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Holiday di Stanley Middleton

Quando a una conferenza tenutasi all’università di Cambridge gli venne chiesto da parte di un docente di letteratura di cosa parlassero i suoi libri, Stanley Middleton, citando un verso di Wordsworth rispose: «Dell’uomo, del cuore umano e della vita umana». Ed in effetti, a ben leggere questa nuova pubblicazione da parte di Sem nella traduzione attenta e curata di Alfredo Colitto (la prima edizione in lingua originale si data al 1974), l’impressione che abbiamo è quella di una lenta indagine dell’animo umano, nella vita di personaggi che «dal punto di vista della loro inadeguatezza giudicano» e interpretano il mondo che li circonda, spesso fallendo nei loro risultati.

Holiday
Holiday Di Stanley Middleton;

Edwin Fisher non ha una vita facile: il suo matrimonio sta naufragando, il suo unico figlio è morto e non è ben visto dalla sua famiglia. Riuscirà a trovare rifugio dai suoi problemi nella piccola e isolata località vacanziera della sua infanzia?

Nonostante l’immediata vittoria dell’ambìto Booker Prize a parimerito con Il conservatore di Nadine Gordimer (Feltrinelli 2009), Holiday di Stanley Middleton non ricevette da subito i favori della critica, restando pressoché ignoto al di fuori del pubblico d’oltremanica; in questo senso la sua prima pubblicazione in Italia si pone in seno a una riscoperta che si spera essere delle più piacevoli.

Nell’Inghilterra degli anni Settanta, in una piccola località vacanziera sulla costa orientale e in una settimana scandita dal preciso proseguire dei capitoli, Edwin Fisher ripercorre i recenti fallimenti del suo matrimonio con Margaret Vernon, la morte del loro unico figlio Donald, nonché il biasimo del suocero David sulle possibilità di ricostruire un rapporto che sembra ormai perduto. I giorni, lenti, scorrono in una noia strascinata fra nostalgiche passeggiate al mare, all’interno dei confini di un paesaggio sempre ripetitivo e indefinito, che lascia intravedere agglomerati urbani spesso solo accennati ma mai abbastanza consistenti da nascondere di tanto in tanto la presenza di elementi naturali sparsi: un campo di mais, una macchia d’alberi, piccoli mulini sui fiumi.

In quest’atmosfera sospesa e filtrata da un senso d’indecisione costante – «Fisher si sentiva lontano da tutto ciò; non aveva nulla da dire, ed era sempre stato così» –, la storia si dipana grazie a una prosa che avanza meticolosamente a scatti, quasi a singhiozzo e attraverso una forte aggettivazione nella descrizione dei luoghi e delle situazioni.

L’autore dosa le informazioni con perizia lasciando trapelare capitolo dopo capitolo i diversi dettagli della vita del protagonista e alternando nel racconto aneddoti riferiti al passato – la severa educazione del padre, le domeniche sui banchi della chiesa metodista, i litigi con la moglie – a momenti di riflessione dove assistiamo alla presenza di un caleidoscopio di personaggi, maschere più che persone, che gravitano attorno alla figura di Fisher esprimendo i loro giudizi sul mondo.

A fare da pendant a questo universo intimistico, tutto vissuto all’interno di emozioni mai realmente espresse ma represse, è una società spietata che vittima del suo stesso puritanesimo non mancherà di evidenziare le molteplici contraddizioni e le ipocrisie dei suoi comportamenti – come leggiamo ad esempio nella storia personale di Lena Hollies intrappolata negli schemi di un matrimonio più di convenzione che di sentimento e che si erge quale uno dei momenti più riusciti e coinvolgenti del libro.

Una studiata parodia delle diverse classi sociali che aiuterà a comporre lo spettro di situazioni a cui assistiamo fin dall’inizio, non senza avere l’impressione di percepire un marcato biasimo da parte dell’autore: dalla gestualità – «Anche se bevevano il caffè con il mignolo alzato, si vantavano delle loro auto, non sapevano mai se schiaffeggiare i figli quando facevano chiasso o ridere con loro, erano comunque migliori di lui» – all’educazione – «Attribuì il suo leggero mal di testa non alla birra, ma alla sua coscienza puritana» –, allo spaesamento che precede la ricerca di un senso, di un’identità nelle cose che li circondano.

In questo susseguirsi di piccoli quadri dal carattere rapsodico, saremo così trasportati verso le pagine finali alla resa dei conti fra Edwin e Meg – l’incontro, assumerà quasi le dinamiche di un duello, nella struttura tagliente dei dialoghi e nella sapiente costruzione di un clima di massima tensione –, indecisi se tentare di “restaurare” il loro rapporto matrimoniale o finalmente lasciarsi andare, verso quell’ignoto di cui da sempre, forse troppo, hanno paura.

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