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Top Gun: Maverick di Joseph Kosinski

Giunto a fine carriera, Maverick - sempre anticonformista come il suo soprannome esplicita - viene chiamato ad addestrare dei Top Gun per una missione suicida.

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Se devo trovare un modo per definire questo adrenalinico lungometraggio, uso tale frase: è l'epitome non solo del cinema di Tom Cruise, ma di tutto quello hollywoodiano-reaganiano degli anni Ottanta, una summa - persino ingenua - di un'idea di spettacolo e di messaggi probabilmente passati. Eppure...

Top Gun: Maverick (DVD)
Top Gun: Maverick (DVD) Di Joseph Kosinski

Dopo più di trent'anni di servizio il Tenente Pete “Maverick” Mitchell, tra i migliori aviatori della Marina, è ancora nell’unico posto in cui vorrebbe essere. Chiamato ad addestrare una squadra speciale di allievi dell'accademia Top Gun per una missione segreta, dovrà affrontare le sue paure più profonde.

Eppure, benché la trama non ammetta nessun dubbio su ogni singola azione che si succederà, a furia di superomismo, machismo, cameratismo, stars and stripes eccetera, si finisce col cadere nella trappola emotiva.

Tom Cruise oggi ha 59 anni ed è incredibile sia ancora quell'uomo. Criogenizzato e bigger than life, è il cantore di un mondo svanito, quello dominato da attori che davvero girano le scene pericolose (inclusi tre mesi di addestramento come reali piloti!), quello in cui gli effetti speciali sono ridotti al minimo, quello in cui donne splendide aspettano uomini irrisolti, quello in cui - accanto al duro superiore - si affianca il vice solidale, quello in cui "se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda".

Chi non era teenager a metà Ottanta, quindi non è cresciuto sognando il giubbotto di Maverick, gli occhiali da sole di Maverick, la moto di Maverick e una storia d'amore come quella di Maverick sulle note di "Take My Breath Away" (qui assente, a differenza di altri pezzi), forse si stupirà per le favolose scene aeree realmente mozzafiato, ma non avrà il cuore che batte forte.

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Perché Top Gun è stato un manifesto generazionale come pochi altri e ha segnato l'immaginario collettivo di tutti quelli nati da inizio anni Sessanta fino a fine anni Settanta. Un film non memorabile per la storia in sé, ma per la capacità di tratteggiare un tipo di approccio all'esistenza: sfrontato, ribelle, coraggioso.

Sullo schermo, accanto all'Ultimo Divo rimasto, sfilano il vecchio Iceman, ovvero Val Kilmer, Miles Teller (il figlio di Goose), Ed Harris e Jon Hamm, tra i vari. Jennifer Connelly è la nuova fiamma, dato che Kelly McGillis non è rimasta "intatta" come Cruise. Guizzo politically correct all'americana: tra i piloti finali prescelti ci sono una donna, un latino e un afroamericano, oltre ai protagonisti. Ormai va così.

In sostanza: la pellicola, dedicata al regista del capostipite, ovvero Tony Scott, ha una sceneggiatura farcita di ogni preventivabile passaggio (nonostante la penna di McQuarrie) ma questo, lungi dal seccare, conforta persino, perché per questo tipo di opere così tanto anni Ottanta era inevitabile che così dovesse essere. E sapere che non si è invasi dagli FX che ormai dominano l'attuale arido cinema è rinfrancante, tanto quanto il consueto sorriso perfetto di Thomas Cruise Mapother IV.

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