Addio a Pietro Citati, il critico "speleologo" che indagava la letteratura 

Immagine tratta dal libro "La civiltà letteraria europea da Omero a Nabokov", Mondadori, 2005

Immagine tratta dal libro "La civiltà letteraria europea da Omero a Nabokov", Mondadori, 2005

Se vogliamo conoscere il senso dell'esistenza, dobbiamo aprire un libro: là in fondo, nell'angolo più oscuro del capitolo, c'è una frase scritta apposta per noi

Pietro Citati

Nell'immensa meraviglia che è la letteratura, in quel mare di scrittori e poeti che sembra sommergerci, è più facile aggrapparsi a un autore, focalizzarsi su una singola opera che navigare tra le onde imperiose. 

Questo è vero per quasi tutti, ma non lo era per Pietro Citati, critico letterario brillante che ci ha lasciati questa notte all'età di 92 anni

Il lato forse più affascinante dell'intellettuale era proprio la sua versatilità che lo ha sempre fatto spaziare tra le epoche, i generi e gli autori più diversi. Leopardi, Kafka, Dostoevskij, ma anche più indietro nel tempo, alle opere della classicità greco-romana

Nato a Firenze da una nobile famiglia siciliana, Pietro Citati ha trascorso l'infanzia e la sua adolescenza a Torino, dove ha frequentato l'Istituto Sociale e poi il Liceo classico Massimo d'Azeglio. Laureatosi in Lettere moderne all'Università di Pisa, come allievo della Scuola Normale Superiore, inizia a insegnare italiano nelle scuole professionali di Frascati e della periferia di Roma. 

La sua delicatezza, il suo ingegno per la critica letteraria non tardano a mostrarsi. È, infatti, dagli anni Sessanta che inizia a scrivere per Il Giorno e poi a collaborare con il Corriere della Sera e con La Repubblica

Citati si mostra subito un critico arguto, brillante, originale. Specializzato nelle biografie dei grandi scrittori in forma narrativa, è pubblicato sul Corriere, esordendo con una parte del suo saggio Immagini di Alessandro Manzoni, pubblicato poi da Mondadori nel 1973. 

Sulle orme di Emilio Cecchi, Giovanni Macchia e Mario Praz, Pietro Citati aveva frequentato sin dalla metà degli anni Cinquanta lo scrittore Carlo Emilio Gadda, che venerava. 

Quello di Citati non era un lavoro superficiale. Dietro ogni studio c'era sempre un approfondimento, una finissima interpretazione di ogni autore analizzato. Il critico era, infatti, capace di coniugare rigore filologico e un'acuta introspezione psicologica

L'adolescente autodidatta che, scappato in Liguria per sfuggire ai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, aveva trovato conforto, stimoli e un futuro nei libri, romanzi, poesie, ma anche nei Dialoghi di Platone. Dalle sue critiche all'immaturità degli italiani, ai giovani senza passione intellettuale, a chi affermatosi si faceva fermare dal narcisismo, Citati passava a biografie ricche e sensibili con le quali aveva ottenuto prestigiosi premi. Goethe, pubblicato da Mondadori nel 1970 e da Adelphi nel 1990, con il quale vinse il premio Viareggio nel 1970, e Tolstoj (Longanesi 1983, Adelphi 1996), con il quale vince il premio Strega nel 1984

Oggi ci lascia, quindi, un autore che ha amato la letteratura, scavandola con la passione e l'attitudine di uno speleologo. Calandosi nelle profondità delle pagine analizzate, Citati vedeva i libri come tanti strati e ora che non c'è più tocca a noi «scoprire quello più nascosto».

Penso che i libri si muovano nel tempo. Non sono sempre gli stessi, hanno aspetti diversi secondo i secoli. Mentre noi siamo fermi e dobbiamo cercare di capire il movimento dei libri

Pietro Citati

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