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Classic Monsters Universal 

Non è probabilmente esagerato asserire che l’horror non si sarebbe sviluppato nelle modalità giunte fino a noi senza i capolavori della Universal.
C’è stato un periodo in cui era esplosa una caccia senza quartiere ai personaggi in grado di spaventare di più e quel periodo sono stati gli anni Trenta, che hanno visto atterrare sugli schermi i vari Dracula, Frankenstein e la Mummia.

Va altresì detto, tuttavia, che prima ancora vi era stato un esponente e anticipatore di quest’ondata di ricerca del terrore visivo: lo straordinario eroe del trucco Lon Chaney, che negli anni Venti aveva scandito il ritmo orrorifico del muto con pellicole imperdibili come Il trio infernale, The Blackbird e Lo sconosciuto, tutti non a caso girati dalla mano del Maestro Tod “Freaks” Browning, che sarà il ponte ideale verso la vera e propria horror-mania del decennio successivo, coerentemente inaugurato dal suo Dracula nel 1931.

Un imperdibile cofanetto, intitolato Classic Monsters – Universal celebra sette perle in bianco e nero, vediamo quali.

Di Jack Arnold;Tod Browning;Karl Freund;George Waggner;James Whale

Una collezione dei film horror classici della Universal: Dracula, Frankenstein, Il mostro della laguna nera, L' uomo invisibile, L'uomo lupo, La moglie di Frankenstein, La Mummia

Come detto, Browning apre nel 1931 la pista con la sua trasposizione del romanzo di Bram Stoker e in una versione ufficiale, in quanto i diritti d’autore erano stati regolarmente pagati, non come nel caso del suo predecessore Nosferatu di Murnau del 1922 (quest’ultimo sì davvero un capolavoro), nato col vizio di non aver riconosciuto la chiara derivazione letteraria dell’opera, una furberia che lo aveva condannato a essere letteralmente messo al rogo (il salvataggio meriterebbe un articolo a parte…). Il Dracula hollywoodiano, in realtà, deve la sua notorietà al suo protagonista, l’attore ungherese Bela Lugosi, che rimarrà per sempre ancorato a quel personaggio, fino al punto da chiedere di essere seppellito avvolti nel mantello del Signore della Notte.

Segue il coevo Frankenstein di James Whale, che in massima parte rappresenta la vera svolta ed è il padre fondativo del genere. Entrano qui in scena e determinano il successo del film almeno quattro fattori: 1) gli effetti speciali di John P. Fulton; 2) il trucco di Jack Pierce; 3) l’uso impressionistico delle luci di Arthur Edeson; 4) l’interpretazione sofferta di Boris Karloff, che con i suoi elettrodi applicati alle tempie, la fronte alta e squadrata e i pesantissimi scarponi entrerà nella leggenda.

Dopo un fortunatissimo 1931 nel 1932 arriva La mummia di Karl Freund. Costui era diventato un mito in qualità di direttore della fotografia nei maestosi anni Venti tedeschi, quelli dell’Impressionismo (lavorò a pietre miliari di Murnau e Lang), e invitato negli Stati Uniti aveva avuto modo di provarsi anche come regista, dopo un paio di prove non rilevanti nel suo Paese d’origine. Come non richiamare subito in causa Boris Karloff (al secolo un quieto inglese, William Henry Pratt)? Con lui, essendo all’epoca i contratti “bloccati” dalle major, nuovamente Fulton e Pierce, che daranno il consueto contributo chiave.

Nel 1933 James Whale porta sugli schermi un altro personaggio: L’uomo invisibile, interpretato – se così si può dire – da Claude Rains. Gli accorgimenti tecnici, sempre del duo summenzionato, saranno sbalorditivi e il pubblico potrà assistere al disvelamento di un attore trasparente, sotto le bende.

Ancora Whale, vero dominatore del genere, torna in sala nel 1935, invocato a furor di popolo, con un seguito del suo primo capolavoro. Esce così La moglie di Frankenstein, straordinario apologo gotico-barocco che riporta alla ribalta Karloff ma soprattutto Elsa Lanchester col suo ciuffo bianco. Non è esagerato dire che si tratti di uno dei pochissimi casi in cui un sequel se la giochi – e per alcuni tratti superi – l’originale, come accadrà anche a “Il Padrino” e “Il Padrino – Parte II” di Coppola.

Lon Chaney, vero fenomeno del make-up e scomparso purtroppo giovane, aveva tuttavia lasciato un erede, Lon Chaney jr. Proprio quest’ultimo è il protagonista de L’uomo lupo di George Waggner, nel 1941. Accanto a lui tornano sia Rains che Lugosi, attori legati alla casa di produzione, come tutte le maestranze.

Dopo una fase di stanca (la Seconda Guerra Mondiale aveva sfiancato e urgevano messaggi positivi), la Universal negli anni Cinquanta mette a segno un colpo importante, destinato a rimanere nella memoria collettiva: Il mostro della Laguna Nera, datato 1954. Regia dell’onesto mestierante, spesso iniquamente sottovalutato, Jack Arnold. Cambiano i tempi e le esigenze e la metafora del comunista che rapisce il meglio della cultura americana è servito. Forse oggi non colpisce più di tanto ma all’epoca era stato un sasso tirato contro una vetrata.

Infine, non possiamo capire l’horror odierno senza averne ritrovato e apprezzato le radici: e le radici sono quelle della Universal (e del duo precursore Lon Chaney / Tod Browning). Sarebbe come studiare la Storia del Novecento senza avere prima affrontato l’Ottocento: non si capirebbero le cause.

Buon recupero e buona visione!

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