Il verso giusto

Omero

Illustrazione di Mara Pogurschi, 2021

Illustrazione di Mara Pogurschi, 2021

La peste e l'ira

Canta, o dea, l’ira d’Achille Pelide,
rovinosa, che infiniti dolori inflisse agli Achei,
gettò in preda all’Ade molte vite gagliarde
d’eroi, ne fece il bottino dei cani,
di tutti gli uccelli – consiglio di Zeus si compiva –
da quando prima si divisero contendendo
l’Atride signore d’eroi e Achille glorioso.
Ma chi fra gli dèi li fece lottare in contesa?
Il figlio di Zeus e Latona; egli, irato col re,
mala peste fe’ nascer nel campo, la gente moriva,
perché Crise l’Atride trattò malamente,
il sacerdote; costui venne alle navi rapide degli Achei
per liberare la figlia, con riscatto infinito,
avendo tra mano le bende d’Apollo che lungi saetta,
intorno allo scettro d’oro, e pregava tutti gli Achei
ma sopra tutto i due Atridi, ordinatori d’eserciti:
“Atridi, e voi tutti, Achei schinieri robusti,
a voi diano gli dèi, che hanno le case d’Olimpo,
d’abbattere la città di Priamo, di ben tornare in patria;
e voi liberate la mia creatura, accettate il riscatto,
venerando il figlio di Zeus, Apollo che lungi saetta”.
Allora gli altri Achei tutti acclamarono,
fosse onorato quel sacerdote, accolto quel ricco riscatto.
Ma non piaceva in cuore al figlio d’Atreo, Agamennone,
e lo cacciò malamente, aggiunse comando brutale:
“Mai te colga, vecchio, presso le navi concave,
non adesso a indugiare, non in futuro a tornare,
che non dovesse servirti più nulla lo scettro, la benda del dio!
Io non la libererò: prima la coglierà vecchiaia
nella mia casa, in Argo, lontano dalla patria,
mentre va e viene al telaio e accorre al mio letto.
Ma vattene, non m’irritare, perché sano e salvo tu parta”.
Disse così, tremò il vecchio, obbedì al comando,
e si avviò in silenzio lungo la riva del mare urlante;
ma poi, venuto in disparte, molto il vegliardo pregò
il sire Apollo, che partorì Latona bella chioma:
“Ascoltami, Arco d’argento, che Crisa proteggi,
e Cilla divina, e regni sovrano su Tènedo,
Sminteo, se mai qualche volta un tempio gradito t’ho eretto,
e se mai t’ho bruciato cosce pingui
di tori o capre, compimi questo voto:
paghino i Danai le lacrime mie coi tuoi dardi”.
Disse così pregando: e Febo Apollo l’udì,
e scese giù dalle cime d’Olimpo, irato in cuore,
l’arco avendo a spalla, e la faretra chiusa sopra e sotto:
le frecce sonavano sulle spalle dell’irato
al suo muoversi; egli scendeva come la notte.
Si postò dunque lontano dalle navi, lanciò una freccia,
e fu pauroso il ronzio dell’arco d’argento.
I muli colpiva in principio e i cani veloci,
ma poi mirando sugli uomini la freccia acuta
lanciava; e di continuo le pire dei morti ardevano, fitte.

Omero, Iliade, I, vv. 1-52, traduzione di Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi

Iliade. Testo greco a fronte

Cinquantun giorni della guerra degli Achei contro Troia (Ilio, da cui il titolo): dall'ira di Achille, l'eroe invincibile, o quasi, dell'esercito acheo contro il capo della spedizione Agamennone, reo di avergli sottratto la schiava Briseide, al funerale di Ettore, l'eroe troppo umano dell'esercito troiano sconfitto dall'astuzia di Ulisse. Il capolavoro assoluto del genere epico, la nascita e il momento fondante dell'intera tradizione letteraria dell'Occidente. Prefazione di Fausto Codino.

Tra la “gente di molto valore” destinata a restare nel Limbo, il luogo a cui appartiene il suo maestro Virgilio, Dante incontra quattro grandi ombre di “sembianza [...] né trista né lieta”: la prima, “con quella spada in mano,/ che vien dinanzi ai tre sì come sire./ Quelli è Omero poeta sovrano” (lo seguono Orazio, Ovidio e Lucano).

Questa regalità nella poesia è l’unica certezza che abbiamo su Omero, poeta del mito e diventato mito egli stesso. Almeno sette località si contendono la sua nascita, e sette sono le Vite di Omero, tutte romanzate e fantastiche, che ci sono pervenute. Numerosi sono i suoi ritratti scolpiti fin dall’antichità nel marmo o nel bronzo da artisti che non l’hanno mai incontrato: il prodigioso cantore cieco sembra in ascolto della voce della Musa che gli suggerisce le gesta degli eroi. La fama dell’autore dell’Iliade, l’opera letteraria più antica che ci sia stata tramandata, e dell’Odissea è immensa. La sua figura supera i confini della biografia, rappresenta un’intera, sublime tradizione. Omero è, dunque, il nome-simbolo di “una o più persone smarrite nei bui recessi del tempo” (Harold Bloom). Un aedo, vissuto nell’VIII secolo a.C. e dalla memoria prodigiosa, che ha saputo cantare canti già esistenti e tramandati dalla tradizione epica nata nei palazzi dell’epoca micenea. Un “cantore dalla maestria superlativa, che seppe ricucire artisticamente un magma eterogeneo di canti composti ed eseguiti in stile sparso” (Ezio Savino). Un dono degli dèi.

Cantami, o Diva, dei lirici greci:

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