Anniversari e ricorrenze

Luciano Bianciardi, scrittore anarchico

Illustrazione di Asia Cipolloni, 2021

Illustrazione di Asia Cipolloni, 2021

La vita agra è uno dei libri più vivi, più stupefacenti, più pittoreschi che abbia letto in questi ultimi anni

Indro Montanelli, Corriere della Sera, 1962

Dimenticato, improvvisamente ripescato, nuovamente offuscato… Bianciardi, Luciano Bianciardi scrittore - ma non solo - è una figura particolare nel panorama letterario e culturale del secondo Novecento italiano.

Potremmo dire che incarna la difficoltà che gli intellettuali nel dopoguerra ebbero spesso di esprimere fino in fondo un impegno politico e sociale, la sensazione di fattibilità e di impotenza, la voglia di farsi parte attiva di un cambiamento e lo scontento, la disillusione nello scoprire l’impossibilità di portare a termine questi progetti: lo spettro del fallimento. Una frustrazione spesso lenita dall’ideologia, ma non nel suo caso. Bianciardi no, lui non si accomodò mai dentro i rassicuranti confini della dottrina, non si abbondonò ad alcuna certezza precostituita, sempre in equilibrio precario sul filo di una anarchia spinosamente “romantica”. Forse (ma questo dovrebbe dirlo lui, solo lui) anche per questa ragione l’alcool lo portò via a soli 49 anni, il 14 novembre del 1971.

La vita agra sequestrato per 24 righe

In un breve passo del romanzo appariva in veste di personaggio Angelo Maccari, commerciante di calzature milanese, che riteneva lesiva la descrizione fatta dall’autore. La sua richiesta venne dal giudice reputata fondata e la Rizzoli dovette ritirare le copie già distribuite e mettere in commercio una ristampa sostituendo il passo incriminato. A pag. 194 Bianciardi raccontava l’incontro quotidiano al caffè con Maccari, e l’immancabile spiegazione del fenomeno delle maree che gli toccava fare. Per questo l’autore aveva aggiunto un commento sull’inutilità di spiegare certe cose “a un incolto desideroso di apprendere”.

Odiava la città, gli piaceva ubriacarsi e rompere le balle

Giovanni Arpino

Colto, preparato, attento, Bianciardi si fece a lungo parte attiva di una condivisione culturale collettiva. Nel suo periodo professionale di bibliotecario a Grosseto, la sua città natale, si fece promotore della divulgazione territoriale: con il suo Bibliobus girò la bassa Maremma e arrivò anche nel piccolo paese di Ribolla. Ribolla, un nome che significa già tutto. Un angolo molto caldo della Toscana, sotto tanti punti di vista. Una collettività che sopravviveva grazie alla vita di miniera, una vita agra, se volessimo anticipare il titolo di quello che sarà il suo romanzo più celebre. Il 4 maggio 1954 uno dei pozzi esplode uccidendo 43 lavoratori che lui conosceva e che cercò di aiutare in una veglia di giorni tra speranze e dolore: una tragedia (ne scriverà in una inchiesta realizzata a 4 mani con Carlo Cassola, I minatori della Maremma, Laterza 1956) che segna la vita di Bianciardi con un prima (la vita in provincia) e un dopo, il trasferimento a Milano e il lavoro in Feltrinelli, l’esperienza di traduttore e di scrittore.

Tognazzi protagonista non toscano

Nel 1964, dal romanzo "La vita agra" Carlo Lizzani ha tratto un film con Ugo Tognazzi e Giovanna Ralli. Generalmente abbastanza fedele alla storia originaria, si nota però una differenza importante: il protagonista non è un toscano trasferitosi a Milano, ma un emiliano. “E ciò perché l’accento toscano è forse l’unico in cui la versatile pronuncia imitativa di Tognazzi non eccelle, mentre nel parlare con accento romagnolo, tutti lo sanno è fortissimo”.

