Il Festival si avvicina

La Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia compie 90 anni 

La mostra internazionale d’arte cinematografica, diciamo pure festival, di Venezia nasce nel 1932.
Il fondatore
è Giuseppe Volpi di Misurata, presidente della Biennale. Quello della coppa Volpi, tuttora assegnata al migliore attore. 

Raccontare novant’anni di un evento così complesso è un’impresa decisamente impegnativa. Sono stati scritti libri, molti. Dovrò stare alle solite sintesi. In fondo, si tratta di un editoriale con limiti  di spazio.  

È necessario dare un contesto.
Le superpotenze che comandano il cinema, USA, Francia, Germania, Russia, in quell’epoca presentano un cinema di forti identit
à.
In America il cosiddetto cinema
rooseveltiano è impegnato in un’azione di speranza e ottimismo durante la devastante crisi economica. I film sono quelli di Frank Capra, i musical con Astaire-Rogers, un Biancaneve portatore di simboli forti e felici. In Francia vige il Fronte Popolare, un tentativo politico di sinistra che offre alcuni dei più grandi capolavori del cinema, firmati da Renoir, Carné e Clair. La Russia è in piena propaganda rivoluzionaria con titoli che nonostante quel condizionamento, sono di qualità. Alcuni dei nomi di vertice sono Ejzenstejn, Dovzenko e Vertov. La Germania che nel periodo di Weimar aveva reinventato le arti, cinema compreso – basti pensare all’espressionismo - viene fermata con violenza dall’arrivo del nazismo.  

Anche in Italia c’è chi pensa che il cinema possa essere uno strumento di propaganda efficace, è Benito Mussolini che decide di sostenere il festival.
Per anni, quello che poi diverrà Leone d’Oro si chiama
 Coppa Mussolini 

In quei primi anni Trenta il duce ritiene che il consenso che tanto gli sta a cuore debba essere esteso anche all’estero.
E cos
ì accade che i primi due film ospitati a Venezia siano di grande qualità e impatto, firmati da maestri accreditati nel mondo: A me la libertà, di René Clair e Il dottor Jekyll e Mr Hyde di Rouben Mamoulian. Per alcuni anni la qualità resiste. Qualche titolo esemplare: Anna Karenina di Clarence Brown con Greta Garbo, Maria di Scozia di John Ford Con Katharine Hepburn, È arrivata la felicità, di Frank Capra con Gary Cooper, La grande illusione, di Jean Renoir, Biancaneve e i sette nani di Disney, Il porto delle nebbie di Carné. Siamo nella mitologia del cinema 

Mussolini intende dare un segnale al suo amico Hitler, premiando Olympia di Leni Riefensthal, il film sulle Olimpiadi del 1936 di Berlino, apologia dichiarata del nazismo. 

A fronte di tanta qualità e mito non possono mancare le proposte italiane, come Casta diva e Scipione l’africano di Carmine Gallone, Luciano Serra pilota, di Goffredo Alessandrini.
Titoli… discreti, diciamo cos
ì. Di propaganda. Certo lontani anni luce dalle opere straniere precedentemente citate. Nel 1938 il regime commette qualcosa di incomprensibile, emana le leggi razziali. L’Italia diventa invisa al mondo. Il grande cinema internazionale ignora Venezia. Occorre consolarsi coi film italiani che sono Abuna Messias (Alessandrini), La corona di ferro (Blasetti), Bengasi (Genina).  Film... dignitosi.  

Finita la guerra Venezia riesce, a poco a poco, a riprendersi la sua identità prima del Ventennio.
Il 1948
è un’ottima annata. Il riconoscimento principale ha cambiato nome, si chiama “Gran premio internazionale”. A vincere è nientemeno che Amleto di Laurence Olivier, che ha già vinto l’Oscar. Da citare il “realismo” di La terra trema di Luchino Visconti premiato “per i suoi valori figurativi e drammatici”. 

Venezia ha dovuto vedersela con un competitor agguerrito, il festival di Cannes.
Volendo distinguersi dal carattere dell’Oscar, che ha sempre prediletto lo spettacolo, certo di alta qualit
à, le due manifestazioni europee hanno dovuto affrontarsi su temi non distanti.
Ma alla fine i francesi hanno prevalso. I produttori internazionali preferiscono frequentare la Costa Azzurra, diventata oltre al resto, il mercato di riferimento del sistema.
È a Cannes che vengono mandati i grandi personaggi e i titoli di maggiore richiamo. Il pronunciamento di Venezia, che comunque non manca di ospiti da red carpet, in sintesi è questo: a noi non interessano i nomi ma la qualità. 

Dopo la prima, significativa fase, che ha creato un’identità forte e riconosciuta del Festival, nei decenni successivi Venezia ha dovuto adeguarsi alle evoluzioni e ai cambiamenti fisiologici dello spettacolo e della cultura, impegnandosi in ricerche, idee, categorie, generi, visioni di cinematografie di mondi diversi, documentari… red carpet. Fino ad arrivare, nell’epoca recente all’esercizio, improprio e rovinoso del politicamente corretto. Un esercizio, sia chiaro non solo veneziano, ma di tutti.  

I titoli presentati nei vari decenni non erano, generalmente, all’altezza di quelli indicati sopra.
Ma
è il cinema tutto a non essere all’altezza di quell’età dell’oro. 

Così, identificherò Venezia, decennio dopo decennio, attraverso alcuni titoli che fanno parte, non solo della memoria del cinema ma anche di quella popolare.
Non sono molti. Ribadisco, sono costretto dallo spazio a sintesi estreme.
 

Gli anni Cinquanta possiedono ancora quella “doppia qualità”. Arrivano capolavori come Rashomon (Kurosawa), Ordet (Dreyer), La battaglia di Algeri (Gillo Pontecorvo) e Bella di giorno (Buñuel). Gli anni Settanta… non esistono. Venezia si interrompe. Negli Ottanta la mostra premia un genio, Jean-Luc Godard, che firma Prénom Carmen (1983). La trilogia Tre colori, (1994) di Krzysztof Kieslowski è un titolo che può rappresentare, degnamente, quel decennio. Nomadland, Leone d’Oro del 2020, diretto da Chloé Zhao può essere un film condiviso, da tutti, critica e pubblico. 

Molti titoli di quelle epoche hanno ottenuto ottime critiche. Ed è legittimo, ma mi chiedo: quanti, che vanno al cinema con attenzione e passione ricordano Rosencrantz e Guildenstern sono morti (1990, tratto da una pièce di Tom Stoppard, anche regista del film) oppure Urga territorio d’amore (1991)? Eppure, tutti ricordano Amleto e La grande guerra.  

Comunque, l’ho scritto e detto tante volte. Niente è più discrezionale del cinema.  




Le immagini a corredo di questo articolo sono tratte dal libro di Gian Piero Brunetta pubblicato da Marsilio

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