Il verso giusto

Arthur Rimbaud

Illustrazione di Francesco Ruggero Vercesi studente del Liceo Artistico Volta di Pavia, 2021

Illustrazione di Francesco Ruggero Vercesi studente del Liceo Artistico Volta di Pavia, 2021

La mia Bohème

(Fantasia)

Me ne andavo, coi pugni nelle tasche sfondate,
e pure il mio paltò diventava ideale;
andavo sotto il cielo, mia Musa, a te leale;
amorose avventure, magnifiche e sognate!

Nei miei soli calzoni un buco s’allargava.
– Sognante Pollicino, sgranavo nella corsa
rime. La mia locanda era lassù, nell’Orsa.
Soavemente in cielo le mie stelle frusciavano.

E le ascoltavo, ai bordi di qualche strada assiso,
in quelle dolci sere di settembre, col viso
bagnato di rugiada che ha di vino il vigore;

e, rimando nel mezzo di buiori fantastici,
tiravo, come corde di una lira, gli elastici
delle scarpe ferite, un piede accanto al cuore!


Traduzione di Roberto Rossi Precerutti

È il 1870 quando il sedicenne Arthur Rimbaud fugge da Charleville, nelle Ardenne, dove era nato il 20 ottobre 1854, dando inizio a un periodo di peregrinazioni alla ricerca della vita “vera”, lontano dalla gretta realtà della provincia e dal mondo domestico e borghese. Su invito di Paul Verlaine, nel 1871 arriva a Parigi e comincia a frequentare i cenacoli letterari, dando scandalo per le sue convinzioni politiche, il gusto per l’eccesso e la relazione omosessuale con il suo mentore. Il legame avrà un drammatico epilogo: il 7 luglio 1873, a Bruxelles, Verlaine spara contro l’amico ferendolo a un polso. Processato, sconterà due anni di carcere.

Ma già quando approda a Parigi, la visione di Rimbaud sulla vita e sulla poesia è chiarissima: in quella che diventerà nota come la “lettera del veggente”, inviata all’amico Paul Demeny nel maggio 1871, scrive: “Dico che bisogna essere veggente, farsi veggente. Il Poeta si fa veggente attraverso un lungo, immenso e ragionato sregolamento di tutti i sensi. Tutte le forme d’amore, di sofferenza, di follia; egli cerca sé stesso, esaurisce in sé tutti i veleni per non conservarne che la quintessenza. (…) Il poeta è veramente un ladro di fuoco. Ha in carico l’umanità, perfino gli animali; egli dovrà sentire, palpare, ascoltare le sue invenzioni; se quello che egli porta da laggiù ha forma, egli dà forma; se è informe, egli dà l’informe”. Il poeta deve inoltre creare una lingua nuova, “lingua dell’anima per l’anima, tutto riassumendo, profumi, suoni, colori; pensiero che il pensiero uncina, e che tira”. E Rimbaud ruberà davvero il fuoco agli dèi, bruciando anche la sua vita e la sua poesia, superandone i limiti fino al punto di non ritorno, fino al silenzio. A 19 anni, dopo aver scritto Una stagione all’inferno e i poemetti in prosa Le Illuminazioni, l’inimitabile esperienza letteraria di Rimbaud si conclude e l’“uomo dalle suole di vento”, come l’ha definito Verlaine, smette di scrivere e riprende le sue peregrinazioni. Si trasforma in trafficante, fa il mercante di armi in Africa, ad Harar. Nel 1891, affetto da un tumore a un ginocchio, torna in Francia, a Marsiglia, dove muore il 10 novembre. Ha 37 anni.

Nell’antologia I poeti maledetti (1884, 1888), Paul Verlaine lo descrive così: “Era un uomo alto, ben costruito, quasi atletico, il volto perfettamente ovale da angelo in esilio, capelli castano chiaro in disordine e occhi di un azzurro pallido inquietante”. E conclude: “Nella sua Stagione all’inferno diceva: ‘La mia giornata è finita; lascio l’Europa. L’aria marina mi brucerà i polmoni; i climi lontani mi abbronzeranno’. Tutto questo è bellissimo e l’uomo ha mantenuto la parola”.

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