Anniversari e ricorrenze

Charles Mingus: "peggio di un bastardo"

Illustrazione di Sofia Conca Bonizzoni, 2022, studentessa del Liceo Artistico A. Volta di Pavia

Illustrazione di Sofia Conca Bonizzoni, 2022, studentessa del Liceo Artistico A. Volta di Pavia

"Peggio di un bastardo": intitolando così la tua autobiografia, lasci intuire che qualcosa non sia andato per il verso giusto e, quantomeno, avresti delle recriminazioni da fare. Se però vieni poi ricordato come una delle figure fondamentali nella musica del ‘900 significa che, in qualche modo, hai raddrizzato le cose.

E questo è stato per Charles Mingus, geniale musicista per il quale il legame tra vita e arte è stato davvero indissolubile, ostaggio consapevole di un tumulto interiore trasformato in musica sublime grazie a un temperamento determinato, vulcanico, irascibile e irrequieto ma capace anche di grande passione, generosità e tenerezza.


Larger than life, direbbero dalle sue parti.

Peggio di un bastardo. Ediz. del centenario

Cento anni fa nasceva Charles Mingus: contrabbassista geniale, tra i maggiori interpreti del jazz del Novecento, ma anche artista profondamente consapevole del proprio ruolo sociale e sempre pronto a esporsi in prima persona per le idee in cui credeva. Al pari della sua musica, il suo personaggio pubblico eccentrico e anticonvenzionale continua ad affascinarci oggi come affascinava la generazione Beat, che fece di lui uno dei simboli della controcultura.

Sangue afroamericano, pellerossa, cinese ed europeo nelle vene, Charles Mingus nasce a Nogales, Arizona, nel 1922. Orfano di madre dopo pochi mesi, si trasferisce subito dopo a Los Angeles con il resto della famiglia. Manifesta precocemente interesse e attitudine per la musica, cominciando a suonare il trombone, per passare successivamente al violoncello, lo studio del quale lo avvicinerà al mondo della musica classica.

Ma siamo nell’America degli anni ’30 e per un ragazzino nero non c’è maniera di lavorare nel mondo della musica classica. La frustrazione per l’amara realtà delle cose non frena però il giovane Charles e, su consiglio dell’amico jazzista Buddy Collette, si dedica allo studio del contrabbasso.
Nonostante tutto, non dimenticherà mai il suo primo grande amore musicale, al punto che uno dei tratti più notevoli di certe sue composizioni si rivelerà essere la capacità di dotare un ensemble jazz di una forza e di una complessità degne di un’orchestra sinfonica.

Talento e volontà non gli mancano: si fa presto notare nella scena jazz e a soli 21 anni suona e registra con alcuni tra più affermati jazzisti del momento, tra i quali Louis Armstrong, Art Tatum e Lionel Hampton.

Illustrazione di Alice Lazzaro, 2022, studentessa del Liceo A. Volta di Pavia. Tecnica: acrilico, pastelli, acquerello, carboncino e penne gel

Ma il salto di qualità avviene con il trasferimento e New York, all’inizio degli anni ’50, dove trova occasione di affinare il suo stile e la sua visione musicale accanto musicisti del calibro di Duke Ellington (che rimarrà sempre la sua primaria fonte di ispirazione), Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Miles Davis, Bud Powell e Max Roach (quest’ultimo anche socio di Mingus nell’etichetta discografica Debut, fondata nel tentativo di emanciparsi dal detestato mondo dei manager e degli impresari).

Baron Mingus ha ora superato i trent’anni, ha dato vita ad uno straordinario laboratorio musicale denominato Jazz Composers Workshop ed è titolare di un curriculum di tutto rispetto. È tempo che dica la sua.

