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La sublime costruzione di Gianluca Di Dio

Non credete a questa storia, è simbolica, farneticante, totalmente esagerata

Una guerra tra forze sconosciute, l’invasione delle acque e un mondo ormai irriconoscibile: è questo il contesto in cui si muove Andrej Nikto, l’omerico protagonista de La Sublime Costruzione. Il nuovo romanzo di Gianluca Di Dio, edito da Voland, presenta uno scenario post-apocalittico, dove nessuno possiede «altro che sé stesso» e le persone non hanno più nemmeno una casa. In questo ambiente oscuro e nordico, l’unica speranza di salvezza sembrerebbe essere una mastodontica quanto inusuale corriera bianca che trasporta i volontari verso un cantiere perenne, con le luci sempre accese e capace di dare lavoro a tutti: la Sublime Costruzione, appunto. Questa è la meta di Andrej che, su suggerimento di Puk, «l’ultima ufficiale sentinella dell’annientamento e della scomparsa dell’umanità da quella città di sabbia», decide di salire sulla corriera insieme al suo fidato amico Årvo, intraprendendo un viaggio che riprende l’Odissea. Le cinque tappe, infatti, ripercorrono alcuni degli incontri avuti da Ulisse durante il suo ritorno a Itaca, anche attraverso delle brevi citazioni dell’opera greca poste all’inizio dei vari capitoli. Andrej e Årvo incontreranno dunque delle sirene ammaliatrici, degli spaventosi energumeni e una maga che trasforma in bestie tutti i propri ospiti.

La Sublime Costruzione
La Sublime Costruzione Di Gianluca Di Dio;

La città di Andrej non esiste più. Tutto il suo mondo è stato spazzato via da una catastrofe seguita a una lunga guerra. L'unica possibilità di riavere una vita è offerta da una fantomatica corriera diretta verso nord, alla volta di un cantiere dove si sta realizzando un oscuro progetto universale: La Sublime Costruzione, che promette lavoro e benessere a chiunque voglia farsi assumere.

Con questo nuovo romanzo, Gianluca Di Dio rilegge in chiave fantascientifica e post-apocalittica l’Odissea, mettendo in scena un viaggio dichiaratamente metaforico. Ecco, dunque, che la vicenda rappresentata dall’autore corre attraverso più epoche, rivisitando allegoricamente i decenni del ‘900: i “sonnivori”, ovvero i mangiatori di loto, sono gli anni ’70, con il richiamo all’utilizzo di droghe oppiacee; la corruttrice prodiga altro non è che un’apostrofe agli anni ’90 e alla diffusione della pornografia amatoriale tramite internet. I piani si moltiplicano e si incastrano, si confondono e si chiarificano, regalando chiavi di lettura inattese e da scoprire.

Il riferimento all’Odissea si trova anche nel registro linguistico adottato dall’autore, ricco di termini ed espressioni ricercate. A dominare l’intero testo troviamo inoltre le similitudini a cui Di Dio fa continuamente ricorso per descrivere accuratamente attimi e sensazioni in scena, oppure per dipingere paesaggi ed eventi: «la città dove mi trovavo era stata inghiottita come una bustina di zucchero dalla fame escandescente dell’acqua di una diga». In alcuni momenti, poi, l’utilizzo delle similitudini richiama dichiaratamente la prosa epica, rafforzando ulteriormente il legame con il poema omerico:

Così come si cava il marmo dalla roccia facendo esplodere una mina, allo stesso modo, i nostri animi si sgretolarono generando blocchi di terrore, a causa di quella scena deflagrante

I costanti richiami e i molteplici riferimenti all’Odissea non devono sviarci: La Sublime Costruzione non vuole condurci a Itaca, ma da tutt’altra parte. Basti pensare al diverso carattere dei due protagonisti in questione: al posto di un Ulisse dal sublime ingegno, curioso, troviamo Andrej, che di certo non eccelle per astuzia e aspira a una vita felice e tranquilla. Ce lo dice lui stesso: «delle volte penso a certe giornate comuni in cui non succedeva niente, noiose… la noia di certe giornate, mi ricordo, e mi sembrano belle, un lusso addirittura… mi mancano quei giorni». D’altra parte, i due eroi si mettono in viaggio per motivi ben diversi. Dopo dieci anni lontano da casa per combattere sotto le mura di Troia, Ulisse si imbarca per tornare in patria e, pur venendo vinto più volte dalla sete di conoscenza e deviando il tragitto, solca mari pericolosi con in testa un’unica meta: Itaca. Andrej, invece, dopo il conflitto che ha devastato il suo mondo non ha più una casa e si mette in viaggio spinto dalla speranza di salvezza, alla ricerca di un luogo la cui esistenza è costantemente messa in dubbio dai passeggeri della corriera.

In questo viaggio metaforico che è La Sublime Costruzione, Di Dio fa uso degli incontri tra i personaggi per portare avanti il vero discorso distopico del romanzo: la concezione del lavoro nel mondo contemporaneo. Dal grottesco colloquio con la figura del reclutatore sulla corriera, fino alla trasformazione del piacere in performance da parte della corruttrice prodiga, la tematica lavorativa viene più volte affrontata e osservata da prospettive differenti, spingendo il lettore a confrontare la sua personale esperienza. C’è chi come Årvo si identifica nella propria mansione di ferroviere, ripetendo costantemente di saper fare solo quello e arrivando ai limiti dell’alienazione. Altri, come Andrej, ritengono che «il lavoro è lavoro, cosa c’è di più lontano dalla felicità?». Un disperato passeggero della corriera, invece, cerca di illudersi che il lavoro presso la Sublime Costruzione possa realizzarlo, perché come gli ha detto la moglie rimasta a casa «è il lavoro che ci salva, vero?». Infine, c’è chi come Mitzi afferma con decisione di non aver bisogno di un lavoro ma di «un motivo per esistere». La Sublime Costruzione a qualcuno sembra promettere questo, offrendo la posizione perfetta, scelta appositamente su misura del volontario. Tuttavia, la possibilità che questo luogo non esista si estende lungo le pagine del romanzo come un’ombra, minando la forza di volontà del protagonista e degli altri personaggi.

 

«C’è una meta, ma non una via: ciò che chiamiamo via è un indugiare» scriveva Kafka in uno dei suoi aforismi più celebri: e se anche la meta non esistesse? Se non esistesse nessun luogo migliore delle fatiche quotidiane? Allora «fino all’ultimo dovremo apparecchiarci a un interminabile cammino di speranze»: un interminabile viaggio di riedificazione umana.

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