Passato di letture

Quella febbre che non passa. Una storia possibile dell'avarizia

Illustrazione di  Emmanuelle Houdart tratto dal libro "Amiche per la vita", Logos 2013

Illustrazione di Emmanuelle Houdart tratto dal libro "Amiche per la vita", Logos 2013

Quella dell'avarizia è la lunga storia del rapporto uomo/denaro, tra antichità e globalizzazione, che Gabriella Airaldi ripercorre con efficacia in questo libro.

Dentro, tornano le molte fonti con cui tradizionalmente si è immaginato il rapporto “incerto”, “affascinato”, “conflittuale” e “malato” che l’umanità ha tenuto con il denaro.

Gabriella Airaldi lo ripercorre, con l’aiuto di molte fonti (filosofiche, economiche, politiche, storiografiche, letterarie). C'è, naturalmente, Shakespeare con il suo Mercante di Venezia, anche se forse sarebbe stato opportuno un aggiornamento sui contenuti di quel testo proposti da Shylock Project 2015, o tenendo conto della modalità di rappresentazione teatrale su cui Elio De Capitani lavora da circa un ventennio.

Essere avari. Storia della febbre del possesso

L'avaro è un individuo meschino, capace di ogni bassezza, insopportabile alla società in cui vive. La sua figura è avvolta in ogni tempo da biasimo e condanna, ironia e disprezzo. Una fisionomia che ha le sue radici nel mito e nelle sue più recenti riscritture: Creso, Euclione, Shylock, Arpagone, Ebenezer Scrooge, Paperon de' Paperoni, Gordon Gekko. Nomi che si rincorrono nei secoli per disegnare un identikit spregevole.

Avarizia non è solo Shakespeare, ovviamente. E dunque: le molti fonti della discussione teologica del cristianesimo (sia delle origini che di quelle tra XI e XIII secolo); le riflessioni di Calvino e di Lutero; le note di Boccaccio sui prestatori e sui mercanti di cui è costellato il Decamerone; l libri della famiglia di Leon Battista Alberti, le riflessioni su economia, cultura e comportamento tra anno Mille e e Rinascimento europeo di Braudel e di Le Goff.

Indagare le culture, le mentalità, i pregiudizi e le convinzioni diffuse intorno all’avarizia e scavare nel rapporto tra denaro, investimento, ritorno e guadagno implica non guardare solo all’interesse di prestito, ma al rapporto e alla coabitazione tra economia naturale, ed economia monetaria - secondo una vecchia lezione dei due storici classici dell’economia Gino Luzzatto  e Alfons Dopsch - laddove con «economia naturale» s’intendono quella configurazione e quel comportamento in cui le merci vengono barattate direttamente con merci (scambio in natura) o con servizi, mentre con «economia monetaria» si intende invece quel tipo di economia in cui lo scambio è l’attività economica strutturale, o comunque prevalente.

Ma di questo, nel volume non c’è traccia, così come invano cercheremmo le riflessioni di uno storico dell’economia come Ruggiero Romano che su economia naturale ed economia monetaria, su forme dello scambio basate sul prestito in Europa e in America Latina, specie dopo la Conquista, ha scritto molto.

Resta però che, a fronte di molti pregiudizi, Airaldi propone una buona sintesi. E questo, nel vuoto di offerta, rende quella di Essere avari una lettura indispensabile.

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