Segnali di fumetto

Marco Galli: “Vuoi fare fumetti?Non aver paura di sporcarti le mani”

Illustrazione di Gabriella Pezzani, 2021 - Disegno a matita su carta, colorato in digitale

Illustrazione di Gabriella Pezzani, 2021 - Disegno a matita su carta, colorato in digitale

Bisogna essere onnivori e uscire dalla logica del solo fumetto, perché le cose più interessanti di solito arrivano da persone che non fanno parte di questo mondo. Persone che danno un contributo innovativo, persone a cui non interessano le regole. Ecco, se c'è qualcosa che suggerirei ai fumettisti più giovani è proprio questa: fregatevene delle regole

Curiosità, originalità, ma anche una considerevole dose di coraggio nel saper colorare fuori dai contorni.
Queste le doti di ogni vero artista secondo Marco Galli, che nella vita di esperienza ne ha fatta parecchia: dopo aver frequentato la scuola d’arte a Mantova si dedica per anni alla pittura su tela, per poi decidere di partire alla volta di Londra e Los Angeles alla ricerca di nuove ispirazioni creative. Torna in Italia e apre una ditta di decorazioni ma nel frattempo continua a disegnare fumetti.
Finché, un giorno, si accorge che quella che ha fra le mani è una buona storia.

Ad oggi, ha pubblicato dodici graphic novel, l’ultimo dei quali è Dentro una scatola di latta, un libro che fin dal proprio titolo si propone come un curioso mix di ingredienti diversi: dagli elementi della più classica delle detective stories all’ambientazione apocalittica tipica delle distopie, con un pizzico di satira sociale.

Parto sempre da un genere. Per stravolgerlo” ammette Marco Galli”, “Nel mio ultimo libro ci sono un serial killer e un commissario di polizia, ma il punto focale non è l'indagine. Il focus è sui rapporti umani”.

Dentro una scatola di latta
Dentro una scatola di latta Di Marco Galli;

Mentre il modo è ostaggio dell’ennesima epidemia, il commissario Marte, insieme alla fidata Reni, indaga su un feroce serial killer, ma i problemi che lo preoccupano sono ben altri. Scritto e disegnato nel 2012, mostra una realtà fin troppo contemporanea, che pone l’accento sulla disgregazione delle relazioni umane, in una società ormai al collasso.

L'intervista

Ciao Marco, benvenuto!
Raccontaci com'è avvenuto il passaggio da artista figurativo ad autore di graphic novel e illustratore...

Disegno fumetti da sempre: tutti i bambini disegnano, però io disegnavo creando storie.
A volte copiavo personaggi come l'Uomo ragno, Bruce Lee, Starsky e Hutch, altre volte me li inventavo di sana pianta.
Riempivo i miei quaderni a quadretti con queste storie, spesso molto lunghe. Probabilmente la narrazione ce l'avevo nel DNA.

Sono arrivato tardi a pubblicare perché il primo libro è del 2007 e io avevo già 36 anni. Ma va bene così: ho avuto un altro percorso.
Per un po’ ho avuto anche una ditta di decorazioni. Nel frattempo ho sempre disegnato fumetti, ma lo facevo per i fatti miei.
A un certo punto ho capito di avere fra le mani una storia a mio parere interessante, l'ho proposta a un editore e da lì ho pubblicato quasi un libro all'anno.

L’ultimo è Dentro una scatola di latta, un graphic novel che hai scritto nel 2012 ma che è fin troppo attuale...

Tutti i miei amici mi hanno detto che sono un po' una cassandra, perché nel libro racconto di una serie di epidemie che avvengono ciclicamente, mentre l'ambientazione è ispirata alla provincia dalla quale provengo, anche se rivista in versione edulcorata e fantastica.
Ho immaginato questa storia dieci anni fa, dopo l'arrivo della SARS: ricordo fin troppo bene che ogni anno, verso gennaio o febbraio, al telegiornale c'erano questi allarmi di possibili pandemie che poi per fortuna non arrivavano mai. Le teorie complottistiche alla fine sono nate in quegli anni: si sosteneva che questi allarmi fossero creati ad arte dai governi per controllare la popolazione…
Alla fine la realtà ha superato la fantasia.
Ma questo non è che il contesto del mio graphic novel, perché la mia storia gira anche intorno a un serial killer e alle indagini di un ispettore di polizia. Parto sempre da un genere per stravolgerlo: il punto focale non è l'indagine, ma i rapporti umani.
E l'umanità che è protagonista di Dentro una scatola di latta è abbastanza distrutta e scollata da tutto… un po' come la società di oggi.

