Segnali di fumetto

Ciaj Rocchi e Matteo Demonte raccontano La macchina zero

Illustrazione di Gabriella Pezzani, 2021

Illustrazione di Gabriella Pezzani, 2021

La macchina zero. Mario Tchou e il primo computer Olivetti. Copia personalizzata

COPIA PERSONALIZZATA DAGLI AUTORI - Il 9 novembre 1961 sull'autostrada Milano-Torino pioveva a dirotto. Mario Tchou, capo della Divisione Elettronica Olivetti, era in auto verso Ivrea dove avrebbe presentato le ultime novita al consiglio di amministrazione. Aveva 37 anni, e sarebbe stato l'ultimo dei suoi viaggi.

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Ciaj Rocchi e Matteo Demonte si muovono bene nelle zone di confine. 
Come pendolari abituati a far la spola fra culture diverse, questi due artisti del fumetto sembrano a proprio agio soprattutto in quelle zone espressive non ancora imbrigliate entro una definizione troppo netta. 
Eppure, i fumetti che da anni la coppia - creativa e nella vita - ci regala riescono perfettamente a fuoco, nella percezione di coloro che li leggono.
Dopo Chinaman e Primavere e autunni, nei quali venivano indagati e raccontati gli sviluppi della comunità cinese a Milano intrecciando quella testimonianza al dato autobiografico (Matteo Demonte è il nipote del protagonista di Primavere e autunni, un venditore cinese di cravatte arrivato in Italia negli anni Trenta del secolo scorso) è oggi la volta di La macchina zero. Mario Tchou e il primo computer Olivetti, la storia incredibile e autentica di una rivoluzione industriale, tecnica e culturale che in definitiva fu soltanto sfiorata.
Nella vicenda dell'ingegnere sino-italiano Mario Tchou che, figlio di un diplomatico di stanza a Roma negli anni Venti, si ritrovò a far parte del manipolo di talenti messo assieme da Adriano Olivetti, scopriamo che la miniaturizzazione dei computer che avrebbe aperto le porte alla rivoluzione informatica fu inaugurata dall'invenzione che Tchou fece, lavorando con uno staff straordinario alla progettazione del primo computer interamente a transistor del mondo. 
L'incidente d'auto che stroncò repentinamente la giovane vita di Tchou nel 1961, assieme alla prematura scomparsa di Olivetti accaduta l'anno precedente, cambiò senz'altro una storia che avrebbe potuto avere conseguenze ben più durature e significative di quelle che in realtà ebbe. Ma nell'eredità lasciata da Tchou c'è il lascito profondo di una vicenda la cui rilevanza non può essere in alcun modo ignorata. 
Di questo e di altro abbiamo voluto parlare nella nostra intervista con Ciaj Rocchi e Matteo Demonte, allargando i confini della nostra chiacchierata ad argomenti solo apparentemente lontani fra loro.
Già. A stare vicini a chi si muove a proprio agio al di là e al di qua dei confini, ci si prende gusto.

L'Italia sognava di non essere uno Stato che doveva procedere come un Paese in via di sviluppo, ma come uno stato sovrano. Sognava in grande e pensava di poter competere sul mercato coi grandi, facendo però investimenti nell'innovazione tecnologica e non limitandosi a comprimere i salari della produzione, cioè degli operai. Io credo sia questo il grande insegnamento che parte da Olivetti, attraversa la vicenda di Mario Tchou e arriva fino ai giorni nostri

La doppia intervista

Che vita ebbe Mario Tchou, prima di quel che raccontate nel vostro graphic novel?

Matteo
: La vita di Mario anche prima di incrociare la parabola olivettiana è stata una vita di altissimo profilo.
Mario nasce a Roma nel 1924 e frequenta il Liceo Tasso. I suoi compagni di classe sono Luigi Pintor, Arminio Savioli e Alfredo Reichlin: tutti intellettuali di grande livello che diventeranno direttore dell'Unità, fondatore de Il manifesto... e oltre a questo, il contesto del Tasso sarà importante perché porterà in eredità a Mario una serie di legami molto generativi. Per esempio, viene in mente la figura di Guglielmo Negri. Negri è stato il primo fulbright d'Italia, il primo ad andare a perfezionarsi in America con una borsa Fulbright e sarà la persona che suggerirà ad Adriano Olivetti la figura di Mario Tchou come direttore del neonato laboratorio di ricerche elettroniche che, ricordiamolo, è il primo laboratorio di informatica italiano, parallelamente a quello che succedeva a Pisa.

Ciaj, qual è stata la cosa che ti ha emozionato di più?

