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David Crosby canta la pace, ma va alla guerra con Spotify

Non lasciatevi ingannare da quell’aspetto da figlio dei fiori: quando David Crosby va alla guerra, non carica ad erba i suoi cannoni.
Lo dimostrano le affermazioni tranchant con le quali nei giorni scorsi Crosby ha motivato il ritiro della propria musica da Spotify, seguendo a ruota nella decisione il suo antico sodale Neil Young e probabilmente anticipando una prossima presa di posizione da parte di altri musicisti.
Ad accendere la miccia sono state le fake news a proposito dei vaccini propalate attraverso un podcast molto popolare sulla piattaforma di streaming.  “O Young o Rogan”, le ha cantate chiare l’autore di Harvest alla fanbase di Joe Rogan, il podcaster contro il quale si sono scagliati per la stessa ragione più di 270 fra dottori e scienziati, nelle scorse settimane.
Ci voleva un nemico contro il quale far fronte comune, per mettere pace fra due nemiciamici come Young e Croz: ed è ironico che a suscitare le ire di questi due splendidi, maestosi vecchi del folk rock americano, campioni di una musica resa aerea dalla leggerezza delle armonie vocali e degli arpeggi di chitarra, sia stata proprio la regina della musica liquida.
Per inciso: dietro la retorica edificante dell’accessibilità a prezzi contenuti di un catalogo pressoché illimitato di brani, Spotify sta reinvestendo parte dei suoi spropositati guadagni nello sviluppo di nuove forme di intelligenza artificiale al servizio della tecnologia militare.

E ora passiamo alle cose belle e parliamo di musica.
If I could only remember my name
, il capolavoro solista di David Crosby ha compiuto cinquant’anni nel 2021, e dallo scorso ottobre è tornato sugli scaffali delle librerie e dei negozi di dischi in una croccante versione in vinile da 180 grammi che (andiamo al dunque) ci sentiamo di consigliare caldamente.
“Scaffali”, “croccante”, “grammi”, “caldamente”… qualcuno ha mai scritto due righe a proposito di quanto il lessico delle panetterie e quello dei negozi in cui si vende musica siano tornati a somigliarsi, da quando il vinile ha rialzato la testa, ristabilendo la propria meravigliosa, feticistica e appassionata influenza sul mercato discografico (… beh, d’altra parte se si chiama “mercato discografico” una ragione ci sarà)?
Se ancora non l’ha fatto nessuno, ecco, lo facciamo noi: perché certi dischi sono buoni come il pane, e non c’è cosa più bella di vedere il movimento circolare e ipnotico di una focaccia di cera trasformarsi in una musica che riempie l’aria in cui stiamo anche noi, facendoci muovere e battere il ritmo con il piede e con le mani.

If I Could Only Remember My Name

Il debutto come solista del cantautore David Crosby If I Could Only Remember My Name nel 1971 è diventato uno dei favoriti di molti fan grazie all’estetica avventurosa dell’album, le armonie piene e i testi toccanti sulla perdita e la confusione. Diversamente da quanto creduto, è stata una delle sue opere più collaborative, lavorando con un cast di musicisti stellari che includono i membri dei Grateful Dead, Jefferson Airplane, Santana, insieme a Graham Nash, Joni Mitchell, Neil Young e altri.

“If I could only remember my name” è il frutto maturo e irripetibile di una stagione nella quale musica e vita si tenevano per mano. Nonostante l’onda lunga della psichedelia e la “Summer of love” che aveva avuto il suo epicentro nella San Francisco del 1967 all’epoca della pubblicazione del disco fossero già poco più che una eco lontana, Crosby sfuggì alla trappola di celebrarne i fasti attraverso una rievocazione nostalgica, puntando invece tutto sul valore catartico e universale di una musica completamente libera. Libera persino da sé stessa: “Music is love”, asserisce infatti il pezzo di apertura, e bastano pochi accordi di chitarra pennellati sulla insinuante pulsazione del basso per farci sentire al centro di un cerchio i cui confini vanno espandendosi fino a inglobarci … no, non “inglobarci”: includerci. Ci sentiamo al centro di qualcosa, quando ascoltiamo questa musica, e intuiamo quanto questo qualcosa sia stato grande e - in qualche misura - continui ad esserlo.

È, questo, il canto del cigno di un movimento senza nome e senza presìdi; un canto registrato quando già quello stesso movimento aveva capito che non ce l’avrebbe fatta a salvarsi dalle sirene del capitale, sempre pronte a divorare e metabolizzare qualsiasi possibile obiezione.
Eppure, nella musica di “Croz” e dei tanti compagni di viaggio coi quali If I could only remember my name fu realizzato, non c’è traccia di rancore o di rabbia: pezzi come Laughing, Traction in the rain o la splendida Orleans sono frammenti iridescenti di un’epoca che ci sembra lontana, edenica e perduta solo finché ci ostiniamo a considerarla – appunto – soltanto un’epoca. Basta abbassare le braccia, chiudere gli occhi e alzare un poco il volume, e siamo ancora tutti lì, a tenerci per mano mentre la musica risveglia il tempo, fermandolo per sempre.

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