Anniversari e ricorrenze

Antonio Tabucchi, vita di un narratore

Illustrazione di Nicole Marino, 2022, studentessa del Liceo Artistico A. Volta di Pavia

Illustrazione di Nicole Marino, 2022, studentessa del Liceo Artistico A. Volta di Pavia


Nell’archivio della casa editrice Feltrinelli abbiamo ritrovato alcuni dialoghi con la voce viva del grande scrittore e li riproponiamo introdotti da Paolo Di Paolo. Un’occasione per ascoltare davvero Tabucchi ed emozionarci.

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Ascolta il podcast a cura di Paolo Di Paolo

© Archivio Fondazione Feltrinelli

Perché - come Tabucchi stesso scriveva - la voce è un mistero. "Voce, vita. I fonologi sostengono che la voce imita il ritmo vitale, perché segue il principio della respirazione. Ogni frase che pronunciamo nasce, cresce, si stabilizza, decresce, muore. Respira con noi. La voce crea, la voce salva. La voce ha un potere magico".
Non pensate subito a Sostiene Pereira e a Pessoa! Aspettate, abbiamo a disposizione migliaia di pagine. C’è un altro Tabucchi: un primo Tabucchi “italiano” che esordisce nel ’75, con un piccolo romanzo che fa passare tutta la storia di una nazione da una piazza di paese. Si chiama Piazza d’Italia e – come nel successivo Piccolo naviglio – lo scrittore muove il tempo della narrazione con la scioltezza di un sudamericano nato per caso a Vecchiano, provincia di Pisa. C’è un altro Tabucchi che, per un decennio intero, scommette sulla forma short-story – la “novella”, centrale nella nostra tradizione – e la rivitalizza, la rende esotica: da Il gioco del rovescio (1981) a L’angelo nero (1991), è come se immergesse la narrativa breve in un’acqua diversa, atlantica (accade anche per un bellissimo racconto lungo come Donna di Porta Pim). E poi viaggia, consuma scarpe, cerca un amico in India (Notturno indiano), cambia lingua e scrive in portoghese Requiem, trasloca linguisticamente in un altrove, e fisicamente in molti altri. C’è un altro Tabucchi che si pone il “problema Novecento”: come si esce da un secolo? Che cosa ci si porta dietro? Quand’è che un’epoca muore davvero? Scrive perciò un romanzo come Tristano muore. E ancora, c’è un "Tabucchi civile” che mostra come il cosiddetto “impegno” sia tutt’uno col resto del suo lavoro di scrittore: «Per me, essere impegnati significa prima di tutto essere impegnati con sé stessi, il che significa essere sinceri». Ci manca, non può non mancarci la voce di questo cantastorie a pieno servizio, uno che poteva dettarti un racconto, con tanto di punti e di virgole, mentre cucinava o fumava, senza avere mezza riga già scritta davanti agli occhi. Storie “fatte a voce”, si direbbe perciò di tutte le storie di Tabucchi – «voci portate da qualcosa, impossibile dire cosa», per richiamare il titolo di un suo racconto: perché raccontare è un atto umano che nasce così, labbra e fiato; perché ogni racconto è una evocazione (ex vocare, chiamare fuori, trattenere, ricorda Tabucchi pensando al mito di Orfeo e Euridice), e ancora, perché chi racconta (chi scrive) può dare voce a chi l’ha persa o non l’ha mai avuta. La voce di Antonio Tabucchi mi manca, ci manca da dieci anni, però i suoi libri la riportano fresca e vitale alle orecchie, e lo stupore si rinnova. 

Noi scrittori abbiamo uno zaino di emozioni e sentimenti che ci portiamo dietro.

Luoghi scenari pensieri

Portogallo. Grandi onde oceaniche spazzano violentemente le coste, le propaggini estreme dell'Europa guardano l’Atlantico, il «finis terrae», il sogno delle rotte oceaniche e le piccole colorate barche dei pescatori che sfidano ogni giorno la forza della natura, il senso di un destino che si esprime nel fasto sbiadito e scrostato di una capitale diventata, con la penna di Fernando Pessoa, “il cuore di ogni possibile ambiguità”, triste e meraviglioso sogno.
Tabucchi di quel Portogallo malinconico e povero, ritratto scolorito ma affascinante di un glorioso e splendente passato, ne ha fatto la patria d’elezione dando in molti suoi racconti voce a quella particolare e struggente forma di malinconia che si chiama «fado», alla musica che pervade le case, le pietre di Lisbona o di Porto, inseguita nell’anima dalle Azzorre a Goa, dal Mozambico all’Angola.

