MaliDizioni

Di cigni, piccioni, gabbiani e altri hairdresser

Sono in ritardo.

No, non è vero: non sono in ritardo, ma ho l’impressione che questa sia la spiegazione che si dà chi mi vede attraversare il centro sgusciando come un'anguilla. Il punto è che, a differenza di chi affolla la strada, ho una destinazione e neanche un attimo per perdermi tra vetrine, pettegolezzi, scambi di sguardi con gli sconosciuti. 

Ho le cuffie piccole, quelle che si notano meno e si incastrano sotto tutti i cappelli.

Soprattutto, sono quelle che non si scaricano perché munite di cavo: bello il Bluetooth, eh? ... ma Milano, cari miei, si conquista falcata dopo falcata, tra i piccioni e i turisti.

Ho un appuntamento alle 14.30, non esco un'ora prima per pascolare alle colonne di San Lorenzo. Mi avvio con un discreto anticipo, ma tengo il passo perfetto per la musica di oggi, 130 bpm.

In questo modo sono certa di arrivare al Duomo per le 14.10, fare una giravolta, considerare che al ritorno avrò tempo di fermarmi a sbrigare delle commissioni e poi proseguire dentro la galleria dove le bestie color grigio marmorizzato si insediano in numero veramente esiguo.

Taglio la piazza nel punto in cui, invece, la densità è altissima e queste si alzano in volo.

Senza guardarli, sento che gli occhi di chi posa per una foto si chiudono un po' spaventati, mentre i capelli si rizzano per via dello sgraziato e scomposto movimento d'ali con conseguente caduta di piume. I ritrattisti del centro città, impassibili, potrebbero essere gli stessi del 1982.

Forse è per scene come questa che porto gli occhiali scuri anche quando piove. Forse, i turisti si rendono conto che sono una vera milanese.

O forse sei solo la disturbatrice della loro passeggiata, delle loro foto con i semi in mano e con le bestie volanti addosso.

Insi, Giudy,non provateci! 

Ricordo bene le foto con me bambina assieme alla mia famiglia, la pubblicità di Benetton sullo sfondo e mio padre felicissimo di essere circondato da piccioni. Io e mia sorella perplesse sul perché, invece di essere al parco, fossimo davanti alla statua di Mazzini.

Ho sempre provato una tenerezza strana verso quegli scatti.
L’urgenza di scattare foto come quelle - che probabilmente esistono in ogni casa della città o quasi - dipende forse dal fatto che, quando si viene da un altro posto del mondo, la conquista del centro fa sentire meno lontani da casa e un po’ più turisti. Meno estranei.

Tutto bello, però il centro della piazza ha un significato importante anche per me che in questa città ci sono nata e i piccioni mi fanno schifo. Lo so che "schifo" è un'espressione un po' forte, ma quegli occhi, quei colori, quei versi, quel modo di muovere il collo e di mendicare mi hanno condizionata talmente tanto che non riesco nemmeno a leggere "piccione" sul menù di un ristorante.

 

Probabilmente il motivo per cui i piccioni mi hanno sempre fatto schifo è che nella folla di una piazza mi danno la sensazione di essere come il pluriball negli imballaggi. A volte il pluriball riempie e basta. Altre volte, assieme ai fiocchi di polistirolo, rende ancor più forte il senso di solitudine perché - sì - il vuoto lo riempiono, ma senza alcun contenuto. È solo un vuoto molto voluminoso.

Snob e irrispettosa.

No. Non lo accetto. Una volta, a Roma, mi hanno detto che lì ci sono i gabbiani, l'equivalente locale dei piccioni per via dell’occhio stupido e per la capacità di adattamento che gli consente di vivere lontano dal mare.

Poi, una domenica, il Papa ha liberato una colomba e un gabbiano l’ha catturata in volo e sbranata.
"Stupido, sì", mi sono detta, ma il piccione, nel migliore dei casi, non si sarebbe mosso da San Pietro in cerca di crostini. Ed eccomi di nuovo a chiedermi se faccia più danni la stupidità o la cattiveria.

