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Se solo il mio cuore fosse pietra di Titti Marrone

Leggere libri che parlano della Shoah è giusto e doveroso, ma allo stesso tempo difficile e angosciante, soprattutto quando questi libri parlano di bambini che hanno dovuto affrontare ingiustamente una vita straziante e per noi inimmaginabile. Leggere Se solo il mio cuore fosse pietra ci aiuta ad affrontare una tematica difficile con uno sguardo rivolto alla speranza e a considerare quante persone si adoperarono per aiutare i sopravvissuti ad avere una seconda vita.

Titti Marrone, giornalista e scrittrice, aveva già affrontato nel 2003 la storia delle due sorelline italiane, Andra e Tati, nate a Fiume e sopravvissute al campo di concentramento di Auschwitz, e del cugino Sergio, che invece non fece più ritorno.

In questo nuovo romanzo, partendo proprio dalla figura di Sergio, il bambino che non arrivò, di cui Alice sogna la voce che gli dice “Io non verrò mai da te”, l'autrice inizia il racconto dell’esperienza di Alice Goldberger, allieva di Anna Freud, la figlia del noto psicoanalista.

Fu proprio la stessa Anna Freud che volle Alice come direttrice della casa per orfani presso Lingfield, in Inghilterra, quella che i giornali dell'epoca chiamarono “la casa dell'accoglienza senza punizione”.

Se solo il mio cuore fosse pietra

Nel 1945 la grande villa di campagna di sir Benjamin Drage diventa una residenza per i piccoli reduci dai campi di sterminio, venticinque bambini tra i quattro e i quindici anni accolti e accuditi grazie all'iniziativa e alla determinazione di Anna Freud, figlia del grande Sigmund, e di Alice Goldberger, sua collaboratrice. Ciascun bambino ha una storia diversa, terribile e speciale, ciascuno viene da un proprio personale inferno.

Qui, nel 1945, 25 bambini, tra i 4 e gli 11 anni, sopravvissuti ai campi di concentramento, agli orfanotrofi, ai conventi o a piccoli nascondigli dove i loro genitori erano riusciti a lasciarli durante la guerra, hanno trovato un porto sicuro dove poter rinascere.

Non fu certamente un lavoro facile, per tanti aspetti.

I bambini non conoscevano il linguaggio dell’affetto e dell’amore e, soprattutto, avevano costruito negli anni una corazza psicologica per cui non potevano fidarsi degli adulti.

Nei primi giorni non volevano mangiare, temendo di venire avvelenati, e quando dissero loro di prepararsi per fare una doccia scoppiarono a urlare pensando che quegli adulti volessero ucciderli.

Alice, forte e al contempo timorosa di sbagliare, riuscì a dare tutta sé stessa e soprattutto riuscì a fare squadra con gli psicologi, gli educatori, gli insegnanti e tutti i validissimi collaboratori che per la prima volta, e quindi spesso per tentativi, cercarono di trovare la giusta via per dare un futuro a questi bambini.

Il recupero delle memorie di traumi estremi come quelli vissuti dai piccoli ospiti di Lingfield non era mai stato tentato prima. Non esistevano precedenti né teorie di supporto né strade già tracciate. Ed era facile immaginare che sarebbe stato devastante.

Anna Freud, da Londra e a volte in visita presso la tenuta di Lingfield, fu sempre presente e prodiga di consigli, dato che per un compito come questo bisognava saper agire su più fronti: quello fisico, i bambini avevano infatti bisogno di riacquistare salute, a volte dovevano sottoporsi a interventi chirurgici perché avevano perso parte della vista o i denti erano rovinati a causa della malnutrizione; quello dell’istruzione e dello studio della lingua inglese o anche dell’ebraico, per quelli che sarebbero andati a vivere in Israele; e infine quello psicologico, che è stato la parte fondamentale di tutto il processo di rinascita.

Fate in modo che giochino, e molto” aveva raccomandato Anna Freud. “Il gioco è una delle tecniche più importanti per entrare in contatto con loro.

L'esperienza di Oscar con i bambini più grandi e gli adolescenti ci mostra che la conquista di una lingua nuova comune a tutti, oltre a favorire la comunicazione, rafforza il senso di gruppo.

Passo dopo passo si segue la vita di questi ragazzini, i loro progressi, i loro insuccessi e le loro fobie.

L’autrice, con un ampio lavoro di ricerca storica, è andata a scavare negli archivi tra foto, ricordi e interviste riuscendo anche a informarci su come sono andate avanti, dopo Lingfield, le seconde vite di questi bambini.

Se Andra e Tati, le due sorelline italiane, grazie al comitato per i rifugiati ebrei a Londra e la Croce Rossa Internazionale, riuscirono a ricongiungersi ai loro genitori, per altri bambini il futuro fu più difficile e incerto.

Per molti altri si aprì la strada dell’adozione, strada che non fu sempre semplice.

Se solo il mio cuore fosse pietra è una narrazione storica che ci fa pensare a quanto i fatti della Storia da sempre condizionano la vita delle persone, ma anche che tra tanta cattiveria esistono persone buone e generose che vogliono spendere la loro vita per gli altri.

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