Anniversari e Ricorrenze

Quando il terrorismo arrivò alle Olimpiadi

Illustrazione digitale di Irene Tronconi, 2022, studentessa del Liceo Artistico Volta di Pavia

Illustrazione digitale di Irene Tronconi, 2022, studentessa del Liceo Artistico Volta di Pavia

Del massacro del 5-6 settembre 1972 di Monaco di Baviera, durante lo svolgimento della XX edizione delle Olimpiadi (26 agosto - 11 settembre 1972) ad oggi sono rimasti soprattutto le scene e i sentimenti che ci ha consegnato il cinema: da una parte il docufilm Un giorno a settembre (regia di Kevin Macdonald) vincitore nel 2000 del premio Oscar come miglior film documentario (nella versione originale la voce del commento è affidata a Michael Douglas); dall’altra Munich, di Steven Spielberg, soprattutto ispirato agli eventi che seguirono il massacro degli atleti israeliani e al piano di vendetta attuato dal governo israeliano.

Resta ancora complessivamente sullo sfondo la scena concreta di quelle venti ore, il senso di indifferenza o di presunta autosufficienza del mondo dello sport (il massacro non motivò il comitato olimpico a sospendere lo svolgimento dei giochi, se non per poche ore perché la regola da non infrangere è «The show must go on»); la discussione sul senso di una trattativa (ovvero proposta di liberazione ostaggi/liberazione di detenuti politici, guerriglieri palestinesi ed esponenti della lotta armata dell’estremismo tedesco) che nei fatti non ci fu, e che in Italia ebbe un’eco nelle parole di Natalia Ginzburg in un intervento pubblicato su “La Stampa” il 14 settembre 1972 (oggi ricompreso nel libro Vita immaginaria).

È significativo che di quel precedente nessuno si sia ricordato cinque anni e mezzo dopo, nel marzo 1978, quando la questione dello scambio ci riguardava direttamente in Italia (il riferimento è ai giorni del sequestro Moro). Segno evidente che le emozioni giocano un ruolo rilevante in vicende legate alla vita di chi ci è prossimo. Pesano meno in altri casi. Significa che già allora avevamo problemi quando si tratta di discutere dove stia il limite in relazione ai diritti umani condivisi.

Ma concentriamoci sul luogo del delitto.

5 settembre 1972, martedì.

Ore 04.00 del mattino, circa. Nove persone si avvicinano alla recinzione del villaggio olimpico a Monaco di Baviera. Hanno sacche sportive con i loghi delle olimpiadi, ma non sono atleti, sono i membri di un commando palestinese. Nello stesso momento un gruppo di atleti canadesi che ha trascorso la notte nei locali di Monaco si avvicina alla recinzione. Credendo di trovarsi di fronte ad altri atleti che come loro rientrano «fuori orario» aiutano i sequestratori a scavalcare la recinzione.

Pochi minuti dopo i nove irrompono in due palazzine della squadra olimpica israeliana (in tutto dodici persone) e ne sequestrano i componenti.

Ore 04.47. Una donna delle pulizie, che si sta recando al lavoro, telefona all'Ufficio Olimpico per la Sicurezza dicendo di aver udito colpi di arma da fuoco. Un addetto alla sicurezza è inviato sul posto e, vedendo un terrorista incappucciato e armato di Kalashnikov, chiede cosa stia succedendo. La risposta del terrorista è inequivocabile: getta in strada il corpo di Moshe Weinberg – 33 anni, allenatore di lotta greco-romana, nato in Israele – come segno inequivocabile delle intenzioni dei terroristi.

Ore 05.08. I sequestratori gettano dal balcone del primo piano il foglio con le loro richieste: liberazione di 234 detenuti dalle carceri israeliane e dei terroristi tedeschi della Rote Armee Fraktion Andreas Baader e Ulrike Meinhof, detenuti in Germania.

Concedono quattro ore di tempo. In caso di mancata risposta o di risposta negativa la minaccia è l’uccisione di un ostaggio, a partire dalle ore 09.00 per ogni ora di ritardo, cui sarebbe seguito il lancio del cadavere in strada.

Le autorità tedesche costituiscono un’unità di crisi composta dal capo della Polizia di Monaco, Manfred Schreiber, dal Ministro Federale degli Interni, Hans-Dietrich Genscher, e dal Ministro degli Interni della Baviera, Bruno Merk. puntando su uno scambio e su una trattativa. Tentano di coinvolgere il governo di Israele il quale risponde: «nessuna concessione al ricatto dei terroristi», insieme all’offerta di inviare in Germania un'unità di proprie truppe speciali per tentare un blitz.

L'unità di crisi, affiancata da Magdi Gohary (consigliere egiziano presso la Lega Araba) e da Ahmed Touny (rappresentante egiziano del Comitato Olimpico Internazionale), si incarica di portare avanti le trattative: Schreiber si dichiara disponibile a offrire qualsiasi somma di denaro; poi Genscher, Merk, Walther Tröger (il capo del villaggio olimpico) e Hans-Jochen Vogel (Borgomastro di Monaco) si offrono come ostaggi al posto degli israeliani. Tutte le richieste sono respinte dai sequestratori.

Ore 17.00. I sequestratori avanzano una nuova richiesta: trasferimento, insieme agli ostaggi, al Cairo e per proseguire le trattative da lì.

