Strade di carta

Spaesamento

Illustrazione digitale di Gaetano Di Riso, 2021

Illustrazione digitale di Gaetano Di Riso, 2021

Il libro di cui hai bisogno si trova accanto a quello che cerchi

Aby Warburg

Non serve certo scomodare il Sommo Poeta per spiegare che tutti, presto o tardi, siamo incappati in una bonaccia di vento esistenziale, finendo all’improvviso in un vicolo (apparentemente) senza uscita. Confessare una défaillance più o meno momentanea non ci rende necessariamente meno infallibili ma sicuramente più umani, perché sta proprio nella perdita delle certezze e dei punti di riferimento che il nostro vero io, combattendo contro l’entropica degradazione del senso, ritrova sé stesso. L’appiglio naturale per superare l’impasse è affidarsi a quell’unico elemento magneticamente antitetico e complementare che non fa sopperire di fronte al caos interiore: la curiosità.

Parto da uno dei romanzi che mi ha tenuto in scacco più ferocemente: Il manoscritto , generato da quello che è ormai riconosciuto come uno dei maestri del thriller d’oltralpe: Franck Thilliez. Personalmente lo considero il cubo di Rubik delle apparenze, un metalibro che cela, al proprio interno, una serie di meccanismi diabolicamente geniali che prima stuzzicano la suspense del lettore e poi, scattando inesorabili come una trappola, lo rinchiudono nell’incredulità della loro realtà. Provare a intuire la conclusione degli eventi è tanto improbo quanto sfidante, tanto che il finale riassume alla perfezione l’anima di continuo sgretolamento delle certezze di chi vi si addentri. Ancora oggi, da qualche parte là fuori, qualcuno sta cercando la soluzione.

Lasciatemi riallacciare al tema iniziale, quello della perdita di punti di riferimento esistenziali. La mia mente volge subito a Exit West, coraggiosa e minimale opera di Mohsin Hamid, in cui lo scrittore pakistano mette in scena una favola agrodolce in cui, con un espediente fantascientifico, una coppia di ragazzi attraverso alcune porte si ritrova catapultata in un luogo a caso del pianeta. È una storia sul coraggio di abbandonare, seppur forzatamente, le proprie certezze per inseguire quella felicità che altri ci negano. Estirpare le proprie radici non è mai un processo semplice e indolore, neppure se la ricompensa a cui andiamo incontro è ciò a cui massimamente auspichiamo. Come dimenticare, infatti, ciò che accade fuori e dentro di noi durante quel percorso che ci porterà a essere ciò che avremmo voluto diventare?

 

Se, invece, si preferisce definirsi figli più dei propri errori che dei propri dogmi, sicuramente un libro rappresenta in pieno questa linea di pensiero: la distopica opera Piano D di Simon Urban, in cui la Germania contemporanea è ancora divisa e, alla vigilia di un cruciale accordo sul gas, un cadavere rischia di far fallire i negoziati. Contrariamente alla logica e al buon senso, qui le apparenze e i fatti sono solo specchi ingannevoli che riflettono una scena distorta, piazzati ad arte per manipolare lo sguardo di chi osserva. D’altronde, quale trucco migliore che presentare una soluzione plausibile per allontanare l’attenzione dalla verità? Difficile, se non controproducente, nella ricerca ossessiva del tassello mancante di un puzzle cervellotico, fidarsi di qualsiasi propria intuizione o sensazione, in senso berkeleyano, perché qui percepire non basterà a restituire materialità e concretezza a qualcosa ma farà sprofondare sempre di più dentro alle proprie debolezze e mancanze.

Un altro modo di sentirsi persi, senza appigli, è quello che deriva dalla mancata comprensione degli altri. Perché, alla fine, se non riesco a capire chi sta intorno a me, come posso essere sicuro di sapere chi sono io? È forse una delle domande più profonde e fondanti, soprattutto negli anni della nostra formazione, in cui ci rispecchiamo in chi ci è accanto, per emulazione o contrasto. E proprio nella famiglia risiede il nucleo primigenio del nostro essere, come mostrato ne La professione del padre di Sorj Chalandon. Lo sa bene Émile, figlio di chi ha detto di essere stato tutto e il contrario di tutto, ma sempre e comunque un patriota. E come può lui, che adora un padre così difficile, mettere in dubbio la veridicità delle sue parole? Eppure, dal parricidio della sua cieca fiducia filiale passerà lo snodo del suo futuro, costantemente in bilico tra evoluzione e sottomissione. Capire chi gli chiede obbedienza è una condizione imprescindibile per far luce sugli angoli bui della propria personalità, che tanto a lungo lo hanno fatto sentire fragile e senza certezze.

Ci sono molti modi, allusivi e non, per manipolare il lettore, ma uno di quelli più subdoli e affascinanti (a parer mio) è proporgli enigmi a piccole dosi, centellinandoli e disseminandoli come microscopiche briciole di senso. È il caso di Annientamento, primo capitolo della trilogia dell’Area X scritto da Jeff Vandermeer, opera di confine che fonde sapientemente il fascino possibilista della fantascienza con il pathos del thriller, senza dimenticare la componente magica di una realtà inspiegabile. Che uno dei temi centrali sia l’abbandono già si capisce dalla scelta di privare i personaggi del proprio nome, sostituendoli con i ruoli che svolgono all’interno del romanzo. Ma ciò che troveranno sarà il contrario delle attese di chiunque si addentri in una storia grondante visionarietà e stupore. Come scriveva il poeta Kostantinos Kavafis “Dalle cose che feci o dissi| non cerchino d’indovinare chi fui”. E voi, siete pronti a recidere il filo sottile che unisce gli eventi con il loro consequenziale significato?

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