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La storia di Paolo Borsellino raccontata ai ragazzi

Illustrazione digitale di Giusy Gallizia, 2022

Illustrazione digitale di Giusy Gallizia, 2022

Quanto pesa una parola? Da quello che la storia dell’uomo ci insegna e il nostro mestiere ci ricorda ogni giorno...tantissimo! Le parole, che pure sembrano concetti così volatili e transitori, hanno di sicuro il potere di spaventare ma anche di arrivare dritte al cuore e cambiare il mondo: esattamente questo accade per quelle pronunciate dal giudice Borsellino all’indomani della strage di Capaci avvenuta il 23 maggio 1992. All’Ospedale Civico di Palermo, il giudice Paolo Borsellino abbraccia per l’ultima volta il “collega, amico e fratello” Giovanni Falcone prima che muoia e diventa, per l’opinione pubblica e non solo, suo erede naturale nella lotta contro la Mafia: per Cosa Nostra è dunque il prossimo nemico da abbattere.

Illustrazione tratta dal libro "Paolo Borsellino parla ai ragazzi", di Pietro Grasso, Feltrinelli 2020

Soprattutto dopo l’ennesimo terribile avvenimento, la morte di Giovanni Falcone, rendere consapevole un numero sempre più alto di persone e creare un enorme movimento di popolo contro la mafia sono, secondo Borsellino, le armi più importanti per distruggere questo mostro che domina il territorio siciliano. Nei giorni seguenti, quindi, non si stanca nemmeno per un attimo di parlare alla gente comune, di incontrare associazioni e scuole, di partecipare a manifestazioni e fiaccolate, chiedendo loro di testimoniare con le azioni i valori per cui Falcone è morto, e non smette di ricordare che chi ammazza davvero non è la mafia bensì l’altrui silenzio: tanto quello di chi ha il potere, quanto quello delle persone semplici che sanno e per paura tacciono, diventando complici per scelta o per caso. Ce lo racconta molto bene l’ex magistrato Grasso che nel libro Paolo Borsellino parla ai ragazzi raccoglie per noi foto originali, discorsi e documenti di quei giorni appartenenti alla famiglia Borsellino o Anna Sarfatti, in un volume a misura di più piccoli uscito proprio in occasione del trentesimo anniversario della morte di Falcone e Borsellino: Non ci sto! I bambini contro l'illegalità.

 

Il giudice Borsellino è infatti convinto dell’apporto fondamentale dei collaboratori di giustizia in questa battaglia e con loro instaura rapporti di fiducia e rispetto reciproco: con l’intelligenza instancabile del cuore e della mente riesce per esempio a scalfire il silenzio di Rita e di Vincenzo, ottenendo rivelazioni che hanno successivamente consentito arresti e svolte importanti nelle indagini.

Rita è una ragazza di 17 anni che ha scelto di fidarsi e di collaborare con lui, pur appartenendo ad una famiglia mafiosa, perdendo ogni riferimento sociale e familiare e mettendo a rischio la propria vita: dopo aver garantito la sua sicurezza, Paolo Borsellino adotterà moralmente questa coraggiosa adolescente coinvolgendo tutta la famiglia in un legame che riconosce la “picciridda” bisognosa della stessa tenerezza dei propri figli, restituendole così il diritto ad una vita quasi normale; Vincenzo è l’uomo che aveva avuto il compito di ucciderlo se non fosse stato arrestato prima e da cui, dopo vari e lunghi colloqui, accetterà anche di essere abbracciato, convinto di un legame e pentimento vero. Tutte le persone che hanno lavorato con questo grande uomo e vissuto con lui la voglia di combattere la mafia, sono quindi diventate parte della sua famiglia “originale” con cui ha sempre condiviso angosce e riflessioni e a cui ha sempre cercato di non far mancare la propria presenza.