Nemmeno la lotta ardua ma vincente contro la dittatura (che anima alcune pagine di Tabucchi) è riuscita a dissipare questa atmosfera, a trasformare Lisbona in “serbatoio di nuove avventure e di nuovi simboli”. Come se covasse da sempre, più o meno inconsapevolmente, la sua “impervia modernità”.

Non è la trionfante, sensuale e luminosa lusitanità del Brasile di Amado, no.

Non è neppure un paese mediterraneo il Portogallo, e non lo sono le sue storie che narrano di una terra atlantica che guarda a ovest isole e altri continenti o a nord l’Inghilterra più che girarsi verso l’Europa. Nient’affatto casualmente è ciò che accade a Tabucchi scrittore che si rivolge a James o forse anche a Poe, che per suo stesso dire si è formato su Kipling, Melville, Stevenson, London, Conrad, e appartiene a quel gruppo di autori italiani “che sembrano privi di radici nazionali, allevati solo sui libri e gli autori stranieri”.

La fragilità, il sogno, l’imponderabile, un impalpabile scenario surrealista e onirico sono al centro di molte opere di Tabucchi che siano o meno direttamente legate alla sua terra d’adozione.

Scrive Enzo Siciliano nel 1985 recensendo per il Corriere della Sera la raccolta di racconti Piccoli equivoci senza importanza (Feltrinelli) «La semplicità è un miraggio; l’immaginazione palesa una forma di paura dell’intelletto: raccontare significa avventurarsi sul filo sottile che separa quel miraggio da quella paura. L’eleganza espressiva di Tabucchi nasce dalla consapevolezza di tanta fragilità: i suoi racconti scorrono tutti su quel filo, e la musica che più di frequente in essi risuona è proprio quella del sogno».

Credo di aver capito una cosa, che le storie sono sempre più grandi di noi, ci capitarono e noi inconsapevolmente ne fummo protagonisti, ma il vero protagonista della storia che abbiamo vissuto non siamo noi, è la storia che abbiamo vissuto.

Lasciatemi fare il portoghese

Tabucchi è stato al centro di una polemica nata intorno al suo Requiem e alla impossibile candidatura al Premio Strega, in quanto testo tradotto. In particolare, Mario Picchi sull’Espresso nel 1992 lo fermava con un semaforo rosso lamentando «il fatto che lo abbia scritto in portoghese facendolo tradurre in italiano. Uno snobismo un po’ parvenu, n’est-ce pas?». «Se avessi voluto partecipare al premio Strega me lo sarei tradotto da solo. Ho preferito che il mio libro arrivasse in Italia come un libro straniero quale esso è. E poi: io scrivo nella lingua che mi pare, perché ciascuno è libero di scrivere nella lingua che vuole. Un’ultima preghiera al mio zelante vigile urbano: mi lasci circolare liberamente. Mi lasci fare il portoghese, come si dice a Roma».

Portogallo sì, ma anche tanta Italia.
«Uno scrittore porta sempre con sé il suo paese, perché la sua vera Heimat , la sua vera terra natale, è la sua lingua. “La mia patria è la lingua portoghese”, diceva Pessoa; io potrei dire la stessa cosa per l’Italiano. Non mi sento in esilio e torno di tanto in tanto alla mia casa natale in Toscana.»

«La mia Toscana, quella della costa, non ha niente a che vedere con quella dei Medici. Da Livorno a La Spezia, la costa ha una cultura garibaldina e anarchica». Radici che rimangono nel tempo e segnano il suo pensiero politico, spesso provocatorio, certamente molto radicato e votato a un cambiamento sociale ed etico forte.

Tabucchi non sembra cercare nessun facile consenso, e in questo sta la sua grandezza: "preferisco di no" dice un suo personaggio in Si sta facendo sempre più tardi (Feltrinelli 2001). Di certo l'autore preferisce non accarezzare né chi aristocraticamente cerca una letteratura d'élite, né chi vuole trovare nelle proprie letture solo una qualche forma di evasione e consolazione.

