MaliDizioni

Quel punto in cui le linee diventano cerchi

“Il freddo di Milano si appiccica” dicevo da ragazzina, quando volevo spiegare le differenze climatiche tra la mia città e Berlino, da cui ero appena rientrata per la prima volta. Era l’inizio di novembre, la nebbia meneghina non era ancora una leggenda e i miei primi cinque giorni da sola altrove mi avevano ispirata come mille anni in un’altra galassia.

Si sa - ma non si dice - che il tardo pomeriggio del venerdì profuma di possibilità e che, particolarmente, il primo venerdì di novembre sa di possibile che nasce nel buio ed è, quindi, più ambizioso e audace perché apparentemente nascosto o, per dirlo alla milanese, imboscato.

È il punto quasi invisibile in cui si saldano l’inizio e la fine di un ciclo, il punto in cui le linee diventano cerchi. Anche Milano è notoriamente composta da cerchi e per questo, dicono i forestieri, più facile da girare rispetto ad altre aspiranti metropoli. A Berlino il freddo punge e il primo venerdì di novembre fa buio prima che a Milano sicuramente per via della collocazione più a nord e dei pochi lampioni.

Tra le altre cose, Berlino è un cerchio senza essere un cerchio, è piuttosto una macchia. Da alcuni punti della città passi continuamente, da altri invece solo quando devi e vuoi. Difficilmente riesci a uscire da certe aree della città senza i famosi giri immensi di Venditti.

Parleremo in un’altra occasione di come una volta cercavo di lasciare Prenzlauerberg per tornare a Kreuzberg senza una certa svolta a destra.

Ne parleremo un’altra volta perché ci sono altri millemila italiani che come te vanno spesso a Berlino e che hanno punti di vista un po’ più interessanti del tuo, che è solo legato ad un ideale.

... Grazie mille, Giudy!

Anzi, ti sei mai accorta di essere il frutto della gentrificazione? Sei di quelli che comprano case che fanno progettare da architetti e in cui non mettono il lampadario perché quello perfetto non l’hanno trovato. E così passa il tempo, passa la vita e in quelle case trascorrono sì e no un mese all’anno. Ascoltati, nemmeno hai imparato il tedesco come si deve. 

Insi, per favore… Prima di tutto, stai calma!
Hai visto e vissuto questa città insieme a me da sempre e sai cosa provo ogni volta che ci metto piede. Poi è venerdì, è il giorno in cui si può fare aperitivo dalle 17.30 a Milano e in cui a Berlino si preparano già per LA cena del fine settimana. Questo perché dipendendo dalla luce potrebbe essere già notte fonda. Non ho voglia di confrontarmi con te né con gli altri mostriciattoli. Conosco da vent’anni i trucchi per non avere l’odore di una stalla anche se sono in giro dal mattino e preferisco rivedervi più tardi, al sedicesimo “non ho niente da mettere” davanti allo specchio.

L’aperitivo lo faccio con Mali-nconia che del mostro non ha niente, sembra piuttosto uno di quegli animali che anche da cuccioli sono ingombranti e spaventano invece di suscitare la tenerezza che meritano. Anzi, ti dirò di più: lo facciamo a Milano, dove il lampadario ce l’ho ma non ho le presine per il forno almeno ci lasci in pace.

Con Mali ci siamo conosciute alle scuole elementari, quando aspettavo che mia madre venisse a prendermi più tardi del dopo scuola, più tardi dello spegnimento delle luci, più tardi. Quando sei piccolo e guardi le saracinesche all’ora di chiusura, il buio del venerdì di novembre ti si infila sotto la pelle e lo riconosci ovunque, per sempre. Ha un suono fatto di passi sul marciapiede che suggeriscono che fa freddo - ma non troppo - e che non piove. Brera sembra la tana del Bianconiglio.

E il buio intorno non fa paura anzi, grazie al buio tutto si vede meglio, come in quei quadri di Caravaggio che mi piacciono tanto.

Infatti, come se qualcuno le avesse spinte, due persone cadono addosso alla mia attenzione.
Si muovono vicini ma lontanissimi perché tra loro cammina Tensione, impettita come su un red carpet. Nessuno dei due riesce a completare una frase; Tensione la intercetta e restituisce al mittente, aggiungendo un carico di incomprensione. Alzano la voce, si guardano male.

Ho incontrato ancora la coppia in un altro punto del centro, devono aver fatto il giro lungo. Davanti alla pinacoteca ambrosiana stanno piangendo entrambi. Anzi, stanno piangendo insieme. Sospiriamo per loro, ci dispiace. E passeggiando verso il luogo del nostro appuntamento ci poniamo tantissime domande rispetto al loro stare così, a come ci siano arrivati, a cosa li aspetti.

Ci chiediamo anche se il chiederci cosa sia successo a due persone faccia di noi persone piccole o solo sentimentali.
Non ci siamo però chieste a che ora chiudesse il bar in cui volevamo prendere l’aperitivo e che, naturalmente, non ci ha aspettate.
Però lì fuori ci sono i due protagonisti delle nostre chiacchiere da venerdì. Si baciano con generosità rara, si stringono come se dovessero fondersi, si guardano come fossero usciti dall’inferno in quell’istante.

Chissà se sono tornati insieme a casa o si sono divisi. Secondo Mali ha ragione Godard: una storia ha bisogno di un inizio, uno svolgimento e una fine, ma non necessariamente in quest’ordine.

Io resto interrogativa e penso che l’aperitivo forse lo berrò a casa guardando la piazza e la gente che ci cammina e pensando a me, quella volta in un bar di Berlino, vestita divinamente e con lo sguardo sicuro.

Penso a come, uscendo da lì, non camminavo ma sfilavo e come mi guardavano le persone presenti.
Nessuna avrebbe potuto immaginare che, scendendo dal taxi, chiedessi all’autista di aspettare. Per via del mio tedesco pessimo ho dovuto insistere tanto finché, guardandomi con la tenerezza di chi scopre un segreto infantile, mi ha domandato:

È perché hai paura?

Sì. Un pochino sì.

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