MaliDizioni

Conto circuiti, in paesi lontani

“Ricordo perfettamente quando hanno riaperto l’ambasciata statunitense a Cuba.

Me lo ricordo perché, quando sono arrivata al Nacional, avevo appena giurato di iniziare il detox.
Solo che era il 13 agosto, era più o meno mezzanotte e sull’aereo da Madrid all'Havana mi hanno chiesto se fossi Lady Gaga, anche se indossavo un cappello di paglia, cosa che credo Gaga non avrebbe fatto mai (… non su un volo di linea, almeno). Quindi ho ordinato un mojito, pensando a quanto la gente sia poco attenta ai dettagli e pensando soprattutto che – maledizione! - ero appena sbarcata a Cuba.

Me lo ricordo perché c’era un’afa micidiale e tantissima gente al bar sotto al portico, per la maggior parte reporter e tutti avevano almeno un mojito come il mio.

Me lo ricordo perché la mattina successiva dovevo tornare nella mia stanza, ma un esercito di cameriere in uniforme coloniale non mi ha lasciato prendere l’ascensore perché stava lavando l’atrio principale per l’arrivo del Vicepresidente. Soprattutto, lo ricordo perché ero in una palestra con vista su piscina e c’era John Kerry a tenere un discorso che guardavo in televisione ma che stava avendo luogo a due passi da me. Era talmente vicino che riuscivo a vedere come la folla dei reporter fosse quasi più numerosa di quella dei curiosi”

“Scusa… ma tu che ci facevi in palestra all’Havana?”

“Una volta tornata sarei dovuta andare a Venezia a fare la giurata per le colonne sonore

A Zanzibar ricordo di aver corso su una spiaggia per un tempo che sembrava infinito ma che in realtà non superava i venti minuti, complici una strana pressione e la sabbia sempre bagnata dalle maree. Da lì in poi, ho optato per una palestra con aria condizionata a -25° e lo sguardo perplesso di un masai a chiedermi perché non fossi a fare snorkeling tra le stelle marine, come tutti i miei simili. Avrei iniziato il mio quarto Sanremo poco più di un mese dopo. Avevo l’apparecchio ai denti e i capelli troppo corti.

La vita sessuale delle gemelle siamesi

Grazie a una testimone che ha ripreso tutto con il telefonino, una personal trainer di Miami Beach finisce sotto i riflettori per aver disarmato e immobilizzato un presunto killer. Le due donne sono Lucy Brennan, eroina sportivissima e salutista, e Lena Sorenson, artista bulimica in crisi d'ispirazione.

Altro tapis roulant, altro hotel. Due anni prima, a Madeira. Appena dopo un sms che diceva “devi essere figa quanto la tua voce”. 

A Saint Barth ho preso lezioni di boxe thailandese sotto un portico, bramosa di tornare in forma per l’inizio del tour.
E non conto i circuiti improvvisati nelle camere d’albergo giapponesi ma, soprattutto, porto nel cuore quei cinquanta addominali nella topaia più brutta del mondo, a Bayonne, per giustificare le croquitas che mi attendevano appena al di là dei Pirenei.

Penso di aver corso pure a Parigi, su a Pigalle, senza poesia ma con molto senso del dovere.
A Giulianova mi sono portata la muta e ho nuotato da una boa all’altra prima di andare alle prove.

Da qualche anno mi alleno quasi tutti i giorni con gusto e i jeans mi stanno nuovamente stretti sul culo, questa volta per merito.

Ricomincia la rumba del cercare di riconoscersi

I miei inseparabili mostri sorseggiano rispettosamente ipocalorici mimosa e non commentano, perché hanno già capito che non è sull’epopea del “sentirsi bene nei propri panni” che voglio andare a parare.

Perché quando ho scoperto che la ghiandola che libera gli ormoni è la stessa che anticamente veniva considerata la sede dell’anima, ho riguardato le mie cartoline da Cuba stupendomi per il verde inaspettato e per la sorprendente selezione musicale di una piccola radio locale; poi quelle da Zanzibar, con tanto affetto verso la signora texana che ogni anno da vent’anni passava un mese nello stesso hotel e che ogni mattina alle undici, già armata di vino bianco della casa, mi raccontava qualcosa della sua vita. Le ho regalato il libro che stavo leggendo, perché ho pensato potesse appassionare anche lei. L’ho ricomprato nella libreria in via Manzoni che ora non esiste più.

Se chiudo gli occhi sento musiche, annuso asfalti bagnati da temporali estivi, rido di cose che non   fanno ridere e mi mancano le foto in cui non mi piacerei ma che ho perso e che posso solo immaginare.

Ho guardato all’attenzione verso il proprio corpo come a quella verso l’altrove, verso il prossimo futuro, verso il sabato del villaggio.
Come se la vita dovesse ogni volta cominciare, da un luogo diverso, in un corpo diverso.

Ringrazio la Corsica per le ginocchia sbucciate, il Marocco per i pidocchi, l’ultimo tour in Puglia per l’intossicazione da ‘appena pescato’, letteralmente. E, senza retorica da belladentro, ringrazio la Giamaica, unico posto da cui sono tornata più magra.
Anche se la sfiga ha voluto che ci chiudessero in casa subito dopo.

Da vedere:

La morte ti fa bella di Robert Zemeckis. Geniale opera pop sul rapporto con la nostra custodia.

Fuori orario di Martin Scorsese. Per i giri immensi.

E poi, naturalmente, tutto il filone degli sfigati e delle missioni impossibili.

Da leggere:

Invisible monsters di Chuck Palahniuk.

La vita sessuale delle gemelle siamesi di Irvine Welsh.

 

Da ascoltare:

Ain't but a few of us left di Milt Jackson. Non ha una grande pertinenza ma c'è una splendida versione di ‘Body and Soul’. Il jazz é sempre un’ottima idea.

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