Da un'intervista rilasciata il 10 ottobre 2008 a Raphaëlle Rérolle per Le Monde: «Per più di dieci anni ho denunciato sulla stampa l’infezione italiana: la corruzione, il conflitto di interessi, l’attacco dei politici contro la giustizia, l’arrivo trionfale della bruttezza, la caduta in basso della democrazia. Ma non vorrei, alla mia età, diventare un medico specialista: a forza di occuparsi di uno “Stivale”, si rischia di dimenticare il corpo al quale appartiene la gamba. Il mondo è vasto, e davanti ai grandi problemi del mondo, davanti alla grande bruttezza e alla grande bellezza del mondo, quelli dell’Italia sono piccoli problemi, della piccola bruttezza e della piccola bellezza.»

Però può succedere che il senso della vita di qualcuno sia quello, insensato, di cercare delle voci scomparse, e magari un giorno di crederle di trovarle, un giorno che non aspettava più, una sera che è stanco, e vecchio, e suona sotto la luna, e raccoglie tutte le voci che vengono dalla sabbia.

Vita

«Sono nato a Pisa [il 24 settembre 1943, ndr.]. Il giorno dopo la mia nascita, mio padre ci ha portati in bicicletta, mia madre e me, nella casa del nonno a causa dei bombardamenti. Ho passato la mia infanzia lì. L'università a Pisa, lettere e filosofia. Accarezzavo l'idea molto vaga, e abbastanza romantica, di diventare astronomo. Avevo passato molte notti d'estate a guardare il cielo con mio nonno. Poi mi sono accorto che, invece di guardare il cielo in verticale, tendevo a guardare ad altezza d'uomo, verso l'orizzonte».

Il primo passo verso il mondo è a Parigi, dove trascorre un anno e dove “incontra” l’opera di Fernando Pessoa: alla Gare de Lyon, in attesa del treno con cui sarebbe tornato a casa, compra il lungo poema di Pessoa Tabacaria, una lettura che gli cambierà la vita.

Leggenda (o realtà) vuole che nel 1964, in viaggio per Madrid su una Cinquecento, per approfondire lo studio del Don Chisciotte, decida di proseguire fino in Portogallo. Si innamorerà di quella terra, imparerà il portoghese, scriverà in questa lingua uno dei suoi libri più belli, Requiem, vi incontrerà sua moglie, Maria José de Lancastre, traduttrice e curatrice letteraria con la quale avrà due figli e che firmerà con il marito alcune traduzioni.

Il Portogallo, dunque, è al centro della sua esistenza e vi trascorre gran parte del suo tempo, mentre l’altra terra del cuore resta la Toscana e Firenze, dove vive per alcuni anni nel centro storico. Professionalmente si divide tra insegnamenti universitari (Bologna, Pisa, Genova, Siena, New York, Parigi) e scrittura. Negli anni Ottanta dirige l’Istituto italiano di cultura a Lisbona, dove muore il 25 marzo 2012.

Zig zag. Conversazioni con Carlos Gumpert e Anteos Chrysostomidis

Un documento imprescindibile per la conoscenza di uno degli scrittori che più hanno segnato la letteratura contemporanea italiana ed europea, ma anche un libro prezioso e coinvolgente per chiunque ami la letteratura. Grazie alla presenza di due lunghe e fondamentali interviste apparse finora soltanto in Spagna e in Grecia, e finalmente tradotte nella nostra lingua, Zig zag è il più ricco e completo libro di conversazioni con Antonio Tabucchi a disposizione di lettori, studiosi, studenti e appassionati.

Opere

Antonio Tabucchi, ovvero l'arte del romanzo. Utilizzando tecniche di vari generi narrativi - il giallo, il pamphlet filosofico, il romanzo civile - Tabucchi soddisfa vari tipi di lettori, da quello più raffinato e sofisticato, a chi cerca invece nella "trama" narrativa il motivo principale di interesse. Amato da gran parte della critica, ha collezionato numerosi premi italiani e internazionali, ma soprattutto non si può dimenticare che è stato proposto dal Pen Club italiano all’Accademia di Svezia quale candidato per il Nobel della Letteratura.