Con molte incertezze, questa è la soluzione condivisa.

Ore 22.10. Inizia il trasferimento di tutti (sequestratori e ostaggi) in elicottero verso la base aerea di Fürstenfeldbruck.

Ore 22:35. Gli elicotteri con gli ostaggi atterrarono all'aeroporto. I sequestratori controllano gli aerei predisposti e si accorgono che sono vuoti e capiscono che quella è una trappola. Tornano verso gli elicotteri e uccidono gli ostaggi. La polizia tedesca fa fuoco. Lo scontro armato prosegue per circa 80 minuti.

Al termine sul terreno rimangono i corpi di tutti gli ostaggi (uccisi), di gran parte dei sequestratori e di un poliziotto tedesco ucciso per errore dai suoi compagni.

È finita. È l’una e mezza del mattino di mercoledì 6 settembre1972. Tutto è durato venti ore.

Fuori e oltre la pista dell’aeroporto rimangono molti sconfitti.

La Germania, prima di tutto, il paese ospite dei giochi che aveva affrontato la XX edizione delle Olimpiadi come aveva fatto con le Olimpiadi di Berlino del 1936, quelle di Hitler, forse la migliore e più efficace macchina di propaganda per il mondo costruita negli anni del nazismo. Ma anche l’olimpiade in cui il campo si era preso la sua rivincita sui progetti del dittatore e sulla funzione di megafono del nazismo affidata a quei giochi.

È Jessie Owens a rappresentare quel riscatto: Il 3 agosto del 1936 vince la medaglia d’oro nei 100 metri durante il secondo giorno delle Olimpiadi di Berlino (poi nel corso della stessa olimpiade Owens vincerà altri 3 ori olimpici, per i 200 metri, la 4X100 metri e il salto in lungo).

Nel 1972 non è il campo a prendersi la rivincita. È la politica a riprendersi la scena. Come 36 anni prima ed è la politica della violenza e del sopruso a trionfare, dove il corpo del nemico non ha valore, ma è «merce». Ancora come 36 anni prima.

Il secondo sconfitto è lo sport e i suoi rappresentanti, incapaci di agire in nome dei valori che dicono di voler rappresentare e difendere. Il fatto che i giochi non s’interrompano è la risposta senza forza di chi pensa che esistano un terreno e un tempo sottratti al conflitto politico e simbolico.

Il terzo sconfitto è la politica, incapace di assumersi il peso delle risposte che deve dare. È significativa la discussione sul tema dello scambio. Quella che nelle settimane successive alcuni accreditano come una strada possibile di mediazione, semplicemente non ci sarà nella discussione pubblica in Italia. Per affrontarla, al netto di chi difendere, o per quale parte simpatizzare, si tratta la questione se l’uso del corpo del nemico prigioniero sia o no merce di scambio.

Nella storia italiana tra anni ’70 e anni ’80, proprio a partire dai giorni di Monaco 1972, ma – più direttamente per noi a partire dall’attentato a Fiumicino del 17 dicembre 1973 – il tema non è come rafforzare il diritto dei sequestrati, ma come «scantonare» le azioni dei terroristi. La linea è «per favore andate a giocare altrove». Si chiama «Lodo Moro», e riguarda le decisioni condivise di un’intera classe politica. Se per anni abbiamo discusso in Italia di garantisti e di oltranzisti, forse sarebbe il caso di iniziare a discutere se abbiamo mai avuto una cultura dei diritti umani, e se sì fin dove arrivava.

A noi in Italia quell’edizione delle Olimpiadi invece è rimasta come segno del riscatto e della possibilità di una nuova Italia che vince. Bastano i nomi: Novella Calligaris, Pietro Mennea, Paola Pigni e, soprattutto, l'esordio olimpico nel salto in alto di Sara Simeoni.

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Conosci l'autore

David Bidussa (Livorno, 1955), storico sociale delle idee, è stato direttore della Biblioteca della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli e ne è oggi collaboratore editoriale. Collabora a “Il domenicale – il Sole 24 ore”. Ha pubblicato: La France de Vichy (Feltrinelli, 1997); I have a dream (BUR, 2006); Siamo italiani (Chiarelettere, 2007) Dopo l’ultimo testimone (Einaudi, 2009); Leo Valiani tra politica e storia (Feltrinelli, 2009), I Purissimi. I nuovi vecchi italiani di Beppe Grillo (Feltrinelli Zoom, 2014), La misura del potere. Pio XII e i totalitarismi tra il 1932 e il 1948 (Solferino, 2020). Per Feltrinelli ha curato Il volontariato (con Gloria Pescarolo, Costanzo Ranci e Massimo Campedelli; 1994), per i “Classici” ha curato Fratelli d’Italia (2010) di Goffredo Mameli e ha scritto la postfazione a Il giro del mondo in ottanta giorni di Jules Verne (2014). Ha collaborato al volume Sinistra senza sinistra (Feltrinelli, 2008) con la voce ?Uso pubblico della storia”. Insieme a Giuseppe Vacca ha curato il quarantottesimo volume degli Annali della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Il fascismo in tempo reale. Studi e ricerche di Angelo Tasca sulla genesi e l’evoluzione del regime fascista. 1926-1938 (2014).

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