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Dune di Denis Villeneuve

Tratto dal libro-cult di fantascienza di Frank Herbert, il lungometraggio racconta degli intrighi politico-militari che hanno per protagonista un duca e la sua casata, chiamati a gestire il pericoloso pianeta Dune, incalzati da biechi avversari.

Continua il confronto di Villeneuve con film e registi epici degli anni Ottanta. Dopo "Blade Runner 2049", seguito del capolavoro di Ridley Scott, è il momento del rifacimento di "Dune", forse l'opera meno riuscita di David Lynch. Il paragone è ovviamente impari, se consideriamo da un lato il salto in avanti quantico nel reparto effetto speciali e dall’altro le vicissitudini produttive del primo ma, indipendentemente da questo, Denis Villeneuve dimostra nuovamente di avere le idee molto chiare su cosa mostrare (e come) e – in generale – averle su un libro così mitico e al contempo arcano è meritorio di per sé.

Sulla sua sontuosa resa estetica il regista canadese innesta interessanti rimandi ai paramenti sacri della religione cattolica, alle modalità di preghiera simili a quelle dell'Islam e alle raffigurazioni scenografiche che richiamano gli ziggurat babilonesi e non solo, ricordandoci che una parte del suo successo è dovuta a una sensibilità narrativa molto affine a quella europea, nonostante l’abbondanza di tecnologia messa in campo. Shakera il tutto mentre in sottofondo Hans Zimmer accompagna musicalmente e lo serve come un cocktail che – se nelle intenzioni narrative di Herbert poteva apparire quasi psichedelico – qui vuole assumere il retrogusto della tragedia di Racine, sfiorando però soltanto l'obiettivo e di fatto rimandando al preannunciato secondo capitolo lo scioglimento della vicenda.

Non è un film facile, anche se può avvalersi di un Oscar Isaac come sempre magnetico e di un cattivo ripugnante e centrato, impersonato da Stellan Skarsgård (laddove Thimotée Chalamet e Rebecca Ferguson non lasciano il segno, soprattutto il primo), soprattutto perché il soggetto di partenza impone pazienza per chi non è un aficionado. Bisogna infatti calarsi in una realtà non reale, accedere alla “Suspension of Disbelief” tanto cara a Coleridge e lasciarsi condurre, dando fiducia a quanto lo schermo propaga.

Inevitabilmente ottimi gli effetti speciali visivi, che otterranno quantomeno la candidatura all’Oscar, e davvero impegnativa la fotografia dell’australiano Greig Fraser, che già aveva stupito col pitch black ritratto in “Zero Dark Thirty” di Miss Action-Movie Kathryn Bigelow.

In sostanza: fantascienza al suo massimo da un punto di vista estetico, benché solo talora palpitante, poco chiara in assunti dati per scontati e non sempre coinvolgente se non in alcuni passaggi. Forse oggi non si può chiedere di più allo sguardo, ma certo si può chiedere di più alle emozioni. Arduo da valutare nel complesso, quand’anche titanico negli intenti. Si rimanda l’ardua sentenza alla seconda parte.

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