E lo fa nel 1956: Pithecantropus Erectus è il suo primo capolavoro, aperto da una suite che racconta l’evoluzione della specie umana e contiene già tracce, legate alle parti improvvisate, di quello che qualche tempo dopo verrà codificato come free jazz.
Inizia così una decade che costituisce l’apice della sua carriera e che include la pubblicazione di album strabilianti ancora oggi tra i quali spiccano Mingus Ah Uhm (1956) contenente quello che è il suo standard più noto (Goodbye Pork Pie Hat), Blues and Roots (1960), un atto d’amore verso la musica tradizionale afroamericana, Charles Mingus Presents Charles Mingus (1960), proiettato al futuro e con un Eric Dolphy da favola, Tijuana Moods (1962), esplosioni jazz accanto ad atmosfere latin e il celeberrimo The Black Saint and the Sinner Lady (1963) opera visionaria e ricca di passione la cui struttura rimanda alla musica per balletto, rappresentando da una parte la tragedia del popolo afroamericano, dall’altra la psiche dello stesso Mingus.

Nelle note di copertina del disco, non a caso affidate allo psicologo dell’artista, troviamo scritto:

Le sofferenze sperimentate nell’infanzia e poi nell’età matura come persona e uomo di colore, sono state sicuramente sufficienti a indurre in lui una grande amarezza, odio, distorsioni, e per farlo fuggire dalla realtà. Egli è dolorosamente conscio dei propri sentimenti e vuole disperatamente guarire.

Sono gli anni in cui il musicista rivela la propria grandezza: le sue composizioni sfuggono ad ogni tentativo di definizione, è solo Mingus Music, come dissero diversi critici.
Charles Mingus fa storia a sé, non è inquadrabile in nessuna corrente jazzistica, funge spesso da ponte tra una tradizione a cui è ferocemente legato e una tensione al nuovo volta a scardinare le convenzioni musicali del proprio tempo.
Inoltre, il grande risentimento verso una società giudicata ingiusta, razzista e ipocrita lo porta anche ad anticipare l’appassionato impegno civile e sociale che avrebbe caratterizzato l’America nera degli anni ’60.

Ci fanno diventare famosi e ci danno dei nomi: il Re di questo, il Conte di quello, il Duca di quest’altro! Tanto crepiamo senza il becco di un quattrino. A volte penso che preferirei morire piuttosto che affrontare questo mondo di bianchi.

Nel 1964, Mingus inizia un tour europeo con un sestetto libero da ogni schema e capace di tutto. Sono concerti memorabili, chi c’era non li ha più dimenticati.

Il polistrumentista e amico Eric Dolphy è la punta di diamante della formazione ed è proprio l’improvvisa morte di quest’ultimo, a soli 36 anni, a gettare il fenomenale contrabbassista nello sconforto più cupo, facendo iniziare una crisi artistica, psicologica ed esistenziale che lo eclisserà dalla scena per anni e si risolverà solo alle soglie degli anni ’70.

Nel frattempo, avendo introdotto l’uso di strumenti elettrici, il jazz è cambiato parecchio e si sta muovendo in nuove direzioni. Ovviamente Mingus non se ne cura, sfoderando una serie di album di ottimo livello (Changes One, Changes Two, Let My Children Hear Music e Cumbia & Jazz Fusion) suonati da formazioni tradizionali e con strumenti acustici, quasi a rivendicare i propri legami con la tradizione piuttosto che nasconderli.

Nel 1978, ormai gravemente malato, è comunque entusiasta di dare il suo contributo a un album (Mingus) che la cantautrice Joni Mitchell intende dedicare alla sua opera. Il grande jazzista non fa purtroppo in tempo a vederlo pubblicato nel giugno del 1979, ma in esso possiamo ascoltare la sua voce raccontare dell’imminenza della propria dipartita da questo mondo.

Si racconta che il giorno della sua scomparsa, avvenuta in Messico il 5 gennaio del 1979, all’età di 56 anni, 56 capodogli si arenarono sulla spiaggia di Acapulco.

Le sue spoglie furono in seguito cremate e le sue ceneri vennero disperse nel Gange, come da lui indicato.

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