Nel 1960, in occasione dell'uscita di due titoli di Bianciardi, Alberico Sala scrive così sul Corriere della Sera: «Luciano Bianciardi è soprattutto noto per la sua attività singolarmente responsabile e meritoria di traduttore: Miller, Shaw, Crane. Ma esce ora un libro che completa l’idea che ci si era fatti della sua personalità, L’integrazione [Bompiani, ndr.], un libro divertente, tremendamente serio. Certa Milano, ormai fossile; l’equazione provincia-città; l’idea fissa di Roma; i miti e i mostri culturali di oggi, sono affrontati, smontati, sistemati. A Bianciardi interessa salvare l’individualità senza mortificare la nobiltà di certe imprese collettive.» Ecco, sì, un’ottima sintesi del suo lavoro, di tutte le sue opere, sia quelle originali, proprie, che le traduzioni, che cercò sempre di arricchire con il valore aggiunto della conoscenza e della ricerca.

La fiera dei sogni

Il programma di intrattenimento televisivo "La fiera dei sogni", di e con Mike Buongiorno, prevedeva un quiz con domande sull’attualità e una materia a scelta, con la possibilità di rivolgersi a un esperto per un aiuto. Il concorrente Bruno Nucci (tornitore senese, trasferito anche lui a Milano e aspirante scrittore) aveva scelto la letteratura e un “salvatore telefonico” che conosciamo: Luciano Bianciardi.

Prima de L’integrazione c’era stato un racconto-pamphlet, Il lavoro culturale (Feltrinelli, 1957). «Qui, nella memoria elegiaca di una Grosseto aperta sulla Maremma come su un favoloso e insidiato Far West, s'innestava l'esperienza dell'impegno politico e la satira irresistibile dell'apparato organizzativo del partito», come ne scriveva Lorenzo Mondo su La Stampa, nel 1971.

Del 2 ottobre 1962 un articolo straordinario di Indro Montanelli  – sì, proprio lui, inaspettatamente lui – apparso sul Corriere della Sera in occasione dell’uscita de La vita agra (Rizzoli), tra le cui righe ci si può ancora oggi stupire per la capacità di cogliere la vitalità di questo autore. Dopo una lunga descrizione di quella volontà di vendicare la morte dei 43 minatori di Ribolla con un attentato nella sede milanese della società proprietaria della miniera (un gesto da anarchico d’altri tempi che non ebbe ovviamente mai seguito), Montanelli chiude l’articolo così: «Io non conosco personalmente Bianciardi. So ch’è di Grosseto, che ha una quarantina d’anni, che ha pubblicato un libro sui minatori di Maremma in collaborazione con Cassola, e poche altre cose. Ma conosco benissimo, perché sono anche quelli miei d’origine, l’ambiente, la mentalità, il costume da cui è scaturito. Quel tipo di anarchico toscano che, credendosi comunista, parte con la dinamite in tasca alla distruzione della società e poi scopre che l’unica realtà sono l’uomo e i suoi valori morali, mi è familiare – e congeniale – come pochi altri. Ma devo dire che mai l’avevo visto incarnato così compiutamente come in Bianciardi e rappresentato con tanta disperazione e poesia intercalate da blasfemi sghignazzi alla Cecco Angiolieri. Fortuna che quella veemenza si è sfogata in letteratura. Si fosse tradotta davvero in grisù, a Milano non sarebbe rimasta ritta nemmeno la Madonnina».

Scenette comiche

"Can Can degli italiani" è lo spettacolo andato in scena al Piccolo Teatro nell’aprile del 1964 con Maria Monti e Giancarlo Cobelli. Divertimento musicale in 2 tempi, con 13 autori di scenette tra cui Umberto Eco, Ennio Flaiano, Ercole Patti, Enrico Vaime e Luciano Bianciardi. Successo? Non molto, anzi. La critica lo considerò uno spettacolo slegato, cerebrale e un po’ monotono…

Piaceva a tutti e non piaceva a nessuno, Luciano Bianciardi. Protagonista della vita notturna degli anni del boom milanese, gli anni in cui i soldi giravano, e tanti, e la sera gli intellettuali si mescolavano con ricchi e industriali, tra feste private e serate infinite nei locali.

