Grazie al suo "È stata la mano di Dio", Paolo Sorrentino torna nel lotto dei possibili vincitori per il premio Oscar per il miglior film in lingua straniera (doppiamente straniera, essendo in parte recitato con l’incantante incedere dialettale napoletano!) grazie alla sua opera più personale. Se “La grande bellezza” sanciva il suo debito verso Roma, “È stata la mano di Dio” afferma quello verso Napoli. Dato che il regista che più lo ha ispirato è Fellini, si potrebbe dire che il primo sta a “La dolce vita” come il secondo sta ad “Amarcord”.
Un timido adolescente partenopeo, avente Maradona come idolo, diventa orfano e deve cercare la propria strada, mentre cresce e scopre la vita intorno a sé.
Il film, dichiaratamente autobiografico, è la prova più personale e introspettiva del regista. Come se fosse improvvisamente giunto alla necessità di affrontare il proprio passato e altresì se stesso, l'autore non trova modo migliore di pacificarsi (o almeno di tentare) che giungervi attraverso ciò che meglio sa fare: girando un film. Ci vuole coraggio per mettere in scena la più grande tragedia della propria esistenza (che non pare in realtà superata) e Sorrentino, filmmaker barocco per aspirazione e rococò per definizione, spiazza tutti andando al nocciolo della questione, tralasciando dopo tanti anni i propri marchi di fabbrica.
Va incontro alla realtà usando il realismo, accantona lo spettacolo esteriore per favorire il ripiegamento interiore. E ci riesce. Il che, tuttavia, non gli impedisce di alternare vari registri, dal comico all'intimista, dal drammatico al grottesco, narrando quella peculiarità partenopea che Pino Daniele definisce benissimo nella celebre canzone rilasciata durante i titoli di coda e che parte con: "Napule è mille culure".
Sì, perché lo stornellatore campano racconta la grande bellezza della propria cultura d'origine: frastagliata, frastornata, entusiasta, contraddittoria, vitale, eccessiva, creativa, colorata appunto. E lo fa tratteggiando una galleria di personaggi talmente impossibili da risultare veraci, palpabili, nostri addirittura. Il tutto condito - quello sì tipicamente sorrentiniano - da parentesi di pura commedia o surreali.
Accanto a un ottimo Filippo Scotti (premiato a Venezia come emergente) si registrano la presenza inevitabile di Toni Servillo (non a caso nel ruolo paterno), di una deliziosa Teresa Saponangelo e di Luisa Ranieri che incarna - verbo adatto - l'erotismo e l'idea di "bella femmena" napoletana. Cameo per Enzo Decaro.
In sostanza: ci si commuove, si ride, si sperimenta la pelle d'oca, si diventa parte di una famiglia sui generis, di una città unica, di una vita vera. Per una volta Sorrentino innesta episodi memorabili su una struttura plasmata per essere solida dall'inizio alla fine e non per fungere da mero collante tra gli episodi stessi. Risuona come opera di grande maturità e forse sarà uno spartiacque artistico. E se fosse il suo personale "Otto e mezzo", sempre a proposito del suo legame inevitabile con Fellini?
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