Ciaj: Due cose, soprattutto, mi hanno emozionato tantissimo: la prima è stata l'incontro con Elisa Montessori, la seconda moglie di Mario Tchou, che è stata in grado di raccontarci come pensasse, come ragionasse e quale fosse l'atteggiamento nei confronti della vita di Mario. Erano stati scritti dei libri, ma raccontavano solo degli ultimi anni della sua vita e della sua esperienza in Olivetti, mentre noi siamo andati a cercar di capire la sua storia sin dalle origini, sin dall'inizio... addirittura da prima che nascesse, e quale fosse la storia della sua famiglia in Cina.

Che testimonianza vi ha lasciato Elisa Montessori, la vedova di Mario che avete incontrato?

Ciaj: Mario era uno scienziato, un uomo razionale, un uomo che però aveva anche una mentalità molto aperta.
Infatti ha sposato un'artista, Elisa Montessori. E quando si sono incontrati, Mario ha fatto questa osservazione: sostiene che fino al giorno prima aveva vissuto una vita in bianco e nero, nonostante i numerosi successi in ambito professionale e accademico, mentre con l'arrivo di questa donna nella sua vita erano arrivati anche i colori.

Qual è stata la più grande qualità di Mario, a vostro avviso?

Ciaj: La sua più grande qualità in ambito lavorativo, secondo me, è stata quella di dare fiducia ai giovani. All'interno del team di Barbaricina c'era questo meraviglioso team che ha realizzato ELEA 9003: i ragazzi avevano in media 19 anni e il grande capo, Mario, all'epoca ne aveva trenta. La frase più famosa di Mario è forse quella che dice che "le cose nuove si fanno solo con i giovani, perché sono in grado di collaborare senza personalismi".

Cosa avrebbe potuto fare ancora, Mario, se non fosse morto tanto giovane?

Ciaj: Secondo me, se non fosse morto così giovane, Mario avrebbe cominciato ad insegnare all'Università. Gli era stata offerta la cattedra di informatica dal rettore dell'Università di Genova e quindi, probabilmente, quello sarebbe stato il suo futuro e sarebbe stato anche di grande valore per una intera generazione di studenti italiani, oltre che per gli italo-cinesi presenti sul nostro territorio. In Mario, avrebbero avuto un un esempio virtuoso e importante.

Ciaj, cosa apprezzi maggiormente del lavorare assieme a Matteo?

Ciaj: Del lavoro con Matteo mi piace tantissimo la sua spinta creativa, che però è forse anche il suo peggior difetto, perché è talmente creativo che costruisce e disfa in cinque minuti per cui lavori, lavori, lavori e poi succede un po' quel che è successo a Mario Tchou quando ha costruito la prima macchina zero, tutta valvole, per poi decidere - ancor prima di averla presentata - di distruggerla per ricostruirla da capo coi transistor. Ecco: Matteo è così. Fa e disfa.

E tu, Matteo, cosa apprezzi particolarmente del lavoro fatto assieme a Ciaj?

Matteo: A me non piace fare gli sfondi... non ho quella pazienza, quell'abnegazione necessaria a curare magari gli sfondi di un'intera vallata o quegli sfondi metropolitani, con tutte quelle finestre... allora magari cominciò a fare gli outline, ma non vengo mai a capo di queste tavole che finisce sempre Ciaj... e io, però dopo le critiche, sempre quando lei le ha ultimate - e questa una delle tante cose paradossali - la cosa che mi piace di più è disegnare gli occhi dei personaggi. Attraverso gli sguardi, credo di poter a volte entrare anche in contatto con loro... io spesso - quasi sempre - disegno persone decedute, quindi è un modo di attuare un channeling con loro.

Ci fate un ideale grafico della ripartizione delle attività nella giornata di un fumettista?

Ciaj: Oltre a essere autrice di fumetti sono anche mamma e quindi il cinquanta per cento della mia vita è dedicato a mio figlio e alla mia casa. Lavoro: tantissimo. Io principalmente amo scrivere, quando scrivo mi sento in pace... però mi piace anche tanto dipingere, colorare... per cui alla fine non lo so: direi un 35% di scrittura, un 15% di disegno e il restante 50% del tempo faccio la mamma.

Matteo: Un buon 20% va nella ricerca iconografica. Poi almeno la metà del restante tempo è il lavoro di quelli che io chiamo "mattoni", quindi ridisegno - ritratto puro, spessissimo copia dal vero di volti o comunque di mezzobusti - cose che io chiamo mattoni perché poi ci serviranno come in una specie di teatrino virtuale. Quindi lavoriamo sugli sfondi e sugli ambienti, separatamente. Poi io, personalmente tenterei sempre di fare sesso per il tempo restante... ma di solito si finisce a fare il lavoro di scrittura e di promozione dei propri libri.
Questo è un lavoro magari meno creativo, ma che è molto time consuming come dicono i "pro".

Quando il fumetto è a cavallo di due culture

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