Anniversari e Ricorrenze

Il testimone chiave: Shlomo Venezia

Illustrazione digitale di Asia Cipolloni, diplomata al Liceo artistico Volta di Pavia

Illustrazione digitale di Asia Cipolloni, diplomata al Liceo artistico Volta di Pavia

Abbiamo avuto la fortuna di uscire di là, perché eravamo tutti condannati. Eravamo condannati a morte perché non volevano lasciare testimonianze

Shlomo Venezia

Nel mese di aprile del 1944, Shlomo ha ventun anni, e lui e la sua famiglia sono deportati da Salonicco al campo di lavoro di Birkenau. Li caricano su dei treni merci – perché quello erano diventati, una merce – e sono portati a nord. La madre di Shlomo e le sue sorelle minori non superano il primo controllo, e sono indirizzate, come molti altri, direttamente alle camere a gas. Lui, suo fratello e sua sorella maggiore, invece, sono dichiarati abili al lavoro, e così guadagnano tempo. Credo siano quei momenti terribili, che non dovrebbe vivere nessuno, in cui non sai se ritenerti fortunato a essere vivo oppure no, se preferire chiudere gli occhi una volta per tutte, di fronte all’orrore, oppure sperare ancora.

A Shlomo, che ha una costituzione robusta e sembra particolarmente adatto al lavoro di fatica, è assegnato un reparto di cui non ha mai sentito parlare, il Sonderkommando, il cui nome non dice niente al ragazzo, che pure conosce il tedesco: comando speciale. Si tratta, infatti, di un lavoro faticoso, su questo non c’è dubbio. Ci vogliono i muscoli, per farlo, e anche una buona resistenza. Anche suo fratello fa parte di questa sezione. Il lavoro, viene spiegato loro, consiste nel prelevare i cadaveri dei prigionieri uccisi nelle camere a gas e spostarli nei forni crematori. Ed è un compito non semplice, perché i corpi vanno sollevati in un certo modo, trasportati e bruciati con perizia e meticolosità. Non bisogna lasciare tracce, insomma. E anche la prospettiva lavorativa non è delle migliori: chi fa parte del Sonderkommando è periodicamente ucciso dalle guardie. Il loro è un lavoro vergognoso. Non bisogna parlarne.

Raccontare l’indicibile

Non si faceva tempo a svuotare la camera a gas che ne arrivavano altri. Il lavoro continuava e continuava, ne arrivavano in continuazione

Shlomo Venezia

Primo Levi ha scritto che il Sonderkommando fu il crimine peggiore del nazionalsocialismo, perché aveva il compito preciso di rendere le vittime a loro volta complici dell’orrore. L’obiettivo era scaricare un pezzo di quella colpa – posto che qualcuno percepisse una colpa – sui prigionieri, prostrandoli nel fisico e nella psiche. Shlomo Venezia vide, toccò e bruciò centinaia di corpi, di uomini, di donne, di bambini. E fu uno dei pochi a poterlo raccontare: scampò all’eliminazione periodica dei preposti perché era in corso la deportazione dall’Ungheria, e il lavoro da fare era tanto, incessante. E i nazisti non avevano tempo per insegnarlo ad altri, dovevano bruciare tutto.

Naturalmente la camera a gas era piena fino alla porta, e i corpi erano molto pesanti e quindi si apriva. Usciva un mucchio alto anche un metro, un metro e mezzo, erano tutti accavallati, perché quello per morire non era il modo giusto. La morte migliore era un colpo alla nuca, quella col gas è tremenda, non hai più aria, e questi la cercavano. Si arrampicavano uno sopra l’altro, e quando cadevano fuori erano tutti attorcigliati e dovevano essere districati. Da lì poi venivano messi in un montacarichi, dieci, dodici per volta, poi portati sopra, dov’erano i forni crematori, cinque bocche di fuoco, dove c’era il personale che lavorava dodici ore ogni giorno. Si dormiva lì, perché non bisognava parlare con nessuno. Io facevo il barbiere, e quando i prigionieri morivano dovevo tagliar loro i capelli. Un giorno quando ho aperto le porte sento un gah. Ci fermiamo e sentiamo un gah gah gah. Allora accorriamo, sopra i morti perché erano dappertutto. E vediamo un bambinello vicino alla madre, che stava poppando. Aveva sentito il latte venire meno, perché la madre era morta, e si lamentava. Noi l’abbiamo preso in braccio e l’abbiamo portato fuori. E il tedesco l’ha visto, e abbiamo capito subito che fine avrebbe fatto.

Possiamo ragionare per ore intorno ai fatti, leggere i resoconti e cercare anche solo un po’ di capire cosa sia successo. Ma nessun libro di storia renderà la verità quanto le parole di chi ha visto. Shlomo Venezia ha guardato in faccia un orrore indicibile, e non ne ha parlato per diverso tempo. Quando ha iniziato a farlo, abbiamo iniziato a vedere anche noi, e non eravamo pronti, non lo saremo mai.

Quando anche l’ultima voce si spegnerà

Cosa farne, di queste testimonianze? Restano i libri, i video su YouTube, i documentari e gli insegnanti di storia. Ma di questi tempi assistiamo a un evento epocale: gli ultimi testimoni diretti delle atrocità dei campi di concentramento stanno sparendo uno a uno. È tutto nell’ordine delle cose, perché per quanto abbiano dovuto sopportare, non hanno guadagnato l’immortalità. E quando non sentiremo più la voce di chi c’era e di chi ha visto, di chi ha patito sulla propria pelle il crimine nazista, cosa resterà? Come in una staffetta, le persone sopravvissute ci hanno passato, e alcune stanno ancora passando, il testimone. Loro smetteranno di correre, perché l’hanno fatto per tanto tempo, e sono stanche. Ma noi no, noi dobbiamo correre ancora, e questo può sembrarci scomodo, perché il testimone è sbiadito, e fragile. Soprattutto fragile.

Noi dobbiamo correre ancora con un testimone di cristallo. Perché senza persone come Shlomo Venezia, altri si piazzeranno a mo’ di ostacoli a dirci: questo non può essere successo. Oppure: anche se è successo, era tanto tempo fa. Non accadrà più. Correremo abbastanza? Shlomo Venezia credeva di sì. Per questo ha raccontato tanto, in vita. Ci ha consegnato il suo testimone, e dieci anni fa ha smesso di correre. Abbiamo le gambe buone, per continuare noi?

Sono due le cose: il bene e il male. Delle due qual è meglio prendere? Da un lato ti faccio vedere cosa significa fare il bene, una carezza, un gesto gentile, fare felice una persona. Dall’altro il male. Picchiare qualcuno, ucciderlo. Uno cosa sceglie? Ma per forza il bene

Shlomo Venezia

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Conosci l'autore

Shlomo Venezia è stato uno scrittore italiano di origine ebraica, testimone della deportazione ad Auschwitz da parte dei nazisti. È uno dei pochissimi sopravvissuti nel mondo, e l'unico in Italia, a essere appartenuto durante la prigionia a particolari unità speciali destinate alla cremazione dei corpi dei deportati. Tali unità venivano periodicamente uccise per mantenere in segreto ciò che avveniva. Oltre a essere diventato uno dei più importanti testimoni della Shoah, è stato un fondamentale promotore dei Viaggi della Memoria organizzati insieme alle scuole italiane.Ha raccontato le sue esperienze nell’opera Sonderkommando Auschwitz (Rizzoli, 2007).

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