Il verso giusto

Frammento 16 di Saffo

Illustrazione digitale di Martina Bettinardi, 2022, studentessa del Liceo Artistico Volta di Pavia

Illustrazione digitale di Martina Bettinardi, 2022, studentessa del Liceo Artistico Volta di Pavia

fr. 16

Cavalieri a schiera. O fanterie.
O navi. Giurano che sulla terra
sia l’assoluto bello. Io no: io quello
che t’innamora.

Farlo capire a tutti quanti è molto
piano. Ecco: lei, la stella, la bella
oltre l’umano, Elena, il suo uomo
eroe sublime
piantava, fuggitiva sulle onde
a Troia. Di figlia, della sua famiglia
non un pensiero. Messa fuori strada,
ma non voleva.

Già, Cipri ha un inflessibile pensiero
e compie lievemente quel che pensa:
ricordo d’Anattoria, in quest’istante,
quanto mi manca,
vorrei vederla, il passo che io amo
il sole abbacinante della fronte.

Lei, non carri armati d’Asia, corazze
d’uomini in campo.

Traduzione di Ezio Savino
Da I lirici greci tradotti da Ezio Savino, a cura di Daniele Ventre, Crocetti Editore 2021

Lirici greci. Testo greco a fronte. Ediz. critica

Il volume comprende gli autori più noti: Archiloco, Semonide e Ipponatte per i poeti giambici; Callino, Tirteo, Mimnermo, Solone, Teognide, Senofane, Focilide e Crizia per i poeti di elegie; Saffo, Alceo e Anacreonte per i melici; Alcmane, Stesicoro, Ibico e Bacchilide per i lirici corali. Ma accanto a questi, il lettore troverà anche lirici minori e meno frequentati, come i giambografi Ananio, Difilo o Susarione, gli elegiografi Dionisio Calco ed Eveno, poetesse liriche meno presenti nelle antologie, come Corinna e Prassilla, e perfino alcuni frammenti di attribuzione incerta.

Nel III secolo a.C. i filologi alessandrini definirono liricòs il modello di canto che a partire dal VII secolo a.C. si era diffuso in Grecia (e nel Peloponneso, in Asia Minore, nelle isole dell’Egeo e nella Magna Grecia), poiché la sua esecuzione richiedeva l’accompagnamento musicale della lira o di un altro strumento a corda. Era un canto decisamente innovativo: contrariamente ai cantori della poesia epica, che celebravano le gesta degli eroi, i poeti lirici cantavano sé stessi, la propria esperienza individuale e i sentimenti.

La regina della lirica monodica, che prevedeva cioè l’esecuzione solistica, e voce tra le più alte della poesia di tutti i tempi, fu Saffo. Poche le notizie certe sulla sua vita: di origini aristocratiche, nacque e visse nell’isola di Lesbo tra il VII e il VI secolo a.C.; aveva tre fratelli; tra il 604 e il 596 a.C. trascorse un breve periodo in esilio in Sicilia, forse in seguito a disordini politici che coinvolsero la sua famiglia o suo marito, un ricco commerciante originario di Andros; ebbe una figlia, Clèide, paragonata a “fiori d’oro”. Soprattutto, a Mitilene Saffo ebbe molte, amatissime allieve nel suo tìaso, che è stato definito “un elegante ed esclusivo educandato per le figlie delle famiglie altolocate di Lesbo, e di altre, in arrivo dalla costa asiatica”, e le eternò nei suoi canti. Nel tìaso (termine che nella Grecia antica indicava una cerchia di persone accomunate dal culto a una divinità), Saffo esercitava la funzione di guida culturale, poetica, pedagogica del gruppo di giovani allieve. E nello splendore dell’isola le educava all’eleganza, alla grazia, alla ricerca del bello, che non è una qualità oggettiva, ma una dimensione spirituale, “quello/ che t’innamora”.

Le poesie di Saffo furono ordinate dai filologi alessandrini in nove libri, distinti a seconda dei metri poetici impiegati. Il primo libro comprendeva i canti in strofe saffiche (quartine di tre endecasillabi chiuse da un pentasillabo, l’adonio), il suo capolavoro. Ne conosciamo l’estensione: 330 strofe, corrispondenti a un corpo di 70 o 80 poesie. Altri libri erano più esili, come l’ottavo, con una decina scarsa di composizioni. Il nono libro racchiudeva gli “epitalami”, i canti per le nozze, intonati durante la cerimonia dal coro di compagne della sposa. Tutte le poesie di Saffo nascono come canzoni orali, ed è un miracolo che non siano andate completamente perdute. Certo, poche sono giunte fino a noi: il più antico testo papiraceo su cui qualcuno ha annotato le parole di Saffo risale al III secolo a.C. Da allora gli studiosi non hanno smesso di cercare suoi versi ancora sconosciuti, e a volte sono stati fortunati, come nel 2014, quando un papirologo e grecista dell’università di Oxford ha ritrovato due poesie su un frammento di papiro del III secolo d.C.

Abbiamo pochi testi, dunque, ma più che sufficienti per pensare, con Platone, che “le Muse non sono nove, come dicono. Quale sbaglio! Guardala, è lei, Saffo di Lesbo, la decima Musa!”.

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