«L'ho conosciuto dopo l'uscita della Vita agra, quando è diventato un po' famoso. Ci siamo incontrati a un ricevimento in casa Porzio o forse addirittura in casa mia. Abitavo in via Vanvitelli, lavoravo al Giorno, guadagnavo moltissimo, era il mio periodo di megalomania. Lui venne a presentarsi, mi disse: "Ecco qua il campione dell'infatuazione neocapitalistica, bravo, bravo...". Mi sfotteva... Lui era diverso, gli piaceva fare la parte del bohémien che sfotte la gente. Non abbiamo legato molto, insomma. Non è che fosse antipatico, anzi era molto divertente, ma se uno accetta di frequentare quel genere di feste, è inutile che poi giochi a fare l'anarchico». Così lo ricordava, non del tutto benevolmente, Giorgio Bocca, nelle pagine di Vita agra di un anarchico. Luciano Bianciardi a Milano, la biografia che Pino Corrias pubblicò per Baldini e Castoldi nel 1993, ora nella collana Universale Economica di Feltrinelli.

Vita agra di un anarchico. Luciano Bianciardi a Milano

Era il tempo giovane del dopoguerra: nascevano non solo i palazzi e le fabbriche dalle macerie. Ma anche le case editrici, i giornali, le agenzie di pubblicità e la televisione, che in una decina di anni avrebbero svezzato l'italiano medio dandogli uno specchio, una lingua, quattro ruote, una cucina americana, e qualche volta persino una rotonda sul mare. Tutti (o quasi tutti) ne cantavano le lodi, tranne lui.

Ma lui non era così, smise di frequentare quella gente prima di esserne allontanato, o peggio, “prima di diventarne una attrazione serale”. Cercò altri amici nelle cantine del neonato cabaret, il Derby Club prima, il Cab 64 poi. «Quelli erano anni duri con nebbia che era nebbia e soffocava dentro alle case discografiche, dentro alla Rai, dove me mi cacciavano, e allora si stava fuori, nei locali a fare musica, a inventare con il matto Luciano e tanti che si sono ammazzati». Nel ricordo di Enzo Jannacci, che di quel mondo era tra i protagonisti, emerge uno spaccato semplice ma chiaro del fermento culturale che generò Gaber ed Enrico Intra, Piero Manzoni e Dario Fo. Anche in quella realtà Bianciardi entrò e uscì, mai del tutto incluso.
E torniamo all’inizio, a quel provinciale toscano pieno di astio sbarcato a Milano, a quell’intellettuale ormai disilluso, che mitizzava il Risorgimento, che sperava di trovare un riscatto, una chiave di lettura morale in realtà inesistente, illusoria.

Lorenzo Mondo su La Stampa, nell’articolo del 15 novembre 1971 in cu ricordava il “beffardo” scrittore in occasione della sua morte, parla dell’ultimo romanzo pubblicato, Aprire il fuoco, uscito nel 1969 ancora per Rizzoli, che, con tutti i suoi limiti, intendeva portare avanti il discorso de La vita agra e che inevitabilmente divenne un po’ il suo testamento. “L’anarchico Bianciardi fugge dalla città fumosa in un paesino della Liguria dove, in compagnia di una donna, un bambino e un cane, aspetta ogni giorno dalla finestra un misterioso segnale di libertà. Confondendo nel ricordo o nel vaticinio le barricate milanesi del 1848 e quelle dei nostri giorni, Pisacane e Che Guevara. Un libro divertente ma anche patetico, dove la frustrata anarchia di Bianciardi sovrapponeva all'immagine di Henry Miller quella di Garibaldi. Era il segno di un fondamentale candore, di una ingenuità tutta scontata nelle dissipatezze e contraddizioni dell'uomo. Che nei momenti di grazia riscopriva lucida intelligenza e rara sensibilità.”


E ora, non siete anche voi curiosi di leggere qualcosa di questo Luciano Bianciardi, scrittore e “dinamitardo senza dinamite”?

I libri di Luciano Bianciardi

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