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Il maestro Mario Lodi: lasciare il segno, rispettare il tempo

Illustrazione digitale di Giusy Gallizia, 2022

Illustrazione digitale di Giusy Gallizia, 2022

Si capisce bene cosa sia una scuola quando la viviamo come se fosse il luogo dove si entra competitivi e, dopo aver lavorato insieme, si esce rispettosi degli altri e tolleranti.

Mario Lodi

Oggi più che mai, forse, è davvero importante parlare di un rinnovamento della scuola, potremmo essere all’inizio di una nuova era di cambiamenti e trasformazioni essenziali, se intensamente volute: aria calda per poter far volare nuovamente mongolfiere, idee, progetti, innovazioni autentiche. Guardare indietro a volte aiuta a riprogettare il domani. Dopo due anni in cui tutti hanno parlato e scritto di scuola, forse troppo, rileggiamo due maestri molto diversi tra loro ma accomunati, a mio parere, dalla medesima filosofia di fondo.

Lodi voleva una scuola nuova, diversa, inclusiva, per questo mi pare bello oggi, nell'anniversario dei cento anni dalla sua nascita, accostarlo a Franco Lorenzoni, compagno di strada e di avventure didattiche cooperative. In quegli anni, dopo la guerra e il fascismo, con Mario Lodi si afferma una scuola che è luogo di libertà, che mette al centro il bambino, una vera rivoluzione, che intende dare spazio alle capacità creative, logiche ed espressive dei bambini.

Non si studia più, dunque, per il voto e per il timore, ma per il piacere di conoscere. Fare scuola oggi essendo maestri artigiani, come Lodi, o scrivere per ragazzi, cosa in fondo molto vicina, presuppone sempre un profondo rispetto per quel mistero che l’infanzia propone, o meglio, quel mistero che tutte e quante le infanzie, sempre diverse, ci narrano. Di infanzie, infatti, ne esistono tante e non sono dunque quasi mai imbrigliabili in definizioni. L’infanzia, scrive Quarenghi, che di poesia e di occhi stupiti se ne intende, è sostanzialmente un "non so".

Illustrazione digitale di Giusy Gallizia, 2022

Saper attendere il divenire che verrà: questa è l’essenza così attuale dell’esperienza di Lodi e di tutte le sue sperimentazioni e anni nella scuola. Per lui è veramente indispensabile, nei processi che incoraggiano l’apprendimento, la ricerca sincera di quanto di positivo c’è già in chi apprende. Questo incuriosì Don Milani, che volle incontrarlo e iniziare una corrispondenza tra ragazzi.

Mario Lodi ha saputo, forse proprio in quanto scrittore, riconoscere la mancanza di fretta come nodo dell’insegnamento ai bambini, il tempo come elemento fondamentale di chi educa, che si fa compagno di scoperte e mai giudice. La voce gentile del maestro Lodi, calma, modulata, nelle pause e nella lentezza della lettura dona magia, ritmo, significato. Lo sguardo dell’adulto dovrebbe porre l’alunno e non la scuola al centro della didattica e della ricerca pedagogica. Questo per Lodi significava impegnarsi ogni giorno a guardare fuori dalla finestra con i suoi allievi il mondo, la natura, la storia, la realtà, senza segnare ciò che voleva si osservasse, ma accostandosi con curiosità; riuscire a riconoscere i talenti che si fanno strada, protetti da sguardi attenti e mani delicate che sanno ancora giocare, maneggiare con cura, usando parole gentili, semplici, pur mantenendo un orizzonte estremamente alto, questo faceva il maestro Lodi. Cambiare direzione, insomma, spiccare il volo, magari con una mongolfiera costruita e progettata dai bambini, il racconto cui l’autore è sempre stato più affezionato.

La scuola la vorrei senza pagelle e con tante cordiali chiacchierate coi genitori, perché, alla fine, invece di una bella pagella, si abbia un bel ragazzo, cioè un ragazzo libero, sincero, migliore comunque.