Nelle sue opere si trova la costante attenzione ai molti aspetti che personaggi, situazioni, eventi posseggono: nessuna realtà è mai univoca e chiara, ma, al contrario, continuamente si ribalta, si presenta con tratti opposti o, almeno, diversi, «non è mai definitiva e certa né è comprensibile se non si accetta la sfida e non la si guarda, per inquietante che la cosa sia, nella sua duplicità ed equivocità» come scriveva Giorgio Bàrberi Squarotti. Anche per questa ragione Tabucchi ha amato uno scrittore dalle molte personalità come Pessoa, così come Pirandello a cui ha dedicato uno dei due Dialoghi mancati, pubblicati da Feltrinelli nel 1988: Il signor Pirandello è desiderato al telefono che ha come protagonista proprio Pessoa.

Quanto deve l’opera di Tabucchi a Pessoa? Certo ne è debitrice in notevole parte. Di Pessoa Tabucchi è stato curatore dell’intera edizione italiana degli scritti e anche traduttore. Molto amato altresì il brasiliano Carlos Drummond de Andrade di cui ha tradotto le poesie. Una delle sue prime pubblicazioni è ancora una traduzione: Il treno di Recife: due romanzi di Jose Lins do Rego (Longanesi 1974).

Tra le sue opere narrative più conosciute: Notturno indiano (Sellerio, 1984), Requiem: uma alucinação (Quetzal, 1992) ovvero Requiem: un’allucinazione nella traduzione dal portoghese di Sergio Vecchio, Sostiene Pereira: una testimonianza (1994), La testa perduta di Damasceno Monteiro (1997), Tristano muore: una vita (2004), tutti editi da Feltrinelli. Tabucchi è stato anche saggista occupandosi di Pessoa, ovviamente, ma anche di cultura, politica, società e poetica: La parola interdetta. Poeti surrealisti portoghesi (Einaudi, 1970), Un baule pieno di gente. Scritti su Fernando Pessoa (Feltrinelli, 1990), Gli zingari e il Rinascimento. Vivere da Rom a Firenze (Feltrinelli, 1999). A questi titoli si aggiungono pièce radiofoniche, drammi, brevi pamphlet, molti articoli giornalistici per testate nazionali e internazionali. Dai suoi romanzi sono stati tratti film come Sostiene Pereira di Roberto Faenza o Notturno indiano di Alain Corneau; da un suo racconto contenuto in Piccoli equivoci senza importanza Massimo Guglielmi ha ricavato il film Rebus; il suo primo romanzo, Piazza d'Italia, è montato e strutturato nel 1975 secondo gli insegnamenti cinematografici di Eisenstein raccolti in Lezioni di montaggio.

Ma come orientarsi nella vasta produzione di Tabucchi, da dove iniziare?
Certamente dalla sua opera più nota e molto amata da pubblico e critica, Sostiene Pereira: ambientato nella Lisbona fascista di Salazar, nel 1938, racconta la presa di coscienza politica e soprattutto culturale di un uomo non più giovane ed è una narrazione pulita, semplice, quasi estetica del rifiuto morale verso ogni regime vessatorio.

Possiamo anche seguire il consiglio di Andrea Bajani, che alla domanda «A un ragazzo che vuole avvicinarsi all'opera di Tabucchi, quali titoli consiglierebbe e perché?» ha risposto:
«Gli consiglierei Piccoli equivoci senza importanza e senza dubbio Requiem, che ha il buffo primato di essere uno dei libri italiani più importanti degli ultimi cinquant’anni pur essendo stato scritto in portoghese. A un ragazzo un po’ di tabucchismo non può che far bene, confondere il sonno e la veglia, prendere la vita come una cosa molto seria, ma anche come una cosa – qualsiasi cosa succeda – molto allegra.»

Però può succedere che il senso della vita di qualcuno sia quello, insensato, di cercare delle voci scomparse, e magari un giorno di crederle di trovarle, un giorno che non aspettava più, una sera che è stanco, e vecchio, e suona sotto la luna, e raccoglie tutte le voci che vengono dalla sabbia.

Gli altri approfondimenti

I libri per approfondire Antonio Tabucchi

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