamenti e le nostre parole vengano capite nel modo corretto? Spesso, molto più di quanto vorremmo, ci troviamo nell’imbarazzante e scomoda situazione di constatare quanto ciò che abbiamo fatto, o che abbiamo detto, sia stato frainteso o stravolto. Possiamo dividere il problema in due. Per quanto riguarda i nostri comportamenti penso immediatamente a Nickolas Butler e al suo Shotgun Lovesongs, la storia di un gruppo di persone che, dopo essere cresciute insieme e aver preso ciascuno la propria strada, si ritrovano per il matrimonio di uno di loro. Qui, in un romanzo composto da capitoli scritti dai singoli amici, si assiste all’antitesi tra azione e percezione, ovvero quanto erronee possano essere le nostre impressioni riguardo a ciò che gli altri provano e manifestano. Non che si tratti di un oceano d’incomunicabilità, però, per poter capire chi ci sta davanti, serve un giusto utilizzo della propria soggettività e non un suo inasprimento.
Veniamo poi alla seconda declinazione del problema: quella linguistica. A chi, durante una conversazione, non è mai capitato di pensare (del suo interlocutore) “ma cosa sta dicendo?” o (di sé stesso) “forse non mi sono spiegato bene”? Se ci si fermasse alle differenze il linguaggio apparirebbe come un ostacolo, un’entità divisiva e non, al contrario delle nostre intenzioni, inclusiva. La teorizzazione dei rapporti tra i singoli parlanti è presentata nel saggio filosofico Atti linguistici, di John R. Searle, in cui, partendo dalla contrapposizione tra intenzione e interpretazione, vengono proposte le condizioni per una corretta comprensione. Conscio del fatto che approcciarsi a un saggio sia più complesso e meno “immersivo” di un romanzo, sono tuttavia convinto che il carattere predominante di queste pagine sia entrare in contatto con la propria soggettività, delimitandone confini e connotati, per ricostruirla più saldamente, scevra dai preconcetti della propria peculiarità e in accordo con quella degli altri interlocutori.
In chiusura, l’ultimo e più dirimente aspetto della soggettività: qual è il senso di ciò che vedo? In fondo, il mondo che abbiamo di fronte ai nostri occhi dovrebbe essere sufficientemente chiaro e invece, visto il proliferare di idee e opinioni sulla sua vera natura, non lo è. Per dirimere questo dubbio esistenziale analizziamo la sfera delle opere artistiche per mettere di fronte essenza e interpretazione personale. A venire in nostro soccorso è Pollock e Rothko: il gesto e il respiro, il saggio di critica dell’arte di Gregorio Botta in cui la differenza tra i due pittori è la materializzazione delle loro visioni del mondo, oltre che delle tecniche padroneggiate. Assistere a una divergenza così profonda, uno iato così inconciliabile tra le due espressioni, sebbene riferite ai medesimi oggetti o echeggianti le stesse sensazioni, pone il lettore non solo di fronte a una scelta, ma gli fa capire e percepire, in ultima analisi, che la propria soggettività non è una monade solitaria, bensì un’espressione individuale immersa in un insieme di altre affini alla sua.

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