A proposito di pandemia: tu hai preso parte a un progetto collettivo: COVID-19 COme VIte Distanti – Il fumetto italiano disegna da casa. Ci racconti com'è nata questa iniziativa?

È stata un'idea di alcuni autori romani, infatti i soldi raccolti sono stati devoluti allo Spallanzani.
Sono stati coinvolti più di cento autori, eravamo davvero in tanti.

L’idea di base era la stessa per tutti: c'era questo personaggio che, aprendo una porta rossa, entrava nelle case degli italiani.
A noi autori è stato chiesto di provare a descrivere quali sono state, nel nostro paese, le reazioni alla pandemia.
Avevamo totale libertà, per cui c'è chi ha scelto una via più realistica e chi, invece, ne ha scelta una più surreale...

Nel 2016 c'è stato un incidente di percorso, che però non ti ha scoraggiato dalla voglia di tentare nuove strade.
Raccontaci di Apehands…

Nel giro di un giorno e mezzo mi sono completamente paralizzato e per otto mesi sono stato in ospedale, a cui sono poi seguiti altri sei mesi di convalescenza in casa dei miei genitori. Nell'aprile del 2017 sono riuscito a tornare a vivere da solo e ho voluto riprovare a disegnare.
Ho quindi lavorato a La notte del corvo, un western. Al tempo avevo molta difficoltà a rimettermi al lavoro: non riuscivo a muovere il pollice, le mani erano molto rigide e i polsi non mi reggevano… Ma in realtà uno disegna con la testa, la mano non è che uno strumento.

Ricordo che ordinavo con la testa alla mano di fare un certo disegno, ma la mano faceva quello che voleva, perciò mi sono inventato una sorta di disegnatore anarchico che non seguiva le mie indicazioni. Per cui il libro è firmato da Marco Galli e Apehands: io l'ho scritto e pensato, lui lo ha disegnato un po' a modo suo.

Perseveranza, talento, ossessività… tra le tante qualità che un fumettista deve possedere, quale diresti assolutamente necessaria a un giovane che voglia intraprendere questa professione?

Bisogna sapere stare da soli, perché il fumetto e lo scrivere sono le uniche due pratiche artistiche in cui uno deve saper stare per conto suo. Anche perché ci vuole almeno un anno per pensare, scrivere e realizzare un graphic novel. C'è chi lavora in modo diverso e si trova a disegnare in studio con altre persone, ma bisogna riuscire a non farsi distrarre. Devi metterti le cuffie e ascoltarti la tua musica.
E poi serve tanta curiosità: se posso fare una piccola critica ai fumetti contemporanei realizzati dai più giovani è che spesso sono molto autobiografici e manca un respiro più ampio, a livello di racconto.
Ma questo sta succedendo anche in letteratura e nelle serie televisive: spesso si raccontano storie intimiste...

Mentre io vengo dagli anni Ottanta, ai miei tempi si raccontavano storie che avevano davvero dentro di tutto.
A me interessa ciò che esula dalla mia vita normale. Se mi racconti delle tue giornate… ecco, devi avere una vita veramente iper-interessante!

Ultima domanda, di rito per ogni disegnatore che si rispetti: matita H o B?

B, assolutamente!
Tengo un corso di fumetto e dico sempre ai miei studenti che di matite H non ne voglio vedere: bisogna sporcarsi le mani.
Anche se in verità ci sono dei grandissimi disegnatori che usano la matita H, per cui direi che gli strumenti sono personali.

Uno può disegnare anche con il rossetto e fare delle cose bellissime.

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