Il verso giusto

La chimera di Dino Campana

Illustrazione digitale di Andrea Celeste Ballini, 2022, diplomata al Liceo Artistico Volta di Pavia

Illustrazione digitale di Andrea Celeste Ballini, 2022, diplomata al Liceo Artistico Volta di Pavia

La chimera
Non so se tra roccie il tuo pallido
Viso m’apparve, o sorriso
Di lontananze ignote
Fosti, la china eburnea
Fronte fulgente o giovine
Suora de la Gioconda:
O delle primavere
Spente, per i tuoi mitici pallori
O Regina o Regina adolescente:
Ma per il tuo ignoto poema
Di voluttà e di dolore
Musica fanciulla esangue,
Segnato di linea di sangue
Nel cerchio delle labbra sinuose,
Regina de la melodia:
Ma per il vergine capo
Reclino, io poeta notturno
Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,
Io per il tuo dolce mistero
Io per il tuo divenir taciturno.
Non so se la fiamma pallida
Fu dei capelli il vivente
Segno del suo pallore,
Non so se fu un dolce vapore,
Dolce sul mio dolore,
Sorriso di un volto notturno:
Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
E l’immobilità dei firmamenti
E i gonfii rivi che vanno piangenti
E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.

Da Dino Campana, Canti Orfici, BUR
Canti orfici
Canti orfici Di Dino Campana;

Una vita errabonda, chiusa a trentatre anni con il ricovero in manicomio, ha fatto di Dino Campana (1885-1932) un maudit, il Rimbaud italiano, un caso clinico da affidare all'aneddotica. Autore di un solo libro, i "Canti Orfici" (1914), pur affondando le proprie radici nella cultura europea, quella simbolista in particolare, il "poeta pazzo" ha in realtà caratteri propri che lo rendono difficilmente collocabile in una linea o in una tradizione. Quella del "visionario", forse la figura più inquietante del nostro Novecento letterario, è una scrittura orfica (cioè misteriosa, oscura, per iniziati) scaturita da una vena ben consapevole della "purità di accento" che la percorre.

È una vita segnata dall’erranza e dal tormento quella di Dino Campana, nato a Marradi (Firenze) nel 1885 e morto nel cronicario di Castel Pulci il 1° marzo 1932, dopo aver trascorso i suoi ultimi 14 anni recluso in manicomio. Ma i suoi anni d’inferno furono molto più numerosi: Carmelo Bene, superlativo interprete delle poesie di Campana, era solito dire che il poeta era morto “dopo quarant’anni di manicomio”. Una volta qualcuno lo corresse, ricordandogli che gli anni di manicomio erano stati 14, e lui rispose: “No, no, furono proprio quaranta”.

Erranza e tormento cominciano presto: dopo il ginnasio, frequentato in collegio a Faenza, Dino torna in famiglia, ma la convivenza con la madre è fonte di continue tensioni. Termina il liceo in un nuovo collegio, a Torino, si iscrive alla facoltà di scienze dell’università di Bologna e infine entra nell’Accademia militare di Modena, dove resta pochi mesi perché non supera gli esami. Si trasferisce all’università di Firenze e si iscrive alla facoltà di chimica farmaceutica. Non riesce a studiare, torna a Marradi, poi è di nuovo a Bologna e infine si dà alla fuga, lontano da studi e famiglia, dapprima in Italia e in seguito all’estero.

Il 7 agosto 1906 i gendarmi francesi lo bloccano al valico del Fréjus e lo consegnano a quelli italiani. Il 5 settembre il pretore di Marradi accoglie la richiesta del padre e di altre persone e ne ordina il ricovero nel manicomio di Imola. Il padre ci ripensa, il 31 ottobre firma un atto di responsabilità e lo libera, ma ormai Dino è per tutti “il matto”. Ricomincia a vagare nelle campagne, si ferma dove capita, beve troppo. I ricoveri in manicomio si alternano ai viaggi, ed è difficile seguire tutti i suoi spostamenti. Nell’autunno 1909 la famiglia, che era riuscita a fargli rilasciare un passaporto valido solo per Buenos Aires, e che non consentiva il ritorno in Italia, lo accompagna a Genova e lo fa imbarcare su un piroscafo diretto in Argentina. La vita nel nuovo mondo non fa per lui, e trova il modo di rientrare in Europa: dopo varie peripezie, nell’estate 1910 è di nuovo a Marradi, e riprende i suoi vagabondaggi, in Italia e all’estero. Nel 1911 partecipa a un concorso per l’abilitazione all’insegnamento della lingua francese a Firenze, ma viene bocciato. Si riscrive all’università, a Bologna. Poi ricomincia la fuga: a Genova, a Bologna, a Berna, prima o poi imprigionato, espulso. All’inizio di dicembre 1913 consegna a Giovanni Papini il manoscritto della sua raccolta, Il più lungo giorno. Papini lo passa ad Ardengo Soffici per un parere. Soffici lo smarrisce nel corso di un trasloco: sarà ritrovato nel 1971 dalla figlia Valeria e venduto all’asta nel 2004 per 175.000 euro.

Con i manoscritti che gli sono rimasti, costretto a ricostruire i suoi canti, nel 1914 Campana fugge sui monti vicino a Marradi, “sempre bestialmente perseguitato e insultato e in qualche mese scrissi i Canti Orfici includendo cose già fatte. Doveva essere la giustificazione della mia vita, perché io ero fuori dalla legge”: queste le parole che scrive a Emilio Cecchi nel 1916. Chiede a un amico di aiutarlo a pubblicare la sua opera, e grazie a una colletta nell’agosto 1914 riesce a stampare il libro, che non è “una semplice ricostruzione, ma il ripensamento più intenso e originale del poeta di Marradi” (Gabriel Cacho Millet). Scritto dunque ricorrendo anche a energie misteriose, Canti Orfici è un’opera che annulla la distinzione tra poesia e prosa. È pervasa da un’atmosfera onirica, ossessiva, simbolica, e si apre con un poema in prosa intitolato “La notte”, che secondo il critico Ruggero Jacobbi è “un simbolo riassuntivo dell’inconscio, di quell’inferno dell’anima e del desiderio a cui la fantasia deve scendere, come Orfeo, per ritrovarvi l’immagine della sua verità e della sua corrosa speranza”.

Nell’estate del 1915 Campana viene ricoverato nell’ospedale di Marradi e curato per una nefrite, ma i sintomi sono quelli della sifilide, mai curata (la tesi è di Sebastiano Vassalli, appassionato studioso di Campana), e questa malattia spiega la sua deriva fisica e mentale. Tra il 1916 e il 1917 vive il suo primo e unico amore, con Sibilla Aleramo. È un rapporto difficile e tormentato, e poi molto romanzato, portato sullo schermo da Michele Placido nel film Un viaggio chiamato amore (2002). E sempre nel 1916, in vista di una nuova edizione delle sue poesie, Campana scrive a Papini una lettera molto eloquente: “Se dentro una settimana non avrò ricevuto il manoscritto e le altre carte che vi consegnai tre anni sono verrò a Firenze con un buon coltello e mi farò giustizia dovunque vi troverò. Dino Campana, Marradi 23 gennaio 1916”.

Il 12 gennaio 1918 viene ricoverato in manicomio per l’ultima volta: sottoposto dai medici ad atroci esperimenti elettrici, da quel momento non scriverà più, la musica delle sue parole si spegne, la Chimera della Poesia scompare per sempre.

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