Seduta al solito café berlinese, guardo il canale e di gabbiano ne vedo solo uno. Gabbiani, a Berlino, a dicembre.
Gli altri sono sul tetto del palazzo sulla sponda opposta alla mia, pronti a planare se il gabbiano del canale darà un segnale di via libera.

Tutti insieme, allineati sulla grondaia, sembrano dei polli sullo spiedo. Nell’acqua rimangono una manciata di anatre - brutte e cromaticamente sgraziate - e un gruppo di cigni.

I cigni piacciono a tutti. Gli umani, seduti, li guardano. Si guardano negli occhi quando sono in coppia. Si guardano intorno quando, come me, sono in cerca di spunti dall’esterno.

Se i gabbiani, cattivissimi, non provano nemmeno per un istante a prendere possesso del territorio, e le anatre si comportano come fossero i padroni di labrador di nome Ludovico nell’area cani dei giardini pubblici di Via Palestro. Capisco che tutto dipende dai cigni.

Clap, clap, clap!!!  

Piantala, Insi!

Per me i cigni sono sempre stati come l’amica appariscente a cui non fanno pagare l’ingresso da nessuna parte.
Ma, dopo la scena della colomba romana, a parte le dimensioni - che sì, in natura contano eccome! - mi stupisce che i gabbiani teppisti siano così restii a prendersi una parte di territorio in un canale a sudovest di Berlino. Soprattutto mi lascia un po' spiazzata vedere come gli umani siano pronti a concedere al cigno maestoso, alto e slanciato, tutta la prepotenza e prevaricazione di cui questi è capace. Senza nemmeno accorgersene.

La risposta è semplice, sciocchina: i gabbiani hanno un thriller tutto per sé. I cigni, il balletto più rappresentato al mondo.

Una volta di più mi trovo di fronte alla dimostrazione che nascere affascinanti o acquisire modi eleganti rende la vita liscia come una pista di pattinaggio sul ghiaccio da cartolina di Natale. Una volta di più, ecco che le sembianze perfette rendono la sopravvivenza più comoda.

Pensiamoci: il brutto anatroccolo era brutto e anatroccolo finché non è diventato un cigno possente ed elegante!

Nessuno si è mai chiesto se l’anatroccolo fosse un abile battutista o un ascoltatore attento. Così come nessuno si è chiesto mai se, una volta diventato cigno, l’ex anatroccolo abbia aggredito tutti quelli che nello stagno l’avevano bullizzato quando era piccolo e arruffato.

Come i delfini anche i cigni, ho scoperto, sono dei veri bastardi. Esattamente come il cameriere universitario di Dirty dancing che mette incinta Penny.

Quando si visita Nara, i cosiddetti cervi sacri sono talmente abituati a essere considerati naturalmente belli e superiori da permettersi di rubare sandali, morsicare pance o rubare nelle borse in cerca di cibo. E la gente applaude, avallando atteggiamenti irrispettosi perché il cervo è - appunto - sacro e bello. Mica come un cinghiale. Delle tartarughe centenarie della Tanzania non vorrei proprio parlare, ma sono la conferma di quanto un eccesso di longevità non porti necessariamente all’illuminazione.

Sarà che ho sempre avuto simpatia per gli sfigati ma, quasi quasi, rivaluto i miei piccioni e la prossima volta che passo dal Duomo mi faccio scattare una foto con una sposa a caso, per solidarietà verso quei volatili, orrendi e rassegnati come le vittime delle metropoli in cui vivono.

La verità, forse, sta nella frase che mi disse il primo amico incontrato un postaccio a Treptow, tanti anni fa: "Arrivi qui, conosci un sacco di uomini tatuati e con l'aria libera e ribelle. Ti chiedono di seguirli. Finisci con l'avere un colore fatto male in testa e zero soldi sul conto. In un attimo realizzi che quello che credevi fosse amore, invece era un hairdresser".

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