Mario Lodi

Illustrazione di copertina del libro "Il soldatino del pim pum pà" di Mario Lodi, Orecchio Acerbo, 2014

Questa era la scuola del maestro Mario Lodi, una scuola che ha lasciato il segno in Franco Lorenzoni, maestro e scrittore altrettanto speciale e illuminato che anni dopo ne ha ereditato la passione, la profonda delicatezza, il sogno visionario di una scuola come comunità del fare per diventare. Lorenzoni ha saputo accogliere e rimeditare l’eredità di Lodi, che tanto conosceva e stimava, considerando i dialoghi, le conversazioni tra scolari come qualcosa di prezioso, che permette ai bambini di formulare sempre un pensiero proprio, e per questo originale. Nel suo libro pubblicato da Sellerio, I bambini pensano grande, si racconta quanto i bambini possano arrivare a intuizioni alte e profonde di concetti molto complessi, dalla matematica alla filosofia, dalla mitologia all’astronomia, dalla scienza alla poesia, se solo si lascia loro lo spazio e il tempo per intuire. I risultati saranno sorprendenti, così come fu per Lodi.

Se noi, insegnanti o genitori, invece di stare tutto il tempo a pensare cosa manca ai bambini e cosa vorremmo insegnare loro, ci fermassimo a guardare con attenzione come giocano e ad ascoltare come riflettono sul mondo, penso si aprirebbe un dialogo molto ricco, perché abbiamo tanto da imparare da loro, molto più di quanto pensiamo. Ma per far tutto ciò dobbiamo smettere di sottrarre tempo all’infanzia, proporre meno cose e fatte più lentamente

Intervista a Franco Lorenzoni

Lorenzoni ha ripercorso dopo anni i passi di un maestro che ha fatto storia e ha portato avanti la sua traccia, con i medesimi capisaldi, seminando per poter raccogliere frutti molto simili e a volte imprevedibili. La fretta è bandita dal tempo del bambino e dal ritmo dell’apprendere, rispettare questo tempo è ciò che fa anche il poeta nel suono, se ci pensiamo. Per questo i bambini ascoltano volentieri le rime e la poesia, sono poeti a loro volta, ma la sensibilità profonda e piena di risorse spesso viene trattata dalla scuola con superficialità e questo ha portato purtroppo a un inaridimento del terreno che lascia poco spazio alla vera sperimentazione e alla ricerca, alla collaborazione tra scuole o alla trascrizione delle conversazioni che si svolgono in classe, al di là della valutazione, che sta diventando ormai una vera ossessione.

Come la poesia, l’insegnamento dovrebbe ancora rivelarsi un'avventura di cui si conosce il punto di partenza, ma non l’arrivo. Attraversare con i bambini il bosco, guardare il cielo di notte per capire l’astronomia, significa tenere sempre un orizzonte alto, come faceva Lodi. Questo rappresenta la figura stessa della crescita e del "far uscire" anziché riempire, lasciando spazio al diventare.

Il bambino impara giocando da quando nasce [...] restituiamo ai bambini il piacere di scoprire – giocando- concetti scientifici e abilità tecniche che li aiutino ad ampliare la loro cultura

Mario Lodi

Lodi, come Lorenzoni, aveva in comune con i bambini un'innata predisposizione allo stupore e al gioco. L’impegno che li accomuna e che forse oggi l’insegnamento ha un poco smarrito, dimenticato o semplicemente imbrigliato in una serie di protocolli e piani di offerta formativa, penso sia proprio stare in una scuola che è, nella sua essenza, dalla parte dei bambini.

Lasciare dei segni, sperimentare nuove strade, costruire classi orchestre in cui ognuno suona la sua musica pur sapendo ascoltare se stessi e gli altri, rimanere custodi e divulgatori di pensieri, disegni, scritti dei bambini, lettere dei ragazzi, liberandoli per sempre dalla paura o dall’umiliazione come aveva fatto Don Milani, è ciò che in fondo continua a fare Lorenzoni, insieme a tutti i maestri che gli sono stati compagni di strada e che hanno saputo essere innovatori, pionieri e non guardiani. È un azzardo poterlo pensare, sognare una scuola mongolfiera?

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