Tracce di Tito

I "rumori di fondo" dei dischi? Per Tito Faraci, fanno parte del gioco

Ho cambiato studio. Mi sono trasferito sul naviglio, dove già passavo parecchio tempo per altri motivi. Ho unito l'utile al disdicevole. E comunque non sono lontano da casa.

Soprattutto la mattina, è come stare nel villaggio di Asterix. Ognuno ha il suo ruolo. Io sono quello che scrive fumetti, ma anche - non secondariamente – quello che ascolta tanta musica e che, se non stai attento, ti attacca un pippone sui T. Rex ("… con il puntino! Non col trattino, eh?") o sui progetti paralleli dei Bachi da Pietra ("… ma l'avete sentito disco solista di Giovanni Succi con le cover di Paolo Conte???").

Lo studio si trova in un enorme e profondo cortile. Di quelli geometricamente impossibili, così tipici di Milano, dietro a un portone che ha di fronte, sull'altro lato del naviglio, un amato negozio di dischi.

Sono di ottimo umore e decido di festeggiare regalandomi l'ultimo di Nick Cave, fatto in coppia con Warren Ellis. Si intitola Carnage. Allegria!

Chiedo com'è a Ferruccio, il proprietario del negozio. Un amico grande e grosso. "Ah, bello," mi risponde. "Però sono riuscito ad ascoltare soltanto due pezzi, poi mi sono arreso." Certo, ho capito. Benissimo così. Prendo la versione in vinile.

Quando sono felice, sento musica triste. Quando invece sono triste, ovviamente, sento musica triste. Il perché di questa cosa non l'ho mai capito. Per fortuna, non è una regola fissa. Tant'è che incrocio Sergio, disegnatore di notissimi fumetti e batterista di una sconosciuta punk band, e dopo un anno e mezzo che, causa pandemia, non ci vediamo di persona, per prima cosa gli chiedo se non gli sembri che Father of All Motherfuckers dei Green Day non sia stato ingiustamente sottovalutato. Soltanto venticinque minuti di canzoncine goderecce e forsennate. Si può chiedere di più? Sì, si può, ma va benissimo lo stesso. Sergio è d'accordo. Gli offro da bere e gli chiedo come va la vita.

Arrivo a casa e metto su Nick Cave. La copertina è sobria e solenne, di robusto cartone. Il vinile, porca miseria, fruscia.

Interrompo subito l'ascolto. Lo pulisco con un morbido spazzolino antistatico. Delicatamente, ma a fondo.

Ricomincio, e fruscia ancora. Per pura curiosità, scrivo un messaggio a Ferruccio chiedendogli se il "problema" è soltanto mio o qualcun altro lo ha segnalato. Mi risponde che non gli risulta, anche perché la mia è la prima copia che ha venduto, ma mi propone di cambiarmelo, se glielo riporto. Gli ribatto che giammai farei una cosa del genere. Non sono quel genere di cliente, io. Comprare vinile significa accettare e condividere un rischio, serenamente. Il fruscio fa parte del gioco. Se non ci fosse mai, nemmeno un po', sarebbe così divertente?

Riparto con il disco, per la terza volta, senza fermarmi. Non bado più ai rumorini di fondo, che comunque presto svaniscono. Forse non l'avevo pulito abbastanza bene.

Il disco è bello, bellissimo. Asciutto e, allo stesso tempo, con aperture grandiose. Siamo in giugno, ma di colpo sembra autunno. Mi crogiolo in questa maestosa malinconia.

Ho già deciso che è il disco dell'anno, almeno per tutta questa settimana (ed è appena martedì). Un po' mi secca, mi pare banale, ovvio, scontato. Ma che gli vuoi dire, a Nick Cave? Siamo dalle parti di Ghosteen, che disco dell'anno - di tutto l'anno - lo era stato sul serio, nel 2019. Prima che il mondo finisse e ricominciasse. L'accostamento mi ricorda l'importanza di Warren Ellis, che in Carnage è coautore di tutti i pezzi e suona ogni strumento che gli capita a tiro, perfino il flauto dolce di plastica (… no, scherzo… però...).

Sebbene pago di cotanto ascolto, mi resta un rovello. Perciò metto su un altro disco - nuovo di pacca, ma rimasto in attesa - per fare una "prova fruscio". Non si sa mai che sia colpa della mia puntina, che ho cambiato da solo qualche mese fa. Operazione che aveva richiesto circa trenta secondi: sfilare la vecchia, infilare la nuova. L'eccessiva semplicità mi ha lasciato il dubbio di avere sbagliato qualcosa e, ora, di pagarne le conseguenze.

Il disco di prova è For the First Time, dei Black Country, New Road. Tengo alto il volume, per cogliere pure il minimo fruscio. Ma subito mi lascio distrarre dalla musica. Verrebbe da dire dalle "musiche". Perché qui c'è tanta roba, insieme. Post rock e post punk, indie, avanguardia, folk e perfino quel tocco di jazz che, dopo, mi farà tirare fuori un disco a caso dei Karate.

Scopro che questi Black Country, New Road (da scrivere con la virgola) sono del giro di Fontaines D.C. (da scrivere con i punti), Idles e Black Midi. Musica del futuro che attinge al passato, fatta con le viscere e con il cervello. Qui e là, a tradimento, ci sono sprazzi festosi e perfino, a loro modo, danzerecci. Ma è un'allegria perdonabile, che scorre come l'acqua dei navigli. Più pura e pulita di quanto sembri vista da fuori. Mi ci immergo.

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