Strade di carta

Indignazione

Illustrazione digitale di Gaetano Di Riso, 2021

Illustrazione digitale di Gaetano Di Riso, 2021

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Aby Warburg
Spesso, di fronte a eventi o comportamenti contrari alla nostra etica, sentiamo una parte di noi provare un moto di stizza. Non la semplice stilettata di fastidio o il pungente presentarsi di un riflesso contrario, bensì la profonda, perdurante sensazione di indignazione, quel senso di ingiustizia che cresce e si tramuta in un avvolgente sentimento capace di smuoverci dalle nostre individualità, e che ci spinge, se non a fare giustizia, almeno a provare a riequilibrare una situazione scorretta e sbilanciata.

Tutto parte da noi. Siamo l’anello primo e ultimo di una catena che, se non si collega agli altri, rimane chiusa in sé stessa. Non possiamo vivere come oasi nel deserto e, per poter interagire correttamente con chi ci sta accanto, dobbiamo trovare un equilibrio che non sia figlio solo dello status quo. Questa è la chiave di Odio gli indifferenti (Chiarelettere), una raccolta di saggi in cui Antonio Gramsci critica l’accettazione passiva di ciò che accade intorno a ciascuno di noi. Con sguardo lucido e tagliente, offre un’analisi politica, sociologica e storica di un’Italia della prima metà del ‘900 che, inaspettatamente, sembra essere la medesima dei giorni nostri. Impossibile non provare una repulsione per i comportamenti di allora e trasferire lo stesso livore anche alla nostra quotidianità.
Indignazione, qui, è smuovere la coscienza individuale.
Ma poi, chi sono gli altri? Perché dovrei volermi integrare e farne parte, se loro non mi vogliono? Per quanto respingente e crudele, la realtà è che nessuno di noi, volente o nolente, può fare a meno di una comunità, e il progresso culturale e sociale deriva appunto dalla capacità di tale integrazione. Quando ho letto il meraviglioso romanzo per ragazzi di Annelise Heurtier L’età dei sogni (Gallucci), la storia dei primi studenti afroamericani accettati in un liceo degli Stati Uniti negli anni ’60, presentata sia dal punto di vista di una di loro sia, con moto alternato, anche da una sua coetanea bianca contraria a questa scelta, ci ho ripensato vividamente. Indignazione è, soprattutto, un atto sociale capace di cambiare la realtà.
Quando poi siamo noi stessi a poter decidere, a scegliere cosa fare e che futuro costruire, il discorso non cambia. La condizione di agenti in prima persona ci carica anche di responsabilità che prima, erroneamente, non pensavamo di avere. La vita è nostra e scegliamo noi. Ma è davvero così? Siamo sicuri di poterlo fare integralmente? Provate a leggere La fabbrica di Joanne Ramos (Ponte alle Grazie), la storia di una meravigliosa struttura in cui le gestanti sono accudite e coccolate durante la loro gravidanza. Scoprire che dietro quella facciata di perfezione si nascondono profitto e business, fa scattare nelle nostre (o almeno nella mia) coscienze un istinto feroce di ribellione. Indignazione, adesso, è provare sofferenza di fronte allo sfruttamento.
Ecco, dunque, che la famiglia diventa il centro del nostro mondo, il nucleo primigenio dove affetti e disamori nascono e si sviluppano. Al netto di contrasti e divisioni, si tratta pur sempre del luogo in cui il nostro cuore e la nostra mente tornano in ogni momento. Quando però, per una tragica fatalità, ci viene estirpato questo circolo degli affetti, ci sentiamo spaesati e vulnerabili, proprio come accade in Solo ladri e assassini, di Paul Howarth (HarperCollins), un western ambientato in Australia nella seconda metà dell’800, in cui due fratelli perdono i loro genitori per mano di sconosciuti e, nel tentativo di scoprire la verità, si rivolgono all’unica, infida persona a cui non avrebbero mai dovuto affidarsi. Il loro viaggio, in compagnia di soggetti tutt’altro che raccomandabili, si trasformerà nella caccia al capro espiatorio, piuttosto che in un percorso verso la verità. Indignazione è un fuoco che arde di fronte al raggiro e al tradimento.
Torniamo, allora, al nostro rapporto con gli altri: come relazionarsi con chi non si comporta non solo come noi, ma anche come il resto della nostra comunità? Queste differenze sostanziali possono essere sufficienti a marcare una distanza incolmabile? A darci una risposta è Michel Foucault con la sua Storia della follia nell’età classica (Rizzoli), una ricostruzione storica dei manicomi e delle strutture correzionarie dove venivano internati gli “anormali”. Decidere chi dovesse farne parte poteva essere un modo per curare chi davvero ne aveva bisogno o, al contrario, rinchiudere dentro a un recinto chi non si voleva facesse parte della società. La “normalità” era il limite da non valicare e questo discrimine veniva deciso, naturalmente, da chi deteneva il potere. Inutile dire che, inevitabilmente, anche innocenti o persone “sane” erano finite nelle maglie di questa terribile contenzione.
Indignazione è sentire sulla propria pelle la bruciante ingiustizia di un comportamento ghettizzante e contrario al senso di umanità che dovrebbe, invece, contraddistinguerci.

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