Volevo nascere vento. Storia di Rita che sfidò la mafia con Paolo Borsellino, Andrea Gentile, Mondadori

Illustrazione tratta dal libro "Volevo nascere vento. Storia di Rita che sfidò la mafia con Paolo Borsellino", di Andrea Gentile, Mondadori 2014

Ma un personaggio tanto straordinario da essere considerato eroe, è bello ricordarlo anche per i lati più inediti e umani della sua persona, che ne restituiscono il ritratto più vivo e vero. Impossibile non citare la sua simpatia e la sua voglia di scherzare, ma soprattutto le preoccupazioni per i sacrifici ingiusti che sentiva di imporre ai suoi affetti più cari, come il periodo di isolamento all’Asinara, funzionale alla strutturazione del Maxi processo contro la mafia.

Il rapporto con i figli e il resto dei suoi familiari resta molto forte nonostante i suoi impegni e limiti: cerca di proteggerli dalla realtà che è intorno a tutti loro e, nello stesso tempo, di trasmettere ad essi il proprio modo di essere e di agire. Durante il suo percorso di uomo e di magistrato ha infatti dovuto affrontare e superare il dolore per le uccisioni di amici, colleghi e collaboratori, che insieme a lui avevano portato avanti indagini fondamentali: tra tutti, ricordiamo i magistrati Rocco Chinnici e Rosario Livatino, (oltre, ovviamente, a Giovanni Falcone) ma mai ha pensato di arrendersi né ha mai negato la paura che accompagnava la consapevolezza di quello che lo attendeva dietro l’angolo. Mai ha smesso di sorridere e di avere sul volto quelle espressioni sincere con cui ha conquistato tutti, espressioni che riflettevano la sua enorme sensibilità (nei giorni immediatamente precedenti l’attentato, si è addirittura preoccupato di “prendere le distanze” dai propri figli, sperando che così, successivamente, non avrebbero sentito la sua mancanza).

Illustrazione tratta dal libro "Non chiamateli eroi. Falcone, Borsellino e altre storie di lotta alle mafie", di Nicola Gratteri, Antonio Nicaso, Giulia Tomai, Mondadori 2021

Il 19 luglio 1992 Borsellino muore nella Strage di via D’Amelio assieme agli agenti della scorta: via D’Amelio è la strada dove abitava la madre, avrebbe dovuto essere sgombra di macchine e invece tra queste era ben occultata la 126 piena di tritolo che ammazzerà lui e i cinque uomini della sua scorta, tra cui Emanuela, giovane agente di polizia in procinto di sposarsi, della quale possiamo leggere la storia in Io, Emanuela. Agente della scorta di Paolo Borsellino, Annalisa Strada, Einaudi Ragazzi.

L’agenda rossa sulla quale appuntava ogni dettaglio scoperto dopo la morte di Falcone e che portava sempre con sé - tra cui probabilmente le rivelazioni del pentito Gaspare Mutolo sulle infiltrazioni mafiose negli apparati dello Stato - sparisce dal luogo dell’attentato e non viene più̀ ritrovata. L’Italia che stava riprendendo fiato contro la mafia grazie a giudici straordinari come loro sembra soccombere sotto i colpi sordi della trattiva stato mafia.

Ma la gente per bene, quale era la madre di Paolo Borsellino, non si arrende a tanta barbarie, così oggi in via D’Amelio, dove si era creato il cratere causato dalla bomba maledetta, sorge un ulivo che lei ha voluto piantare come segno di pace: un simbolo - in una città che uccideva, non solo d’estate, gli uomini più in gamba della Sicilia, quelli che amano più di ogni altra cosa la propria terra - nella speranza che, pian piano, qualcosa cambi davvero.

Illustrazione tratta dal libro "Falcone e Borsellino. Eroi che non muoiono mai", di Irene De Piccoli, Tiziana Longo, Vincenzo Sanapo, Buk Buk 2022

I libri per conoscere e ricordare Paolo Borsellino

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